A se stesso – testo poesia e analisi testuale Giacomo Leopardi

La palinodia al marchese Gino Capponi analisi leopardi

A sé stesso è una poesia di Giacomo Leopardi scritta a Firenze nel settembre del 1833. Fu pubblicata, a Napoli, nell’edizione Canti nel 1835.

Questo componimento, insieme a Il pensiero dominante, Amore e morte, Consalvo e Aspasia, appartiene al cosiddetto ciclo di Aspasia.

La poesia è stata scritta in seguito all’esperienza amorosa non corrisposta da Fanny Targioni Tozzetti.

 

Testo della poesia “A se stesso” di Giacomo Leopardi

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.

Appunti sull’analisi di “A se stesso” di Giacomo Leopardi

A se stesso“: all’inizio non abbiamo pause, il ritmo è secco, battute lapidarie, ma spesso Leopardi indulge alla rappresentazione, all’amplificazione, alla spiegazione di quello che dice, mentre qui il discorso è rivolto a se stesso, non c’entrerebbe nulla il lettore. E’ un imperativo che il soggetto lancia a se con il bilancio disastroso di questo rapporto. Si può parlare di cuore quando si soffre. Oramai il momento esaltante dell’amore è finito, il soggetto dice basta, non vuole più neanche pensarci, è qualcosa che egli comanda a se stesso. Il tempo futuro è tutto in affermazione negativa, mentre il tempo passato remoto dice qualcosa di definitivi: “l’inganno estremo” rispetto a una visione del mondo che vi era nei canti precedenti (anni ’30 qui dove ha ormai raggiunto la sua maturazione). C’è la raffinatezza dei tempi verbali. E’ rimasto che dentro di lui è spenta non solo la speranza ma anche il desiderio di provare qualcosa di questi inganni che danno l’illusione della felicità che invece non la danno. Le frasi sono come delle epigrafi che si potrebbero mettere su lastre funebri. C’è qualche piccola spiegazione “assai palpitasti” però non c’è nulla a questo mondo che valga in modo tale da poter suscitare in lui tutto questo. Qui e poi in Aspasia appare un risentimento nei confronti della donna. Nella malattia d’amore infelice, il momento d’odio è topico, caratteristico, ricorrente (esempio maledizioni di Didone nel IV libro dell’Eneide) perchè l’amante infelice eleva la sua protesta che nasce dal tentativo vano di strappare da dentro di se quest’immagine che continua a provocare sofferenza. Partendo di qua Leopardi si adegua alla rappresentazione canonica della sofferenza d’amore, ma in realtà l’autore non imita palesemente la poesia dei suoi tempi, Leopardi non amava il lamento dell’amore infelice (esempi classici sono l’Eroides di Ovidio). Qui il poeta segue uno schema ma nello stesso tempo il suo discorso tende ad allargarsi quindi si passa da un discorso individuale a universale. Questo porta l’autore a lanciare delle accuse non più contro la propria donna che gli ha causato l’infelicità, ma passa a fare un discorso che può apparire misogino. C’è in lui una mancanza di sistematicità: ci sono dei punti fermi ma ci sono anche dei momenti in cui Leopardi esprime, in certi frammenti, il suo pensiero che può apparire contraddittorio rispetto ad altre cose dette. Leopardi ha una mancanza (non per il fatto che non è capace) che è disinteresse verso la sistematicità, non amava il sistema di alcune poetiche. Questa conclusione sottolinea che rispetto al suo sentire, l’oggetto è indegno (non lo dice chiaramente). La noia è l’atteggiamento di colui che è consapevole della negatività dell’esistenza e quindi non può attendersi altro. “Fango è il mondo”: il fango non ha sempre connotazione negativa nella letteratura ma in questo caso lo è. Il fato al genere umano ha donato la morte: suicidio. L’amore è un inganno perchè da felicità ma è un’illusione, porta il desiderio all’assoluto che poi cozza con la realtà che è negativa. Nell’uomo c’è un tempo rettilinea che lo porta a verificare l’infelicità. Si chiude con una battuta da Bibbia “e l’infinita vanità del tutto”: citazione dalle Ecclesiastiche, libro famoso di Giobbe. Nella Bibbia si racconta che Giobbe è colpito da disgrazie e ci sono degli esseri intorno a lui che gli fanno dubitare dell’esistenza di Dio. E’ il problema della sofferenza e del male che assilla la letteratura. Nelle Ecclesiaste la spiegazione è data: i mali arrivano e sono una prova, e di fronte a questi il credente si rende conto che nella vita di tutti i giorni possono avvenire le disgregazione e l’atteggiamento corretto è quello di accettare gli eventi e mantenere la fede. La risposta greca / atea è che non c’è nessun senso, quando di va nell’al di la non esiste l’anima e nessun risarcimento. Secondo Leopardi tutte queste sono favole: gli antichi le elaboravano per nascondere e poi decifrare il corso dell’esistenza e i suoi drammi. Leopardi usa il versetto biblico ma estrapolandolo e mettendolo a suggello senza intenzione di poter poi aggiungere altro. E’ importante ricordare l’inizio delle Ecclesiaste: dice che si, le cose del mondo sono vane, ma esiste altro. Manzoni invece sosterrà che c’è la provvidenza: bisogna sempre avere fede. La chiusura del romanzo manzoniano è una chiusura perfettamente cristiana. Mentre qui il discorso di capovolge, si prende atto della vanità del tutto ma si dice con chiarezza che non ci possono essere altre spiegazioni. C’è qualcosa di misterioso dell’accanirsi del fato nei confronti del soggetto che soffre.

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