Cesare Pavese e la rivoltella: poesia sul suicidio, il sussulto tremendo

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Si sa, Cesare Pavese era un uomo tormentato e appassionato, mosso da un fuoco perenne interiore ed incredibilmente riflessivo.

In un’altra lettera a Mario Sturani del 9 giugno 1927, appena due anni dopo, è allegata una poesia in cui Pavese descrive la serata di capodanno da lui trascorsa con la sola compagnia di una rivoltella “Sono andato una sera di dicembre / Per una stradicciola di campagna/ Tutta deserta, col tumulto in cuore./ Avevo dietro me una rivoltella”. Se non bastasse questa sinistra presenza in una notte che pure, dovrebbe essere di festa, ad evocare il suicidio, è lo stesso Pavese ad informarci che nella sua mente – ed è ancora quella di un giovane – la volontà di essere compagno di quel macabro simbolo non è casuale, ed un giorno, egli ci dice, vivranno insieme l’ultimo istante “immaginavo il sussulto tremendo che darà / nella notte che l’ultima illusione / e i timori mi avranno abbandonato/ e me l’appoggerò contro una tempia/ per spaccarmi il cervello.”

L’atmosfera che regna in questa poesia è carica di solitudine, di lontananza da tutto ciò che fa parte della vita: “Per una stradicciola di campagna / Tutta deserta”. È come se Pavese stesse nascondendo qualcosa, nascondendosi da qualcosa o qualcuno, come se cercasse un luogo appartato per non essere disturbato: “Quando fui certo d’esser ben lontano / D’ogni abitato”. Solo quando è sicuro di essere solo estrae una rivoltella, spara un colpo a terra, osserva lo spasimo dell’arma e ascolta il boato che ne scaturisce, poi, ancora calda la ripone nelle tasche e pensa a quando toccherà a lui fremere di spasimi dopo un colpo alla tempia, ma questo momento non è vicino, prima di poterlo raggiungere dovrà liberarsi da tutti i timori, dovrà sentir svanire tutte le poche illusioni che, pur essendo così giovane, gli rimangono. Immaginavo / il sussulto tremendo che darà / nella notte che l’ultima illusione / e i timori mi avranno abbandonato / e me l’appoggerò contro una tempia/ per spaccarmi il cervello.”

Sono andato una sera di dicembre

Per una stradicciola di campagna

Tutta deserta, col tumulto in cuore.

Avevo dietro me una rivoltella.

Quando fui certo d’esser ben lontano

D’ogni abitato, l’ho rivolta a terra

Ed ho premuto. Ha sussultato al rombo,

d’un rapido sussulto che mi è parso

scuoterla come viva in quel silenzio.

Davvero mi ha tremato tra le dita

Alla luce improvvisa ch’è sprizzata

Fuor della canna. Fu come lo spasimo,

l’ultimo strappo atroce di chi muore

di una morte violenta. L’ho riposta

allora, ancora calda, entro la tasca

e ho ripreso la via. Così, andando,

tra gli alberi spogliati, immaginavo

il sussulto tremendo che darà

nella notte che l’ultima illusione

e i timori mi avranno abbandonato

e me l’appoggerò contro una tempia

per spaccarmi il cervello.[1]

Nella parte centrale della poesia Pavese descrive la reazione che la rivoltella ha nel momento in cui preme il grilletto.  Sembra quasi che la pistola stessa muoia tra le mani del poeta; quando preme il grilletto, infatti, la rivoltella ha un sussulto, un tremito che la scuote come viva. “Fu come lo spasimo, l’ultimo strappo atroce di chi muore”; in questo verso l’immagine è resa chiara dalla similitudine che paragona i movimenti della rivoltella allo spasimo che colpisce l’uomo nel momento della morte. La rivoltella assume dunque i connotati del suicida, ne diventa il simbolo stesso: il mezzo di morte che diviene allo stesso tempo la vittima. Una morte violenta e istantanea quella simboleggiata dalla rivoltella, una morte che non lascia tempo ai lamenti, ai ripensamenti, proprio come quella che Pavese prepara per sé: una morte che sia un gesto di autoaffermazione, senza lamenti, tragica, non voluttuosa. E non è lo stesso Pavese, nel “mestiere di vivere” a dirci: “perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire?”; “E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di una vita”. E se la morte non è che il momento più importante, che da un significato a tutta una vita, e se la vita non è che la preparazione di questo assoluto momento, di certo Pavese, lungo tutta la sua vita, non fece che preparare, con l’attenzione di un artigiano la degna conclusione del suo dramma.

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[1] C. Pavese, La vita attraverso le lettere, cur. Lorenzo Mondo, Einaudi, Torino 1966.

Fonte: laresistenzadellapoesia

Matteo Giunt.

   
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