Un’antica città gallica scomparsa nel nulla: la storia di Alesia

Di una città importante al centro dell’antica Gallia oggi non c’è più traccia. Probabilmente Alesia era costruita tutta in legno e nel 52 a.C. subì l’assedio di Giulio Cesare e delle sue 4 legioni.

Alesia fu una città gallica, di discussa collocazione, che venne posta sotto assedio da Giulio Cesare nel corso della conquista della Gallia nel 52 a.C. e nella quale si svolse una decisiva battaglia per la libertà della Gallia stessa.

La posizione della città e le vicende dell’assedio e della battaglia sono descritte tra i paragrafi 69 e 90 del Libro settimo del De bello Gallico cesariano.


Con un grosso gruppo di ribelli dentro quelle palizzate si era rifugiato Vercingetorige. Era costui un nobile d’Alvernia, terra di montanari bellicosi e, come il padre Celtillo, aveva aspirazioni di egemonia su tutte le genti celtiche.
Contro i Romani si scatenarono un po’ tutte le popolazioni galliche, anche quelle considerate amiche e collaborative. Prudentemente Cesare aveva approntato una doppia cinta difensiva di 19 chilometri, una verso la città e l’altra verso l’esterno e in essa finì per fungere sia da assediante che da assediato.

« La città di Alesia si trovava alla sommità di un colle molto elevato […] Le radici di questo colle erano bagnate da due parti da due fiumi. Davanti alla città si estendeva una pianura di circa tre miglia, dagli altri lati la città era circondata da colli di uguale altezza posti a non molta distanza. »


Dopo una settimana di scontri e di fame sempre più crescente i Galli, evidentemente più stremati, abbandonarono Alesia al suo destino.
Poco dopo Vercingetorige con tutti i suoi aprì le porte e si consegnò al vincitore. Lui fu rinchiuso in prigione con tutta la sua famiglia per essere esibito a Roma come preda di guerra mentre tutti i suoi finirono in schiavitù. Ogni legionario lì presente ricevette un celta in premio.
L’anno seguente Vercingetorige e i suoi familiari seguirono il carro di Cesare ‘trionfatore’ e a Roma trovò una prigione sicuramente più comoda.
Il Senato, come di prassi, aveva chiesto che la testa e le mani del capo ribelle fossero esposte nel Foro ma Cesare aveva altro da pensare. Dovette combattere quasi ininterrottamente e sempre vittoriosamente in tante battaglie e nei brevi soggiorni nell’Urbe cercò sempre di differire a data da destinarsi la sorte dell’illustre detenuto.
Nel 46 infine dovette cedere e a Vercingetorige riuscì solo a garantire, come effettivamente fu, che la sua famiglia al completo sarebbe tornata in Gallia libera.

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