Ulisse incontra Tiresia: un antico dipinto di Dolone, pittore greco

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Quando ci inoltriamo nel mondo classico, osservando immagini, che riprendono versi, e comprendiamo come gli artisti del tempo sublimavano con l’ arte una sacralità che accompagnava il loro vivere quotidiano , non possiamo non sentire un’ infinita ” nostalgia”!

Ho trovato questa descrizione di uno dei dipinti di Dolone e ho pensato di farlo leggere! Davvero interessante.

ULISSE INCONTRA TIRESIA NELL’ ADE (Odissea) e il RITO NECROMANTICO : Un’ opera del “Pittore di Dolone”, degna di essere ricordata, è la decorazione del cratere (Parigi, Bibl. Nationale) con la rappresentazione di “Ulisse che interroga l’ombra di Tiresia” (figura 1): Ulisse è raffigurato seduto su una roccia con le gambe in posizione di tre quarti e con un accenno di scorcio per quanto riguarda le cosce e l’avambraccio destro. Anche il piede sinistro è mostrato in scorcio ed il disegno ne rispetta la sua grandezza prospettica (maggiore). Si osservi anche il suo pugnale che ha una lunghezza superiore a quella del fodero che dovrebbe contenerlo. Ai suoi lati stanno i due compagni con lo sguardo diretto verso di lui, simmetricamente opposti e, nonostante la loro collocazione sullo stesso piano, c’è un deciso senso di spazialità per via delle loro ridotte dimensioni: basterebbe immaginare Ulisse in piedi per avere un’idea della differenza di altezza e quindi del senso di profondità.Ai piedi di Ulisse ,emerge la testa di Tiresia . Il rito necromantico, che nella pratica cultuale e nella letteratura greca è chiamato Nekyia (in greco antico νέκυια), è un rito attraverso il quale spettri o anime di defunti venivano richiamati sulla terra e interrogati sul futuro. Ed è proprio dalla letteratura greco-romana che a noi sono giunti gli esempi più famosi, come Odisseo-Ulisse (Od. XI) ed Enea (En. VI), per entrambi i quali il termine Nekyia, anche se non necessariamente assimilabile a una catabasi (cioè il viaggio fisico vero e proprio nell’aldilà), è usato per illustrare sia il rito necromantico sia il viaggio fisico nell’Ade: eventi che in effetti offrono ambedue l’opportunità di parlare con i defunti.

Il più antico riferimento al rito necromantico viene proprio dal Libro XI dell’Odissea: il passo è così intrigante che su di esso l’archeologo-scrittore Valerio Massimo Manfredi ancora nel 1990 aveva costruito un romanzo giallo, “L’oracolo”, ripreso e aggiornato recentemente per inserirlo, dopo “Il giuramento” e “Il ritorno”, come terza tappa dei romanzi su Odisseo “Il mio nome è Nessuno”. Odisseo, alla corte dei Feaci, racconta che, ottenuto il consenso per il ritorno a casa dalla maga Circe, viene avvertito dalla stessa dea che prima di volgere la prua verso la patria Itaca, avrebbe dovuto discendere agli Inferi per consultare l’anima dell’indovino Tiresia. Odisseo parte e giunge fino all’Oceano, immaginato come un fiume che circondava le terre emerse, dove era collocato l’Oltretomba. Qui egli avrebbe dovuto scavare una fossa, versarvi in giro una libagione a tutti i morti: prima una bevanda di latte e miele, poi il dolce vino ed infine acqua. Avrebbe anche dovuto spargervi della farina d’orzo e per ultimo sacrificare alle divinità infernali una pecora nera ed un montone. Sarebbe quindi giunto Tiresia a predirgli il futuro e a indicargli la via del ritorno. Scrive Omero “Scavai la fossa cubitale, e miele/ Con vino, indi vin puro, e lucid’onda/ Versaivi, a onor de’ trapassati, intorno,/ E di bianche farine il tutto aspersi./ Poi degli estinti le debili teste/ Pregai, promisi lor, che nel mio tetto,/ Entrato con la nave in porto appena,/ Vacca infeconda, dell’armento fiore,/ Lor sagrificherei, di doni il rogo/ Rïempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,/ Immolerei nerissimo arïete,/ Che della greggia mia pasca il più bello./ Fatte ai Mani le preci, ambo afferrai/ Le vittime, e sgozzaile in su la fossa,/ Che tutto riceveane il sangue oscuro”. Odisseo dunque scava una fossa e la riempie di sangue sgozzando degli animali sacrificali. Sopraggiungono così le ombre dei defunti a bere il sangue e temporaneamente entrarono in contatto con i vivi: Elpenore, il compagno rimasto senza sepoltura in casa di Circe, l’indovino Tiresia, la madre Anticlea, morta dopo la sua partenza per la guerra di Troia, Agamennone, Achille, Aiace.

   
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