Decadentismo perché nasce e quando nasce – appunti letteratura

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Perché nasce il decadentismo?

Il decadentismo non può definirsi solo un fenomeno letterario, ma più generalmente culturale, tanto da modificare completamente l’approccio alla conoscenza e alla vita stessa.

Il termine “decadentismo” deriva dal nome del giornale francese décadènt, che ha due significati: quello negativo, riferito alla nuova generazione dei poeti maledetti che davano scandalo incitando al rifiuto della morale borghese, e quello positivo, inteso come nuovo modo di pensare, come diversità ed estraneità rispetto alla società contemporanea. Inoltre, si riferisce alla rivista Le Décadent creata dai decadenti e chiamata così provocatoriamente.

Generalmente viene definito per contrapposizione al positivismo, che negli ultimi decenni dell’800 era stata la teoria dominante , ed aveva espresso una generalizzata fiducia nelle possibilità umane di conoscere tutto e di risolvere anche i problemi sociali per mezzo di un progresso meccanicistico (pensato cioè come inevitabile esattamente come una legge matematica). Il positivismo, nato dal trionfo della scienza di questo periodo, finì però per andare in crisi proprio nell’ambito scientifico, quando nuovi teorici si affacciarono con le loro teorie a proposito dei fondamenti su cui si costruisce la scienza: i concetti di spazio e di tempo e i legami di causa ed effetto. Su questi concetti si era costruita tutta la fisica da Newton in poi, ma le teorie di Einstein avevano dimostrato che il tempo e lo spazio sono dimensioni relative, che si trasformano se i fenomeni accadono alla velocità della luce. Perché la scienza esista è necessario che ci siano dei fenomeni oggettivi da osservare, cioè quantificabili con numeri che indicano le estensioni nel tempo e nello spazio e ciò non è più possibile, sapendo che questi fenomeni sono relativi al luogo in cui accadono. Inoltre la verità oggettiva non è più pensata come possibile perché il soggetto che la pensa è ora il vero creatore della realtà. Schopenauer infatti ha ora una larga diffusione, nonostante abbia scritto le sue teorie qualche decennio prima, ed egli afferma che la realtà è rappresentazione, intendendo con ciò che la realtà è un prodotto del soggetto pensante il quale è costretto, volendo conoscere, a costruirsi delle immagini mentali. Ne consegue che ogni soggetto possiede una sua verità. Riassumendo: gli oggetti sono relativi e i soggetti sono molteplici: ogni tipo di conoscenza è dunque la creazione di un soggetto che percorre la sua vita cercando ci afferrare qualche sprazzo di verità, usando non più la ragione, che è eguale per tutti, ma le proprie capacità di intuizione. L’intuizione è una qualità che ognuno possiede in misura diversa ed è totalmente irrazionale. Giunti a questo punto gli uomini più sensibili del tempo si impegnarono ad affinare queste capacità intuitive tentando di estendere il più possibile(anche per mezzo di alcool,droga, oppio) le dimensioni irrazionali della persona. Si giunse a pensare che il pazzo o l’artista e il drogato, in quanto più addentro all’irrazionalità potessero raggiungere, più di altri, qualche verità. Con questa convinzione vissero poeti come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud che costuiscono i cosiddetti “poeti maledetti”. Con questa definizione si intende quel gruppo di artisti (perché il fenomeno ebbe grande rilevanza anche in pittura con artisti come Van Gogh, Cézanne) che, soprattutto in Francia tentò di esprimersi attraverso il simbolismo, nella convinzione che ciò che appare non è vero, ma sta “oltre”, e il poeta ha il compito di trovare mezzi espressivi più profondi, in grado di riportare “al di qua” qualche significato. Sul piano letterario questo significa un uso abbondante di figure retoriche, in particolare il simbolo, l’analogia, la sinestesia, cioè quel tipo di figure che implicano un assommarsi di immagini, di sensi, di significati. La dimensione dell’oltre può essere spiegata solo con la teoria di Freud secondo il quale la mente di una persona ha due dimensioni: una conscia e una inconscia. E’ chiaro che l’inconscio condiziona tutti i nostri processi di conoscenza e ci rende gli uni diversi dagli altri, ma purtroppo ci rende inconoscibili a noi stessi. Con questo ultimo passaggio l’uomo ha perso ogni possibilità di conoscere, non solo la natura ma se stesso: è quindi in una condizione di profondissima crisi che coinvolge tutta la sua persona.

La critica ufficiale, per descrivere questi atteggiamenti assunti da alcuni intellettuali, usò il termine “decadente” proprio per ricordare la sensazione di crollo di una civiltà. La critica usò questo termine con un’accezione negativa ma gli intellettuali che facevano parte di quel gruppo, definito come “decadente”, ribaltarono il significato, arrivando ad indicare un privilegio spirituale e ne fecero una sorta di bandiera da esibire con orgoglio e dedizione.

I mezzi per raggiungere l’assoluto nel decadentismo

Una volta raggiunta la coscienza della inconoscibilità delle cose, gli artisti si adoperano in tutti i modi per raggiungere la dimensione che sta oltre il puro apparire. Le soluzioni sono diverse, così come i mezzi. Pascoli propone l’ideologia del fanciullino inserendosi così perfettamente nel decadentismo: il bambino non ha una ragione strutturata, ma possiede una capacità di intuire e in particolare di raggiungere il senso del poetico, poiché è più disponibile alla meraviglia e tutto per lui è un mistero da decifrare .In questo appunto consiste la poesia. Gauguin, in pittura, invece adotta la soluzione di recarsi in luoghi esotici (Polinesia), dove popoli più “ingenui” e semplici sono forse depositari di verità più assolute. Altri scelgono la strada della droga per comprendere le “corrispondenze “(Baudelaire) tra la natura e l’uomo. Si tratta di un percorso di compiaciuta autodistruzione, nel quale il poeta immagina di essere un “angelo decaduto” che esplora tutte le strade del male alla ricerca di qualcosa di nuovo che, come un fiore, sappia elevarsi dalla orribile religione dell’utile che impera nella società moderna. Proust elabora invece una teoria sul tempo, convinto che non si possa comprendere la realtà mentre la si vive, ma se ne possano ritrovare i momenti significativi quando ci si ripensa, scrive così un’opera monumentale :”Alla ricerca del tempo perduto”.

Il valore della poesia nel decadentismo

L’arte dunque e non la scienza è il mezzo attraverso il quale può esprimersi ciò che non si può conoscere. In particolare la poesia si presta, più di ogni altra forma artistica, a produrre brevi squarci nel reale, dando luogo a delle “illuminazioni , epifanie” momentanee che hanno l’aspetto e il significato di rivelazioni. Sotto la spinta di queste idee la poesia diventa moderna, nel senso che acquista una forma dal tutto diversa dalla poesia romantica, che era soprattutto colloquio dell’ io con la natura. Adesso le composizioni sono brevi, tese a suggestionare più che a spiegare, piene di simboli, attraverso i quali il poeta cerca di raggiungere l’inconscio del lettore aiutandosi appunto con i linguaggi che sono propri dell’inconscio. La poesia si propone non di darci dei concetti, ma delle esperienze dell’ ignoto, ponendoci in comunione con esso. La funzione del poeta è ora quella del “veggente”, capace di indagare i misteri delle cose, teso a trovare i linguaggi e le immagini capaci di colloquiare più profondamente con il lettore, su diversi piani sensoriali. La poesia è miracolo fonico (uso abbondante di onomatopee, allitterazioni), accumulo di immagini che sono legate da sottili legami (metafore,simboli e soprattutto analogie), accumulo di sensazioni (sinestesìe). Questa ricchezza di strumenti e di linguaggi caratterizza però una poesia che si fa ermetica (misteriosa e di difficile interpretazione)e che si innalza sulla massa, proponendosi come oggetto letterario solo per pochi eletti.

Temi principali del decadentismo

I temi prevalenti sono tenuti insieme dal sottile filo della frustrazione che accomuna tutti questi artisti i quali, di estrazione borghese, assistono alla compressione di questo ceto sociale. Per motivi storici la borghesia assiste infatti, nei primi decenni del 1900, alla corruzione dei propri valori, che la trascinano di necessità verso la guerra. L’esaltazione dell’utilitarismo, le imprese coloniali, la corsa verso il militarismo, appaiono alle coscienze più sensibili come conclusioni inaccettabili. Le scelte di fronte a questa realtà sono diverse: si può richiudersi nel proprio mondo, coltivando i propri sogni infantili, come Pascoli; si può crogiolarsi masochisticamente, fino a perseguire la morte, come fanno i poeti maledetti, esprimendo nel contempo tutta la sofferenza di questa scelta; si può, al contrario esprimere il proprio vitalismo, che però trova la sua ragion d’essere proprio in contrapposizione agli istinti di morte che percorrono questo tempo, come fa D’Annunzio.

In Italia si è soliti individuare due periodi distinti di decadentismo: il primo, di cui facevano parte D’Annunzio, Pascoli e Fogazzaro, ancora caratterizzato dalla necessità di costruire miti decadenti. Al contrario nel secondo, di cui occorre ricordare in particolare Pirandello, Svevo e Borgese, la coscienza della crisi è ormai acquisita e la realtà viene sottoposta ad una critica molto lucida e distruttiva. Il termine “decadente” fu, in origine, usato in senso dispregiativo, per indicare giovani poeti che vivevano fuori dalle norme comuni, considerati appunto simboli di una “decadenza sociale” che disprezzava il progresso e la fede nella scienza del positivismo. Più tardi passò a designare la dilagante “decadenza” della società materialista di fine secolo, orientata verso l’esaltazione delle conquiste tecnologiche e alla quale gli intellettuali si sentivano estranei. Essi, infatti, si considerano decadenti, con un atteggiamento di superiorità spirituale, in quanto inclini a cogliere i segni della raffinatezza e dell’eleganza intellettuale delle epoche e periodi di “decadenza” rispetto al normale.

   
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