Vita scritta da esso (Vittorio Alfieri) analisi e struttura

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Analisi vita scritta da me stesso Vittorio Alfieri

La Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso è l’autobiografia di Vittorio Alfieri, pubblicata postuma nel 1806 (con la falsa data del 1804). Scritta a Parigi tra il 3 aprile del 1790, Sabato Santo, e il 27 maggio, fino al capitolo XIX dell’Epoca Quarta, venne risistemata a partire dal 4 marzo 1798. Ricopiata nel 1803 fino al 2 maggio, il 4 maggio il poeta ne riprese la narrazione, portandola fino al 14 maggio 1803. Il poeta morì pochi mesi dopo, l’8 ottobre dello stesso anno. L’opera rimase incompiuta e venne pubblicata postuma nel 1806, con una datazione falsa (“Londra, 1804”).

Introduzione all’analisi di “Vita scritta da esso” di Alfieri – inquadramento storico

Il secondo settecento rappresenta una svolta nella nostra letteratura, facendo delle arcate cronologiche la letteratura italiana segue un corso abbastanza lineare fino a metà settecento; fino al seicento compreso si può dire che le poetiche che si affermano in Italia diventano dominanti anche in Europa. Il seicento è periodo della ‘crisi’, e l’ultimo grande scrittore da ‘esportazione’ che abbiamo è Marino. Questo secolo segna uno spartiacque, l’Italia esce un po’ dal giro politico importante dell’Europa, nel ‘500 è stato terreno di conquista e di lotta francesi e spagnoli. l’Italia nel 700 non è più il punto di partenza delle filosofie e poetiche che si affermeranno in Europa, l’Illuminismo non è di certo un invenzione italiana. Arriva in Italia grazie soprattutto ad una serie di intellettuali la cui appartenenza regionale comincia ad essere un po’ diversa: cominciando dalla Toscana nei secoli precedenti le cose vanno cambiando, il nord prima poco rappresentato nel ‘700 vede un cambiamento radicale. Diventa fondamentale Milano, tra 700 e 800 è la vera capitale culturale italiana, anche con altre città importanti. Roma per esempio emergerà culturalmente soltanto dopo l’Unità di Italia. Si affacciano anche città e regioni prima praticamente inesistenti, come il Piemonte di Alfieri, che aveva avuto un periodo importante durante il 600 con la dinastia Sabauda, che aveva capito quanto fosse necessario valorizzare la politica culturale. Nel 700 la cultura piemontese comincia ad avere un suo valore, molti intellettuali con Milano come punto di riferimento, durante le crisi con Napoleone e nel ’48 quando si pensò che l’Italia poteva liberarsi dagli austriaci, si trasferirono in Piemonte. Come Firenze vede venire alla luce uno dopo l’altro scrittori fondamentali(le tre corone), nasce così in Piemonte Vittorio Alfieri, scrittore moderno, che con Parini, Foscolo e Manzoni permettono alla cultura italiana di ritornare ad un livello alto.
Quando la rivoluzione esplode a livelli maggiori, ad esempio nel periodo del ‘terrore’, le cose cambiano, Alfieri e la contessa d’Albany si trasferirono a Firenze. Alfieri ha una vita turbolenta, non è un intellettuale tranquillo, scopre fin dall’inizio la sua vocazione da scrittore. I piemontesi del tempo parlavano in dialetto o francese e l’italiano era una lingua che conoscevano poco; Alfieri fu importante anche per l’immagine che diede di sè (durante la rivoluzione quando arrivarono i francesi si diedero alle scene Alfieri in funzione della nuova ideologia rivoluzionaria che Bonaparte e i francesi avevano portato in Italia), dal punto di vista della messa in scena concreta è un fatto ottocentesco dopo la morte dello scrittore. Il fascismo cercò di rivalutarlo anche se la sua insistenza sui valori di libertà e repubblica andavano in conflitto con il partito.
Quando Vittorio Alfieri prese infine atto di aver esaurito la propria vena di scrittore e drammaturgo, cominciò ad avere l’idea di scrivere una ‘specie’ di autobiografia, è il periodo in cui questo tipo di opere si diffonde, non è un fatto nuovo però il 700 segna una forte frequenza di questo genere letterario, che può essere interpretato in molti versi (autobiografia ideale, del ‘cuore’). Per questi scrittori di fine 700 anche quando non scrivono autobiografie nelle loro opere il raccontare di se diventa importante, ma non è soltanto il raccontare di se, quanto una volontà da parte dello scrittore indipendentemente dal suo stile o dalla sua sincerità, di fare una promozione di se e creare un immagine, un icona di stesso. Questo serve anche perchè di fronte alla complessità di una cultura sempre più ampia e variegata e alla nascita di un pubblico molto più ampio, di fronte alla nascita di molti generi letterari di intrattenimento c’era la necessità di prendere le distanze da una letteratura di ‘consumo’. Quando uscirono le prime tragedie rispose a certe obiezioni, fu uno scrittore che volle sempre mettere in pubblico la propria ‘officina letteraria’. Questi tratti autobiografici ci interessano non tanto per scoprire chi era l’autore, ma perchè aggiungono qualcosa ai vari significati che le sue opere possono assumere.

La vita scritta da esso di Vittorio Alfieri pubblicata dopo la sua morte con molto successo. L’introduzione è tipica della letteratura moderna, quella antica e classica non aveva bisogno di spiegazioni, ma avvicinandosi all’età moderna lo scrittore sente il bisogno di introdurre e spiegare. Nel caso di Alfieri l’introduzione iniziale è lapidaria, breve. ‘amore di sè’ si era scoperto che alcune espressioni dell’io prima indicate come negative vengono riviste come positive, ad esempio questo amore di sè veniva visto come una ‘molla’ di azione, affermare se stessi è produttivo, una spinta che il soggetto può avere nell’azione e nella attività intellettuale. L’esigenza del piacere è legittimo, la ricerca della felicità, l’amore di se sono elementi moderni; non c’è rapporto tra la spinta a scrivere e la qualità di scrittura, il vero e il bello sono due facce della stessa medaglia, questi due elementi e l’amor di se devono essere congiunti ad un dono, delle capacità. Alfieri aveva scritto molto di se, ebbe molti amori, era un personaggio dal punto di vista fisico non seducente ma con una propria passionalità. Racconta di alcune avventure della sua prima parte della vita, riproposte dopo molti anni e mentre esalta la sua vicenda amorosa con la contessa D’Albany, queste vicende amorose del passato vengono viste come una sorta di ostacolo alla sua vera vocazione poetica. Egli stesso gioca sul dire e il non dire, essendo un aristocratico. Sul raccontare la propria infanzia Rousseau aprirà la strada, poi sarà frequente. Alfieri spiega che dividerà l’opera in 5 parti, bisogna trovare una soluzione per calibrare la quantità le cose da dire in base al lettore. Ci possono essere degli episodi che sembrano poco significativi, ma per il soggetto sono molto più importanti di quanto possono apparire, e ciò è tipico del genere umano. Si credeva che l’azione dovesse essere oggetto di racconto, ma qui si può introdurre anche l’analisi di se. Nel caso di Alfieri si prende atto che l’indagine del soggetto si può anche estendere in altri generi letterari, scoprire la complessità interiore del personaggio è cosa più recente. Nell’introduzione si vede uno scrittore lungimirante, perchè è consapevole di ciò che ha fatto prima e capisce che sempre di più ci saranno opere in cui prevarranno questi elementi di scandaglio interiore, ciò andava a cozzare con una tradizione diversa, perchè in Italia al vertice della gerarchia letteraria vi era il poema e la tragedia, quest’ultima soprattutto era ancora molto presente. La tragedia aveva uno statuto molto elevato, e mentre Alfieri scrive La Vita ciò gli è tutto chiaro, infatti chiude l’introduzione insistendo sullo studio umano; ‘opera dettata dal cuore e non dall’ingegno’: ciò che si conosce meglio è se stesso, vuole analizzarsi in modo che in lettore potrà confrontare le opere che ha fatto con questa che scrive di se. Quanto allo stile..’lascerò fare alla penna’ uno stile naturale, per lui è fondamentale la collocazione delle parole. Lo straniamento è lo strumento essenziale per il rapporto col lettore, la tragedia necessita stile elevato e lontano dal linguaggio comune. Ma se si vuole stabilire col lettore un rapporto diverso, parlando di se, bisogna utilizzare un linguaggio diverso, come una parità tra chi scrive e chi legge. Brano dei viaggi: Alfieri esce dall’accademia militare e va in giro per l’Europa, ha molti sostegni economici e fondamentali lettere di presentazione. Descrizione di una natura esotica, il brano parla di attraversamenti del mare del Nord, novità perchè qualcosa che lui ha veramente vissuto, accompagnato da un domestico, Elia. Pag.48 capitolo 9: ‘io sempre incalzato dalla smania dell’andare’, c’è consapevolezza del proprio carattere inquieto, egli lo ritiene positivo. Si trova a Stoccolma e si dirige a Pietroburgo, erano viaggi rari ma la Russia era di moda, si era affacciata da poco all’Europa; un pescatore lo avverte che l’attraversamento era difficile, ma avendo una grande imbarcazione riuscì a passare, la novità e il rischio lo divertì moltissimo; a Pietroburgo ha una reazione tipicamente Alfieriana, cioè di rigetto, se la prende con Voltaire e Caterina II che avevano esaltato la Russia. Nella prima parte de La Vita abbondano scenari nuovi e in cui può emergere, risaltare il fatto che lui è protagonista, dentro queste vicende. E’ sempre al centro un Io fortemente rilevato, che descrive la scena e mette se stesso come assoluto protagonista di ciò che viene raccontato. Dopo i viaggi si dà nella sua vita rilievo alle vicende amorose perchè qui deve emergere il carattere passionale del personaggio. Quando si legge la vita rimaniamo colpiti dal suo carattere alterno. Tutto questo piacque molto ai romantici. La sorpresa nasce dal fatto che quando il pubblico legge la vita, conosce le sue tragedie (l’opera più importante), dove la passione non manca, ma è contenuta e dominata: solo un lettore attento può coglierla. Essendo la tragedia uno spazio di conflitto, l’elemento emotivo e passionale viene messo in secondo piano. Il messaggio vuole essere: il tiranno è un uomo come gli altri ma su questo prevale una capacità del personaggio di dominio della passione, oppure la passione viene dissimulata, cioè che non viene esplicitata, però ci sono degli indizi per il lettore che deve essere in grado di dimostrare che sotto il dominio di se c’è qualcosa che bolle, il personaggio è tanto più grande quanto prova questa passione, però è in grado di far prevale su questo elemento il dominio, non filosoficamente, ma come capacità che ha l’eroe di privilegiare l’obiettivo che è quello biologico-politico. Esempio: Antigone ammette di provare con la sua sensibilità delle emozione, ma non lo esplicita in modo diretto. In apparenza lei dice di no al sentimento, e in ciò è implicato anche il fatto che ha un dramma: appartiene a una famiglia incasinata (lei è frutto di un incesto), Antigone quindi non vuole sposarsi e non vuole avere figli perche la sua famiglia deve estinguersi.
Procediamo ad analizzare gli amori di cui parla Alfieri sono caricati, in cui il personaggio vive in modo drammatico e altalenante, spesso con donne che non sono alla sua altezza, finiscono per accumulare una tensione drammatica fortissima. Perchè racconta questo? Lui non ne esce sempre positivamente. Se c’è un dominio assoluto della passione si possono accettare degli atteggiamenti che risulterebbero, in altro luogo non accettabili.
• Storia con Penelope Pitt: la conosce a Londra. La seduzione avviene all’opera. Che l’Alfieri sia amante delle donne è sicuro, ma a volte è anche misogino. Questa storia ha un inizio non favorevole: lui cerca di resistere alla seduzione del personaggio perchè lei aveva un fama non positiva, aveva avuto una serie di amanti, ma alla fine supera questo giudizio. L’inizio è tentennante, perchè l’autore ha molti dubbi su un situazione di questo tipo.
Capitolo X: “Scandalo”→ tutti potevano parlare della relazione ma non doveva accadere qualcosa per la quale si doveva prendere atto della situazione (pag 53). Alfieri dice che cade in una rete: metafora di quelle più usate per la visione amorosa. Quest’immagine spiega bene l’idea che il soggetto amoroso è stato cacciato, diventa preda della bellezza della donna e della sua capacità di sedurre. Dice che si appassiona con “indicibil furore”: qualcosa di tragico, più dell’ira, qualcosa che quasi assomiglia alla follia. Nel mondo della letteratura questo termine era legato a soggetti di altro tipo. Il furor diventa qualcosa di applicabile alla passione amorosa con Alfieri. Anche nei racconti del passato si parla di questo, come per esempio in una novella del Boccaccio “Ghismonda” (si suicida per amore). L’idea della forza d’amore è giusta, esiste in molte pagine di letteratura, ma qui il discorso è diverso: non è solo la forza dell’amore che prima o poi accade, ma è qualcosa di estremamente amplificato, è passione che si lega al furore, che raggiunge dei livelli che non possono essere spiegati ne descritti. La relazione va avanti per cinque mesi. Una soluzione per vedersi era quando lei andava con il marito in una casa di campagna e lui, lasciando la corte, si intrufolava in quella casa. Fa una digressione: la passione diventa realizzata, fa provare un grande piacere che però è un’esperienza che spinge il soggetto a non sentirsi saziato e a rinnovare il più presto possibile quest’esperienza, è qualcosa di cui si ha sempre bisogno e poiché non possono vedersi tutti i giorni lui prova un delirio. Il delirio è uno stato d’animo in cui il soggetto non ha più il controllo di se (altro esempio è Marino: descrive lui stesso che aspetta l’arrivo dell’amante e intanto ha diversi stati d’animo, da una parte comincia a vivere la passione e dall’altro pensa che la donna potrebbe non arrivare mai). Se si racconta qualcosa che è distante dall’esperienza del lettore si può usare un linguaggio e ipotizzare la distanza tra autore e lettore, mentre se si scrive di una tematica di esperienze che tutti possono avere avuto diventa difficile, non si può raccontare qualcosa di comune, deve avere qualche aspetto particolare. Qui lo scrittore dice che è probabile che il lettore abbia provato quest’esperienza, ma lui l’ha provata a un livello tale che nessuno o pochi l’hanno provato: identificazione del lettore con quello che si sta raccontando, il lettore si confronterà con le vicende dell’autore. La seduzione raccontata è seguita da un’altra seduzione che è quella dell’autore nei confronti del lettore, perchè questo per andare avanti deve essere preso e coinvolto dalla storia. L’autore deve descrivere come è in preda al furore, perchè non riesce a sopportare il periodo di tempo tra un momento e l’altro. Cosa fare tra un momento e l’altro? La passione dei cavalli.
Alfieri definisce il suo amore pazzo: è qualcosa che il soggetto non può provare. Ha uno stato di esaltazione tale che commette delle imprudenze a cavallo. Doppia dimostrazione: da un lato una tensione che gli fa perdere il dominio di se e lo spinge a tentare qualcosa in modo sbagliato ed eccessivo, dall’altra parte l’alta considerazione di se lo induce a vedere la caduta come un’umiliazione e lo spinge a risalire sul cavallo e a battere la sua sfida. C’è da pagare un pedaggio: si è slogato la spalla destra, quindi deve stare a letto→ la crisi, perchè l’appuntamento sembra essere rimandato. Il personaggio non si fermerà di fronte al dolore del suo corpo, andrà comunque a trovare la sua amante (in carrozza perchè non può andare a cavallo, e la fasciatura gli si smolla e questo provoca nuovo dolore e perdita di sangue). Rivede questa donna ma di tutto questo il personaggio femminile non viene mai citato, non si esprime quello che sente la donna. Dopo richiama il medico perchè la spalla è peggiorata, ma decide comunque di andare a Teatro e qui sente fare il proprio nome: è il marito dell’amante. Il marito lo rimprovera del fatto che era stato più volta a casa sua ma lui smentisce. Ma il marito più lui dice di no, più aggiunge dei dettagli. Si pensa che il marito abbia pagato dei servitori per sbirciarli, ma in realtà glielo ha confessato la stessa moglie. Da parte dell’amante c’è l’idea che egli comunque deve negare l’evidenza (l’adulterio in questo periodo era gravissimo, la donna non aveva nessuna difesa). Ci sono dei particolari:
-la donna ha raccontato tutto e non si sa il perchè. La donna è negativa e ha una sorta di fine distruttivo. Le donne che preludono a un rapporto importante non vengono trattate bene.
-la sua reazione è di chiudere la vicenda, dopo che la donna ha raccontato qualcosa di intimo che per il personaggio è una delusione. Decide di battersi anche se non era molto bravo e inoltre non aveva una situazione fisica adatta.
-lui decide di non seguire le regole fondamentali, ma descrive un duello quasi selvaggio. Noi apprezziamo il comportamento del marito, il quale si accorge che l’altro non rispetta le regole e in realtà si difende, poi si scusa e non appena il protagonista si scopre lui lo colpisce ma di una ferita leggera perchè non voleva ucciderlo, e Alfieri non lo uccide perchè non ne era in grado. Il marito era soddisfatto così e domanda se anche lui ne era soddisfatto, ma non lo era.
All’interno di questa tensione, di questa svolta improvvisa, il personaggio dimostra una forza d’animo, almeno al di fuori, che è in grado di rientrare nel Teatro come se nulla fosse accaduto. Lui sa benissimo che la cosa non finisce li, diventerà oggetto di una diceria pubblica. Finché è una diceria privata è un conto, ma dopo un duello di questo tipo e la decisione del marito, magnanimo, c’è un qualcosa che porta i due alla separazione; ma tutta la vicenda è sempre rivolta su di se, comincia a pensare a cosa accadrà alla donna. In realtà le cose non furono drammatiche, lui si libera della donna, anche dopo la scoperta del tradimento con lo stalliere, e più in la loro ritornano in contatto ma non accade nulla. Rimane un episodio importante della propria esistenza che sta a dimostrare la volontà da parte dello scrittore di volerlo raccontare. Questo racconto è vicino al romanzo, che è il genere di maggior successo e Alfieri se ne sta accorgendo. La maggioranza del pubblico era interessato non ai personaggi della tragedia, ma a una vicenda adulterina: un fatto individuale che non incide nella realtà. E’ una presa d’atto del cambiamento del gusto di questo periodo. Alfieri stesso era in grado di valutare che rispetto alla letteratura alta si imponeva una letteratura di intrattenimento, con l’imposizione di un circolo borghese. Foscolo porterà questi concetti alla realtà del senso, ma perchè durante il suo periodo erano già inseriti, mentre Alfieri fa un salto intellettuale del modo di vedere nella sua epoca però rimane comunque legato a un’ottica più arretrata. Se ad un certo punto termina la sua attività tragica un significato l’avrà: capisce che deve prendere atto del nuovo genere. Quindi quando a 45 anni si mette a raccontare della sua vita scrive e introduce, in micro racconti un romanzo particolare: abbiamo qui, sempre e soltanto, uno scrittore narcisista e così preso dalle proprie vicende che racconta si una vicenda degna di essere raccontata ma deve essere interpretata come una sorta di romanzo. Ci sono tanti personaggi ma è tutto concentrato sulla sua personalità. Alla fine di questa vicenda il personaggio femminile viene mandato sempre più in basso e il personaggio maschile è come se avesse una sorta di liberazione da questa storia.

Continuiamo l’analisi della “Vita scritta da esso” dicendo che Alfieri lega le sue esperienze negative alla nascita della vocazione letteraria. Ci sono due ipotesi quando gli scrittori parlano da se: da una parte sentono una forte attrazione per la scrittura da quando hanno iniziato a leggere, dall’altra parte si punta a una maturazione inconscia che emerge in rapporto a qualche vicenda che accade al soggetto. Alfieri adotta la seconda soluzione: vuole dare l’ idea di un personaggio calato nel mondo in cui vive. Quindi l’idea di un intellettuale non chiuso ma che ha una coscienza allargata sia al mondo che lo circonda sia per le esperienze personali.
(Pag. 61): c’è una nuova amante, sposata. Alfieri definisce l’Opera come ‘insulso e tediosissimo divertimento di tutta Italia’, non ama l’opera perchè la trova priva di significati, il melodramma di questo periodo è giocato su un sintagma che poi si diffonderà in tutta Europa: non conta la vicenda in se ma il virtuosismo dei cantanti. Il “bel canto” si gioca in una melodia facilmente accessibile a tutti e una serie di virtuosismi e acuti che mandavano in visibilio il pubblico. La storia in se era poco importante, lo era alla fine del 500 e solo per il 600. Sono vicende convenzionali che si ripetono, veniva ‘saccheggiato’ Metastasio perchè creava storie già melodiose in partenza. Secondo l’abitudine del tempo i compositori potevano riprendere opere scritte e metterle in musica, apportando dei tagli. Per Manzoni che non sopportava la letteratura di intrattenimento, questa ripugnanza di rifiutare il melodramma appare spesso, quando ormai ha fatto le sue opere principali.
Qui si racconta come egli constati una sorta di situazione per cui egli viene preso per queste passioni amorose che lo mettono in una condizione subordinata, è come se egli subisse la passione e anche le angherie delle donne che diventano oggetto di questo rapporto. A un certo punto decide di smettere, prende la decisione che egli si rifiuterà di sottostare a queste relazioni per dedicarsi a qualcosa d’altro, e siccome non si fida di se vuole trovare degli strumenti per mantenere questa decisione. In un’epoca di trasgressione e della diffusione del libertinismo, egli vede in queste passioni che si succedono, qualcosa che gli impedisce di crescere e realizzarsi. Il mito dello scrittore: non può essere uguale agli altri, deve distinguersi→ si fa legare alla sedia. Si crea il mito del personaggio isolato, difficile da capire, guardato con diffidenza. Importa il fatto che il protagonista è consapevole di questo e non cerca di nasconderlo (esempio Manzoni che crea una distanza tra se e il mondo che lo circonda, anche Leopardi). Il personaggio ha sempre un impegno di collocarsi in un ritratto. Anche Foscolo e Manzoni scriveranno il loro ritratto.
La passeggiata solitaria esiste fino alla letteratura delle origini: il soggetto, non sopportando più il consorzio umano, vanno passeggiando in giro. Poi le cose possono cambiare come nella novella di Boccaccio di ‘Nastagio degli Onesti’.
Nel caso di Alfieri c’è sempre l’idea della donna cattiva che distoglie il soggetto dalla maturazione. Alfieri decide di lasciare tutti i possedimenti alla sorella. Questa sua tendenza ad essere eccentrico si nota in particolari. Qui la letteratura nasce da una punizione che egli si vuole infliggere: da un lato si costringe a stare chiuso in casa, ma l’idea di bloccarsi, ovvero una sorta di chiusura in se stesso, come se fosse una confessione di se. Lo scrivere la poesia vuol dire esprimere le emozioni che ha dentro di se sulla carta. Non è solo lo sfogo di chi urla, il furor poi alla fine si concreta in parole che vengono scritte entro delle regole: in 14 versi lo scrittore proietta una sensazione e allo stesso tempo esprime una valutazione. Così dal sonetto si passa a un’opera che egli aveva li, ovvero “Cleopatra”, e decide di andare a comporre una Cleopatra lui: amore che porta i due personaggi alla rovina. L’idea della Cleopatra, ovvero della donna che seduce. Comincia a preoccuparsi di dover costruire un’opera, il fatto di sentire il desiderio di scrivere (che dovrebbe sostituire il desiderio della donna che lo fa perdere), ma questo non riesce a realizzarsi perchè non ha esperienza. Quello che sembra assodato è il fatto che il desiderio di scrivere diventa qualcosa di molto forte. Far vedere quanto si sia impegnato in questo mostra maggiormente la sua incapacità nello scrivere. Come il desiderio della donna era punto di partenza per conquistarla, così il desiderio di scrivere è il punto di partenza per conquistare il vero stile. La tragedia viene messa in scena per due serie, alla terza racconta di averla vista recitata a teatro e la sua a confronto non è niente. E’ sincero e consapevole. C’è la ripresa di un lessico amato dal poeta, ma non si tratta più di fatti essenziali, ma qualcosa legata alla scelta definitiva che è quella dello scrivere. Scrivere non è consolatorio ma è qualcosa di più alto, non si scrive perchè si è malinconici o si soffre per amore, ma si deve scrivere per altro. Qua inizia a morire una linea importante della poesia italiana in cui si nega il valore assoluto dell’amore come punto di partenza nella vicenda letteraria (contrario alla poesia del sentimento). Alfieri utilizzando questo raccontino ci fa riflettere alla lettera su quella che è la sua vocazione letteraria, ma comincia a mostrare la riflessione su che cosa serva la letteratura. I poeti sentono il loro punto di partenza con particolare ansia di se, attenzione, con volontà di precisare perchè sono portavoce di un’idea nuova di letteratura che diventerà Romanticismo. Ci sono elementi nuovi che rimandano a un atteggiamento nuovo dello scrittore, del rapporto che ogni pone tra se e il mondo. Importante è il fatto che lo scrittore poi deve pubblicare, lo scrittore non scrive mai per se. L’operazione letteraria vale perchè non è un’operazione solitaria, ma se io scrivo è perchè ho un immaginario lettore dall’altra parte. Ma il problema non finisce qui, non ci si può accontentare di un lettore immaginario, di una proiezione che il soggetto fa davanti a se, il momento cruciale è la pubblicazione: le opere vanno fuori dalla tua orbita e vanno in mano a qualsiasi persona. Ci può essere una mediazione, una fase intermedia in cui colui che scrive sottopone la propria scrittura a una valutazione di lettore non molto estesi ma significativi. Ad Alfieri piaceva recitare le proprie tragedie, e quindi noi abbiamo che capitava che l’autore venisse invitato a dare un saggio della propria opera. A pag. 68 si racconta come egli fosse stato invitato a recitare l’Antigone. Non dobbiamo pensare a un teatro ma a una sorta di recitazione fatta da dilettanti, da persona che aveva capacità di leggere e interpretare, e si racconta di un’aristocratica che fa Antigone e lui interpreta Cleonte. Questo è il secondo passo, l’ultimo è il fatto che l’opera viene mandata attraverso alla pubblicazione: pubblico che può comprare o no, può essere colto o incolto, può avere pregiudizi, ma l’autore deve affrontare questo. Vittorio Alfieri era un autore che amava il dibattito. E un continuo esporre, parlare di se e mettere se al centro dell’operazione letteraria. La letteratura nasce dalle vicende del soggetto, mentre per altri, come Dante, la letteratura nasce da qualcosa che sta fuori dal soggetto: la divinità o il fare discorsi come la difesa della patria o l’amore della famiglia. Qui invece tutto nasce da un’indagine di se. E’ questa vocazione letteraria che arriva tardi, in forme prepotente, e che si impone all’Alfieri di prima, e fa passare attraverso una lotta difficile una serie di ostacoli, ed egli a quel punto si può dedicare alla letteratura e arrivare a un punto fondamentale che è la scelta della pubblicazione, che avveniva a spese di cui pubblicava. Alfieri dice che il vero scrittore è l’aristocratico perchè può pubblicarsi da solo i propri libri. Il progetto di Alfieri era da grande scrittore, quindi pubblica.
Pag.71 “La fuga dalla Francia rivoluzionaria”: lo scrittore aveva un obiettivo, ovvero andare a vivere nella città culturalmente più importante, a Parigi, ma va quando inizia la Rivoluzione. Ma Alfieri vedeva in certe scelte che coinvolgevano il popolo e la borghesia qualcosa di positivo. Un evento importante è il 14 Luglio, l’assalto alla Bastiglia: vedere questo assalto non corrispondeva al popolo e all’eroe che lui aveva dipinto nelle tragedie, questi erano personaggio popolari, selvaggi. Quando vede la scena della picca con sopra la testa tagliata, dice che nelle rivoluzioni sono cose che accadono, e nella città di Parigi ancora hanno un senso per lui e assume un atteggiamento positivo. Questa scena è un quadro importante che nella letteratura di questo periodo diventa veicolo di un insieme di idee di ideologie ma anche di orrore. Abbiamo questo inizio positivo, ma poi una delusione grandissima, perchè avevano sottovalutato quello che poteva accadere. Quando nel corso del tempo le vicende diventavano negative, Alfieri cominciò ad avere paura. Una svolta fu il tentativo di fuga di Luigi XVI e Maria Antonietta dalla Francia. Prendono il potere i giacobini, è il periodo del terrore. Alfieri capisce che non è più il caso di stare a Parigi, i sogni di stare in quella città si scontravano con la realtà. I giacobini iniziano una eliminazione fisica degli aristocratici, e a quel punto Alfieri intuisce il rischio che sta correndo, comincia a chiedere dei passaporti e racconta un episodio: quando arriva alle barriere, avendo i passaporti, le guardie non fanno obiezioni, ma li vicino c’era un’osteria e quelli che vi partecipavano, escono fuori perchè non vogliono farli scappare, poiché li ritenevano nemici del popolo.

 

   
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