Traduzione carme X Catullo in italiano e testo latino (Liber carme 10)

Di sotto potete vedere il commento al carme X di Catullo assieme alla traduzione in italiano e al testo in latino.

Nel carme X Catullo racconta una sua esperienza assieme all’amico Varo a casa di una “lupa” delle strade di Roma e di come si sia trovato assieme a lei. La ragazza, graziosa e piacevole, chiede a Catullo informazioni sulla Bitinia e su come sia stato passare il suo tempo in quella regione; Catullo le risponde che dopotutto non c’è modo di arricchirsi facilmente, specialmente per un uomo di corte che abbia a che fare con un pretore poco attento ai suoi cortigiani. Per farsi bello davanti alla ragazza però, o almeno così sembra trapelare, finge di aver ricevuto qualcosa in più degli altri e parla alla sua richiesta di alcuni portatori di lettiga (erano conosciuti come particolarmente abili quelli provenienti dalla Bitinia). La ragazza però cerca di “approfittare” di questo bene (non reale) di Catullo e chiede di prestare lei per qualche tempo i portatori per potersi recare sino al tempio di Serapide. Come potrete vedere dalla traduzione in italiano del carme, quest’ultimo si corregge e afferma che siano di un suo amico e non suoi ma che lui ne faccia spesso “uso”; una volta detto questo rimprovera la ragazza, definendola noiosa: con lei non ci si può distrarre un attimo (o fare il fanfarone).

Catullo racconta tutto ciò in maniera divertente e bonaria, esprimendo le sue emozioni ed i suoi pensieri.

Traduzione del carme X di Catullo “Varus” (Varo) in italiano:

Dal Foro dove ciondolavo il mio buon Varo

mi porta a casa di una sua ragazza,

una lucciola che a prima vista mi parve

non priva di qualche grazia, quasi carina.

Giunti sino a lei ci si mise a parlare

di tante cose e fra queste della Bitinia,

del suo stato, delle sue condizioni politiche,

i guadagni che mi avrebbe fruttato.

Risposi la verità: a nessuno di noi,

pretori o gente del seguito, era toccato

di tornarsene col capo piú profumato,

vedi poi se ti capita in sorte uno stolto

di pretore che della sua corte se ne infischia.

‘Ma almeno” ,mi interrompono, “avrai comprato

ciò che dicono la specialità del luogo,

dei portatori di lettiga.” Io per farmi

con la donna un po’ piú fortunato degli altri:

‘Non mi è andata poi cosí male,’ le rispondo

‘considerata quella terra maledetta:

ne ho cavato otto uomini robusti.’

In realtà non ne avevo neppure uno,

qui a Roma o laggiù, in grado di reggere

sul collo una vecchia brandina sgangherata.

E quella con la sua facciatosta mi fa:

‘Mio Catullo, dovresti prestarmeli per poco,

te ne prego, voglio farmi portare al tempio

di Seràpide.’ ‘Un momento, dico, ragazza,

ciò che poco fa ho detto di possedere,

m’ero distratto: è un amico mio,

Gaio Cinna, che se l’è procurato.

D’altra parte, suoi o miei, che importa?

Me ne servo come fossero miei.

Ma tu sei proprio sciocca e noiosa

se non ammetti che ci si possa distrarre.’

Catulo carme X. “Varus” – testo in latino originale:

Varus me meus ad suos amores
visum duxerat e foro otiosum,
scortillum, ut mihi tum repente visum est,
non sane illepidum neque invenustum,
huc ut venimus, incidere nobis
sermones varii, in quibus, quid esset
iam Bithynia, quo modo se haberet,
et quonam mihi profuisset aere.
respondi id quod erat, nihil neque ipsis
nec praetoribus esse nec cohorti,
cur quisquam caput unctius referret,
praesertim quibus esset irrumator
praetor, nec faceret pili cohortem.
“at certe tamen,” inquiunt “quod illic
natum dicitur esse, comparasti
ad lecticam homines.” ego, ut puellae
unum me facerem beatiorem,
“non” inquam “mihi tam fuit maligne
ut, provincia quod mala incidisset,
non possem octo homines parare rectos.”
at mi nullus erat nec hic neque illic
fractum qui veteris pedem grabati
in collo sibi collocare posset.
hic illa, ut decuit cinaediorem,
“quaeso” inquit “mihi, mi Catulle, paulum
istos commoda: nam volo ad Serapim
deferri.” “mane” inquii puellae,
“istud quod modo dixeram me habere,
fugit me ratio: meus sodalis –
Cinna est Gaius – is sibi paravit.
verum, utrum illius an mei, quid ad me?
utor tam bene quam mihi pararim.
sed tu insulsa male et molesta vivis,
per quam non licet esse neglegentem.”

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