Tesina maturità sulla banca – percorso maturità (Tarcisio Infriccioli)

Economia degli intermediari finanziari l'arbitraggio , hedger e speculatore deinizione cos'è

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Nell’articolo 10 del “Testo Unico bancario”(decreto legislativo in vigore dal 1°settembre del 1993, con ultimo aggiornamento che risale al 4 marzo 2014), che disciplina l’attività delle banche, quest’ultima è definita come “l’esercizio congiunto dell’attività di raccolta di risparmio tra il pubblico e dell’attività di concessione del credito”.
Essa è un’impresa privata che distribuisce beni e servizi e fornisce alla clientela mezzi di pagamento e di intermediazione finanziaria fra offerta e domanda di capitali. Ha principalmente due funzioni:
– Funzione di deposito: consiste nella possibilità resa dalla banca ai singoli clienti privati di depositare i propri risparmi per motivo di praticità, con il vantaggio di un interesse da corrispondere a questi sotto forma di tasso d’interesse passivo;
– Funzione creditizia: consiste nell’attività di erogazione dei prestiti (ad esempio mutui) ad un tasso di interesse attivo.
Come tutte le imprese, essa ha sia costi che ricavi. La principale entrata per la banca è dovuta ai tassi d’interesse attivi, incassati dall’investimento di capitali raccolti, a cui si aggiungono le commissioni per i servizi resi alla clientela (ad esempio commissioni legate al conto corrente o alla gestione di un portafoglio di titoli).
D’altro canto, i costi che la banca deve sostenere sono molteplici, relativi alla gestione del personale, delle sedi, delle filiali, delle infrastrutture e anche agli interessi pagati a chi deposita presso la banca il proprio denaro.
Oltre alla gestione dei depositi e dei capitali investiti, la banca svolge altri tipi di servizi, come il cambio di valute straniere, il credito all’esportazione, emissione di titoli di credito, custodia dei valori in cassette di sicurezza e il supporto ad operazioni finanziarie (come la compravendita di azioni e obbligazioni).
Al giorno d’oggi sono stati creati strumenti e servizi (come il bancomat, self banking, home banking o servizi telefonici di call center) in grado di rendere il privato capace di svolgere operazioni bancarie anche quando gli sportelli sono chiusi.
Inoltre, in qualità di intermediario finanziario, essa si sostituisce a ciascun risparmiatore consentendo una riduzione dei costi di raccolta d’informazioni, valutazione e controllo.
Nei sistemi bancari moderni, esistono alcuni strumenti che difendono la stabilità del sistema, come l’assicurazione dei depositi o il ricorso alla banca centrale come “prestatore di ultima istanza”; in altre parole, in caso di mancanza di liquidità, le banche possono ricevere prestiti da parte della banca centrale.
Quest’ultima, è l’istituto che si occupa di gestire la politica monetaria di un Paese o di un’area economica che condivide la stessa moneta. In Italia,prima dell’entrata in vigore dell’euro, la banca centrale prendeva il nome di Banca d’Italia (con sede centrale a Roma). Al giorno d’oggi quest’ultima mantiene il ruolo di Banca centrale, anche se, per alcuni ordinamenti e per la politica monetaria, deve a sua volta riferirsi alla Banca Centrale Europea (BCE).

Moneta

Anche se vista con sospetto e risentimento in quanto imprese nate a scopo di lucro, esse rivestono una funzione economica di importanza notevole, tanto che la necessità di una banca nella società non è affatto una novità.
Si pensa che l’attività di deposito e prestito di merci sia stata esercitata per la prima volta a Babilonia, circa venti secoli prima dell’era cristiana. A quei tempi, i luoghi più sicuri per il deposito dei beni erano il palazzo del re ed il tempio delle divinità (certi che anche nei momenti di maggior pericolo, come le invasioni da parte di popolazioni straniere, quei luoghi sacri sarebbero stati risparmiati).
A quel tempo, fino alla comparsa della moneta, lo scambio o l’acquisto di un prodotto avveniva in modo diverso.
Si doveva ricorrere al baratto, ovvero il semplice scambio di beni o servizi con altri beni o servizi; l’assenza di una moneta però rendeva quasi impossibile il risparmio, dato che chi produceva un bene doveva consumarlo o venderlo prima che esso deperisca diventando così inutilizzabile.
Non solo, il baratto risultava anche inefficace quando si doveva ricorrere allo scambio di beni indivisibili.
Fu così che con il passare del tempo nacque l’esigenza di creare un bene che funzionasse come mezzo di scambio. Si pensa che la prima forma di moneta fu coniata in Asia minore tra il 1700 e il 1600 a.C. usando anelli in rame, ma in Italia venne usata solo a partire dal 269 a.C., con la costruzione della prima zecca sul Campidoglio, presso il Tempio di Giunone, a Roma.
Oggi, la moneta viene definita come “mezzo universale di pagamento, accettato da tutti come corrispettivo per la cessione di merci”.
Per poter svolgere le sue funzioni, essa deve avere diverse caratteristiche:
– occupare poco spazio, essere facilmente trasportabile ed occultabile;
– non essere troppo rara;
– essere facilmente riconoscibile, in modo da non venir confusa con cose che semplicemente gli assomigliano;
– essere divisibile, cioè separabile nelle quantità di volta in volta necessarie per i singoli scambi, senza che la divisione causi una perdita di valore unitario;
– essere inalterabile, facendo in modo che la sua manipolazione, il suo trasporto, la sua conservazione non ne causino il deperimento materiale;
– avere stabilità di valore, che dipende dalla persistenza di un costante rapporto tra la domanda e l’offerta.
Esistono diversi tipi di moneta, come ad esempio:
– Moneta merce, ovvero uno strumento di pagamento rappresentato da un bene dotato di valore intrinseco proprio; in altre parole, una merce che viene usata come mezzo di scambio;
– Moneta segno (così chiamata la carta moneta), ovvero un bene avente utilità solo come moneta, non possedendo alcun valore intrinseco. La sua origine è legata alla nascita delle banche;
– Moneta sussidiaria; prodotta in grandi quantità con leghe meno pregiate;
– Surrogati della moneta, riferendoci ai titoli di credito che danno il diritto di riscuotere una determinata somma in moneta legale; i più usati sono l’assegno circolare (promessa di pagamento rilasciata dalla banca) e l’assegno bancario (ordine di pagamento impartito ad una banca da un soggetto che ha in quella banca un deposito di conto corrente).
Come abbiamo detto precedentemente, la produzione del mezzo di pagamento ha anch’esso un costo; questo ci porta ha dover distinguere il valore intrinseco dal valore nominale.
Per quanto riguarda il primo, ci si riferisce al valore dello strumento usato come mezzo di scambio, ovvero il suo valore intrinseco corrisponde al costo effettuato per produrlo. Per determinare questo valore in riferimento ad una banconota, si tiene conto: dell’inchiostro, della stampa, del trasporto dalla stamperia alla banca e dei diritti sul sistema anti-falsificazione; mentre per la moneta il valore intrinseco è pari al costo per coniarla.
Il valore intrinseco dello strumento non deve mai superare quello nominale, per evitare il signoraggio negativo (ovvero un costo di produzione della moneta maggiore del ricavo che si ha spendendola), e perché gli utilizzatori sarebbero spinti ad usarla per scopi diversi dallo scambio (ad esempio fondendo il metallo).
Per quanto riguarda il secondo, è il valore segnato sulla moneta stessa e attribuito allo strumento, e il riconoscimento del suo valore nominale dipende solo ed esclusivamente dalla fiducia che chi riceve in pagamento una certa quantità di denaro ha di poter cedere a sua volta tale denaro ad altri soggetti in cambio di beni o servizi.
La moneta può anche essere soggetta a svalutazione, ovvero la perdita di valore di essa nei confronti di beni o servizi. Questo può causare il rincaro delle merci e delle materie prime importate e può anche avere effetti sull’inflazione.
Per quest’ultima, intendiamo l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo, che quindi genera una riduzione del potere d’acquisto della moneta stessa.
Altra voce importante che caratterizza la moneta è il suo potere d’acquisto, che possiamo definire come l’inverso dell’indice generale dei prezzi registrato in un sistema economico ad una certa data, che chiamiamo “P.A.(t)”, calcolabile con la formula:

P.A.(t) = 1/Pt

dove “Pt” corrisponde al livello generale dei prezzi al tempo “t”.

Crisi del ’29, crollo di Wall Street

La banca ricopre un ruolo fondamentale nella nostra società da sempre, garantendo stabilità all’interno del mercato, ma nel corso della storia si sono verificati anche avvenimenti negativi in cui essa era coinvolta; il caso più famoso fu quello del crollo di Wall Street.
La Grande Guerra, meglio conosciuta sotto il nome di Prima Guerra Mondiale, portò grande scompiglio in Europa, soprattutto in campo economico; tutti gli impianti industriali furono convertiti quasi integralmente alla produzione bellica, lavorando per 5 anni a pieno regime, portando al massimo sia il livello di produzione che l’occupazione.
Con la fine del conflitto, lo squilibrio fra la capacità produttiva sovradimensionata delle fabbriche e la brusca contrazione della domanda innescò una durissima crisi, che portò all’inevitabile aumento spropositato della disoccupazione.
Quest’ultima fu anche dovuta alle nuove innovazioni tecniche, come ad esempio la catena di montaggio, con lo scopo di ridurre la manodopera e quindi i costi per sostenerla.
Tutti i paesi belligeranti erano usciti stremati dal conflitto, fatta eccezione per gli Stati Uniti. Questi erano riusciti a raggiungere una posizione preminente nel sistema economico mondiale, grazie ad una forte capacità produttiva in campo industriale ed agricolo già evidente alla fine del XIX secolo e alla gran massa di prestiti accordati agli alleati dell’Intesa.
La produzione industriale del paese aumenta notevolmente, prima del 22% dal 1913 al 1919 e poi del 78% tra il 1919 e il 1929, tanto da spostare il centro finanziario mondiale dalla City of London alla Borsa di New York.
Sarà quindi fondamentale l’aiuto degli Stati Uniti fornito alle nazioni belligeranti europee; il finanziere americano Charles G. Dawes propose, all’inizio del 1924, un piano in base al quale gli Stati Uniti avrebbero sovvenzionato la Germania con prestiti a lunga scadenza, consentendo all’industria tedesca una forte ripresa in modo da rendere la nazione capace di estinguere i debiti di guerra nei confronti di Francia e Gran Bretagna, così che lo Stato americano avrebbe potuto riscuotere i crediti che vantava nei confronti di quest’ultime.
Questo ciclo rese l’Europa totalmente dipendente dalla nazione americana, che in quel momento sembrava destinata ad una forte crescita economica a tempo indeterminato; ma come sappiamo, le cose andarono diversamente.
In questi anni la produzione industriale salì alle stelle, soprattutto per quanto riguarda la produzione di beni di consumo durevole (ad esempio frigorifero, radio, aspirapolvere, lavatrice). Una su tutti, fu la produzione di automobili, che a sua volta fece da volano alla crescita trascinando con sé altri settori connessi e non, come l’industria metallurgica, della gomma, dei trasporti, edile e anche del settore petrolifero.
Questa alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato e ciò favoriva anche gli investimenti che permettevano un continuo aumento della produttività.

Uno dei problemi maggiori che portarono lentamente l’economia statunitense al declino, fu il fatto che non vennero posti limiti alle attività speculative delle banche (attività che svolge un determinato operatore finanziario che entra sul mercato in un determinato momento effettuando un certo tipo di investimento e presumendo degli sviluppi ad alto rischio, il cui esito, positivo o negativo, dipenderà dal verificarsi o meno di eventi su cui egli ha formulato le sue aspettative iniziali); questo accadeva perché si verificò una forte volontà degli acquirenti di detenere dei titoli, con lo scopo di aumentare il proprio capitale.
In sostanza, ormai si comprava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità del titolo, e, con l’aumento della domanda di essi, crebbe direttamente quella delle quotazioni.
Furono responsabili di questo anche i rappresentanti delle Holding (ovvero una società che possiede azioni di altre società) che detenevano portafogli d’azioni e che quindi avevano interesse che le quotazioni aumentassero in modo da spingere i risparmiatori ad acquistare titoli.
L’aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispondeva all’effettivo aumento della produzione e della vendita dei beni, tanto che, dopo essere cresciuto per via della speculazione economica, questo scese rapidamente e costrinse i possessori ad una massiccia vendita.
Il lunedì 21 ottobre 1929 si registrarono 6.091.879 vendite, seminando preoccupazione tra azionisti e speculatori.
All’inizio il problema venne preso sotto gamba; l’economista Irving Fisher sostenne che la caduta aveva rappresentato “l’eliminazione del codazzo nevrotico”, prevedendo che di lì in avanti la situazione sarebbe andata incontro al miglioramento.
Mercoledì 23, invece, fu un’altra giornata di nervosismo sul mercato, di fronte alla vendita di circa 2.600.000 azioni; moltissimi risparmiatori rimasero all’oscuro di questi eventi a causa del ritardo nella registrazione delle contrattazioni da parte del ticker (macchina che comunicava le quotazioni e le contrattazioni dei titoli).
Il giorno seguente, giovedì 24 ottobre 1929, segnò l’inizio di una serie di giornate rovinose per il mercato azionario, tanto che venne definito Giovedì nero.
Furono 12.894.650 le azioni che cambiarono di mano, a prezzi sempre più bassi e si cominciò a diffondere un clima di paura tale che nessuno comprava più.
Il giorno successivo, dopo una riunione tra i più importanti banchieri newyorkesi, presso gli uffici della società finanziaria “J.P Morgan & C.”, si rassicurò la popolazione lasciando capire che i grandi banchieri sarebbero intervenuti per placare la discesa dei prezzi.
Il fine settimana fu caratterizzato da una lieve ripresa, per poi giungere al martedì 29 ottobre 1929, famoso sotto il nome di Martedì nero.
Quello fu il giorno in cui avvenne il crollo della borsa valori di New York, presso lo Stock Exchange, ovvero la sede del mercato finanziario più importante per volume degli Stati Uniti.
Il prezzo delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni (come la General Electric) precipitò.
La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti, oltre ad avere investito i propri risparmi in borsa, aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole, indebolendo quindi le industrie produttrici di questo tipo di beni. Tutto ciò innescò un meccanismo che portò non solo alla riduzione dei salari e del personale, ma anche al ritiro del denaro dal mercato da parte dei piccoli risparmiatori, che provocò una crisi di liquidità e il fallimento di molte banche che trascinarono al declino le industrie nelle quali avevano investito.
Le scosse del terremoto finanziario americano si propagarono anche nei paesi industrializzati di tutto il mondo. La caduta del flusso di dollari da un lato e delle merci europee verso i mercati statunitensi dall’altro fu rapidissima; ci fu un rapido tracollo dell’occupazione, delle retribuzioni e degli investimenti.
Anche a tre anni dal giovedì nero la crisi continuava a colpire la società americana; in questa situazione di miseria, le elezioni presidenziali del 1932 furono vinte dal democratico Franklin D. Roosevelt che, una volta insediatosi alla presidenza il 4 marzo del 1993, parlò subito di New Deal.
Quest’ultimo fu un programma fondamentale per la ripresa dell’economia del paese; furono adottati vari cambiamenti, e tra i più significativi ricordiamo: la limitazione dei condizionamenti esercitati dall’alta finanza, rendere l’operato dei grandi gruppi d’imprese subordinato alle esigenze nazionali, il forte controllo del sistema bancario, la riduzione dei tassi d’interesse, l’abbandono della politica deflazionistica promuovendo la produzione della moneta, l’emissione di titoli di stato e la concessione di numerosi prestiti per risolvere il problema dei mutui.
Solo grazie a queste misure adottate dal Presidente in carica, alla fine del decennio si registrerà un’inversione di tendenza.

Sistema di sicurezza delle banche: sistemi di gestione interblocco e controllo aree self banking

Essendo un’impresa che gestisce attività economiche, e quindi sempre a contatto con denaro e ricchezze di vario genere, la banca è da sempre vittima di attentati da parte della criminalità, che, tramite rapine o mediante sistemi informatici, cerca di impadronirsi illegalmente dei tesori che essa conserva all’interno dei propri caveau o nelle cassette di sicurezza.
Con il passare del tempo si è cercato di giungere a soluzioni sempre più innovative ed efficaci per evitare tutto questo, fino a raggiungere risultati notevoli.
Con l’ausilio della tecnologia, al giorno d’oggi difendere una banca è più semplice e, grazie ai nuovi sistemi di sicurezza presenti sul mercato, la criminalità viene messa a dura prova.
E’ approdato un nuovo sistema per prelevare denaro senza accodarsi ai vari sportelli e per rendere le operazioni bancarie riguardanti il privato molto più semplici e veloci.
Quest’ultimo è il self banking, disposto nelle relative aree destinate alle operazioni svolte autonomamente dalla clientela (nelle filiali bancarie, negli uffici postali).
Quindi, oltre ai sistemi di sicurezza relativi al controllo degli accessi da parte di privati all’interno delle banche, è nato anche il bisogno di tutelare tale innovazione per rendere il prelievo di contante il più sicuro possibile.
Quindi possiamo parlare di due distinti impianti di sicurezza: uno riguardante la gestione interblocco porte di sicurezza nel campo degli accessi alla banca, ed un altro riguardante il controllo delle aree self banking.

GESTIONE INTERBLOCCO PORTE DI SICUREZZA:

Questo tipo di gestione avviene con l’ausilio di alcuni componenti che sono parte integrante del sistema di sicurezza:

1) CENTRALE DI GESTIONE COMPLETA; è un armadio da parete in metallo dotato di diversi dispositivi:
– unità logica per la gestione dell’impianto;
– ingressi per il controllo: della rete di alimentazione, dello stato della batteria (carica/scarica), dello stato delle serrature (anta accostata, posizione del pistone e posizione della chiave), dello stato del pulsante per la gestione dei semafori e dello stato dei sensori IR che rilevano la presenza della persona;
– rilevatore delle uscite per il comando delle elettroserrature e delle luci dei semafori;
– selezione automatica della citofonia;
– alimentatore;
– batteria tampone al piombo;
– programma di gestione centrale.

2) CONSOLLE DI COMANDO DA TAVOLO CON CITOFONIA; è la postazione di comando all’interno del sistema ed è costituita da:
– cornetta citofonica (la selezione della porta avviene automaticamente in base alla postazione da cui viene effettuata la chiamata);
– chiave impostazione delle modalità di transito (segnala se l’uscita è libera e lo sblocco immediato delle porte);
– coppia di tasti luminosi per indicare lo stato della porta corrispondente e per richiedere l’apertura;
– alimentatore da 12 V;
– buzzer (indica quando è richiesta una comunicazione);
– spia di segnalazione dello stato di presenza della rete.

3) ELETTROSERRATURE PER IL BLOCCO/SBLOCCO DELLE PORTE; permettono in modo totalmente elettrico e meccanico il controllo del varco corrispondente.

4) SENSORE IR DI RILEVAZIONE PRESENZA DELLA PERSONA; uno montato all’interno del boxe l’altro fuori; realizzano in automatico il transito delle persone.

5) SEMAFORO CON CITOFONIA; è posto per regolare il flusso dei clienti in entrata e permette, con l’ausilio dell’apposito pulsante di chiamata, la comunicazione con la console; la luce rossa accesa indica la porta bloccata mentre quella verde la porta sbloccata.

CONTROLLO DELLE AREE SELF-BANKING:

Il controllo di tale innovazione avviene in modo simile al sistema precedente, fatta eccezione per alcune differenze. La sicurezza viene mantenuta, anche qui, grazie alla presenza di diversi elementi:

1) CENTRALE DI GESTIONE; ha un funzionamento molto simile a quello della “gestione interblocco porte di sicurezza”, con alcuni compiti in più:
– pulsante di emergenza, che attiva immediatamente la procedura di sicurezza;
– ingresso per richiesta di rinnovo del tempo di permanenza;
– uscita seriale per il controllo del lettore di carte;
– uscita di allarme del tempo scaduto;
– uscita di segnalazione del superamento del tempo massimo;
– uscite di segnalazione aree self (fuori servizio, libera o in allarme).

2) SISTEMA DI MINIGESTIONE PER AREE SELF SERVICE CON LETTORE DI CARTE BANCOMAT/CREDITO; serve principalmente per la gestione dell’area self banking, e contiene:
– riconoscitore delle tessere Bancomat e carte di credito;
– gestione di messa in fuori servizio;
– gestione del pulsante di emergenza e del rinnovo del tempo.

3) ELETTROSERRATURA NORMALMENTE CHIUSA PER BLOCCO/SBLOCCO PORTA ESTERNA;
permette la chiusura della porta verso l’esterno mentre all’interno l’apertura è concessa tramite maniglia.

4) SENSORE IR DI RILEVAZIONE DELLA PRESENZA DELLA PERSONA; posto sopra il Bancomat, fornisce alla centrale l’informazione che l’utente ha cominciato ad usufruire del servizio.

5) SENSORE IR DI RILEVAZIONE DEL MOVIMENTO DELLA PERSONA; è di tipo volumetrico, posto ad un’altezza di 40 cm da terra e punta verso l’alto. Indica al sistema il movimento della persona al’’interno dell’area self banking (in caso di assenza di movimento per un determinato lasso temporale, la centrale è in grado di segnalare l’allarme malore tramite la sirena).

6) PULSANTE DI RICHIESTA SOCCORSO; è auto ripristinabile e, una volta premuto, forza il sistema nella condizione di allarme.

7) PULSANTE DI RINNOVO DEL TEMPO; dopo il tempo reimpostato, l’utente che usufruisce del servizio deve affrettarsi per renderlo disponibile agli altri.

8) PULSANTE PER BLOCCO ELETTRICO DELLA PORTA; utilizzato nel caso in cui sulla serratura della porta d’ingresso non sia presente nessun tipo di sblocco manuale (che invece è sempre consigliato).

9) CONSOLLE DI GESTIONE; è la postazione di comando dell’intero sistema.

10) ALTOPARLANTE; è incluso nella centrale di gestione e comandato da quest’ultima, con lo scopo di riprodurre i seguenti messaggi mediante sintesi vocale:
– messaggio di ben venuto;
– messaggio di chiudere la porta;
– messaggio di preavviso del tempo scaduto;
– messaggio di tempo scaduto;
– messaggio di allarme malore.

Sicurezza dei cantieri, procedimento per la costruzione e finanziamento da parte delle banche

Come abbiamo detto precedentemente, le banche posso anche scegliere di finanziare opere costruttive sotto richiesta di un privato, dopo aver effettuato opportuni accertamenti sul progetto che si andrà a realizzare. Se la banca ritiene il progetto valido e reputa il committente (in questo caso un comune cittadino) in grado di restituire i soldi nel tempo previsto, essa concede il prestito.
Questa è una delle operazioni che la banca effettua per ottenere maggiori introiti, garantendo anche lo sviluppo edilizio.
Una volta ricevuto il finanziamento, il committente può procedere con l’inizio dei lavori.
Per prima cosa, è fondamentale che esso si riferisca ad un responsabile dei lavori, e nominare successivamente un CSP e un’impresa affidataria.
– Responsabile dei lavori: è un tecnico, finanziato mediante una delega, con il compito di verificare che il CSP abbia i titoli adatti per il compito attribuitogli; non solo, deve anche fare una notifica preliminare (che deve essere prima inviata all’ASL competente e poi alla direzione provinciale del lavoro. Essa deve contenere:
– indirizzo del cantiere;
– natura dell’opera;
– generalità del cantiere;
– generalità del responsabile dei lavori;
– generalità del coordinatore della sicurezza;
– fase di progettazione e costruzione;
– data presunta dell’inizio dei lavori;
– durata presunta dei lavori;
– numero massimo presunto dei lavoratori;
– numero massimo di imprese;
– identificazione delle imprese;
– ammontare del costo dei lavori.
Deve esserne presente una copia nel cantiere in questione.

– CSP: deve aver fatto un corso di specializzazione di almeno 120 ore con esame finale e la sua nomina deve avvenire contemporaneamente a quella del progettista.
Esso è il coordinatore della sicurezza in fase di progettazione e ha diversi compiti; prima di tutto deve effettuare una “riunione preliminare” con il progettista e il committente, e successivamente deve effettuare un “sopralluogo con il progettista sul sito” per fissare gli ostacoli per la realizzazione del cantiere.
Oltretutto, deve presentare il fascicolo del fabbricato, dove vengono indicati i posti in cui sono depositati i progetti, ma dove sono segnalate anche tutte le caratteristiche del fabbricato.
Infine, ha il compito di realizzare il PSC, ovvero il piano di sicurezza e coordinamento del cantiere edile. Si realizza quando c’è un rapporto uomini/giorno superiore o pari a 200 oppure quando sul cantiere opera più di un’impresa; per prima cosa, viene effettuata un’anagrafica tramite il quale avviene il calcolo del rapporto uomini/giorno, viene indicato l’inizio e la fine presunta dei lavori , il costo presunto e il tipo d’intervento. Dopo queste operazioni, avviene:
– l’individuazione del sito;
– l’individuazione delle caratteristiche del sito;
– l’individuazione dei lavoratori;
– l’individuazione delle fasi lavorative;
– l’individuazione dei layout (disegni del cantiere);
– il calcolo dei costi del cantiere;
– l’individuazione del cronoprogramma di lavoro tramite il diagramma di Gantt (in cui vengono indicate le varie operazioni da effettuare ed il tempo per il completamento della fase lavorativa);
– l’individuazione della tabella di sicurezza degli enti pubblici;
– la valutazione dei rischi (per ogni fase lavorativa) mediante una matrice, ovvero una tabella dove viene utilizzata questa formula:

R = P x D dove: R= rischio
P= probabilità
D= danno

– Impresa affidataria: si occupa dell’esecuzione dell’opera e per farlo, si può affidare ad altri lavoratori autonomi e ad imprese esecutrici. Quest’ultime devono avere dei requisiti, ovvero capacità tecniche, regolarità contributive e devono possedere il DURC (documento unico di regolarità contributiva).
In relazione alle imprese deve essere eletto anche un RLS (rappresentante dei lavoratori della sicurezza) che può però gestire una sola impresa, se invece deve gestirne di più deve essere nominato un RLST (rappresentante dei lavoratori della sicurezza territoriale).
Viene successivamente nominato anche un RSPP (responsabile dei servizi di prevenzione e protezione) con lo scopo di coordinare il servizio di prevenzione e protezione (nominato dal datore di lavoro).
Inoltre viene nominata anche una squadra di sicurezza, formata da più operai per occuparsi della sicurezza, diretta da un preposto.
E’ di fondamentale importanza che ogni impresa abbia un suo POS (piano operativo di sicurezza delle imprese), dove vengono evidenziati tutti i possibili pericoli a cui gli operai delle imprese sono sottoposti; contiene anche i dati relativi all’impresa, l’anagrafica dei dipendenti e la loro qualifica.
Il POS deve comunque sottostare al PSC, e questo verrà controllato dal CSE (controllo della sicurezza esecutiva).

Queste tre sono le figure più importanti che su cui il committente deve fare affidamento, ma i soggetti responsabili del progetto sono anche altri, come:

– Responsabile unico del procedimento: le fasi di progettazioni, affidamento ed esecuzione di ogni singolo intervento sono eseguite sotto la diretta responsabilità e vigilanza di tale soggetto. Esso lavora con gli enti pubblici e provvede a creare le condizioni affinché l’intervento risulti condotto in modo unitario in relazione ai tempi ed ai costi preventivati, alla qualità richiesta, alla manutenzione programmata, alla sicurezza e alla salute dei lavoratori.
Deve essere in possesso di un titolo di studio adeguato al tipo di lavoro che deve svolgere.

– Direttore dei lavori: esso cura che i lavori siano eseguiti in conformità al progetto ed al contratto; inoltre ha la responsabilità del coordinamento, della supervisione delle attività e dell’accettazione dei materiali, del quantitativo e del qualitativo (gestisce anche il prelievo dei provini per il controllo di accettazione dei calcestruzzi).

– Direttori operativi: collaborano con il direttore dei lavori nel verificare che lavorazioni di singole parti dei lavori da realizzare siano eseguite regolarmente. Alcuni dei loro compiti principali sono:
– programmare e coordinare le attività dell’ispettore dei lavori;
– curare l’aggiornamento del cronoprogramma generale;
– assistere il direttore dei lavori nell’identificare difetti progettuali od esecutivi;
– assistere i collaudatori nell’espletamento delle operazioni di collaudo;
– collaborare alla tenuta dei libri contabili.

– Ispettori di cantiere: collaborano con il direttore dei lavori nella sorveglianza dei lavori in conformità delle prescrizioni stabilite; i loro ruoli principali sono:
– verificare che i materiali, le apparecchiature e gli impianti abbiano superato le fasi di collaudo;
– il controllo sulle attività dei subappaltatori;
– assistenza alle prove di laboratorio.

Italo Svevo e l’opera “La coscienza di Zeno”

Anche in campo letterario,nonostante possa sembrare assurdo, la banca ha giocato ruoli più o meno importanti nel corso della storia.
Sta di fatto, che alcuni artisti sono stati influenzati da essa e ciò li ha portati ad ambire al mondo degli affari e dell’alta borghesia; nelle opere di questi scrittori, tra l’altro, è fortemente visibile l’impronta lasciata dalla realtà socio-economica del momento.
Uno su tutti, considerato anche tra gli artisti più importanti del secolo, è Aron Hector Schmitz, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo letterario di Italo Svevo.
Nacque a Trieste il 19 Dicembre del 1861, in un’agiata famiglia borghese di origine ebraica. Gli studi del ragazzo furono indirizzati dal padre verso la carriera commerciale, e nel 1873 fu mandato in collegio in Germania, dove studiò materie utili per quel tipo di attività e imparò perfettamente la lingua tedesca.
Già a partire dalla giovane età di diciassette anni, iniziò a sentire il bisogno di diventare scrittore, iniziando a comporre testi drammatici che rimasero, per il momento, nei suoi cassetti.
Allo stesso tempo, a causa di un investimento industriale sbagliato, il padre fallì, portando la famiglia ad una condizione economica di ristrettezza. L’artista fu quindi costretto ad impiegarsi presso la filiale triestina della Banca Union di Vienna.
Rendendosi conto di quanto fosse opprimente per lui il lavoro impiegatizio, cercò, come sfogo, un’evasione nella letteratura.
Pertanto, si dedicò alle prime prove narrative, progettando il suo primo romanzo “Una vita”, poi pubblicato nel 1892. Con la morte della madre nel 1895 e dopo il matrimonio con Livia Veneziani (sua cugina), abbandonò l’impiego alla banca per entrare nella ditta dei suoceri.
La figura dell’ <> , combattuta da infinite insicurezze, poteva finalmente arrivare a coincidere con quella del padre di famiglia, pacato e dominatore del suo mondo domestico, inizialmente parso irraggiungibile.
Svevo si ritrovò di nuovo proiettato nel mondo dell’alta borghesia, venendo a contatto con una realtà totalmente diversa da quella dell’intellettuale, dove ciò che contava erano gli affari e il profitto. Inizia così il periodo di “silenzio letterario”, dove mette in primo piano la sua nuova vita attiva e produttiva.
Nonostante tutto questo, gli interessi culturali, soprattutto riguardanti la letteratura, non si spensero del tutto poiché rimasero in stato di latenza. Furono due gli incontri che cambiarono la formazione intellettuale dell’artista:
– quello con James Joyce, con cui strinse una forte amicizia, ottenendo anche giudizi lusinghieri per i suoi due romanzi (“Una vita” e “Senilità”);
– quello con la psicanalisi, avvenuto verso il 1910, grazie al quale venne a conoscenza delle teorie psicoanalitiche, che erano in consonanza con le sue esigenze più profonde. Verso Freud lo spingeva l’interesse per la tortuosità e le ambivalenze della psiche profonda; lui non apprezzò la psicoanalisi come terapia, bensì come puro strumento conoscitivo.

In Italo Svevo confluiscono non solo la cultura italiana e quella tedesca, ma bisogna tener conto delle sue radici ebraiche, che hanno un peso rilevante nella sua fisionomia culturale complessiva; ciò lo porta ad avere una prospettiva ben più ampia di tanti scrittori italiani del suo tempo.
Anche nella sua fisionomia sociale, egli non coincide con la figura tradizionale dello scrittore italiano, la cui attività dominante è la letteratura; quest’ultima infatti fu solo seguita parallelamente alla realtà lavorativa.
I suoi studi furono rigorosamente commerciali, quindi la sua cultura letteraria e filosofica fu in buona misura quella di un autodidatta.
Ad ogni modo la cultura di Italo Svevo fu fortemente influenzata da altri filosofi, come ad esempio Schopenhauer, con il suo pessimismo radicale, a cui fa riferimento in quanto assertore del carattere effimero ed inconsistente della nostra volontà e dei nostri desideri (difatti Svevo mira sempre a smascherare gli autoinganni dei suoi personaggi).
Non solo, più tardi conobbe anche Nietzsche, da cui poté trarre l’idea del soggetto come pluralità di stati in fluido divenire, e come unità.
L’altro grande riferimento fu l’autore della teoria evoluzionistica Charles Darwin, da cui fu indotto a presentare il comportamento dei suoi eroi come prodotto di leggi naturali immodificabili, non dipendenti dalla volontà.
Sul piano letterario invece, gli autori che ebbero più peso sulla formazione di Svevo furono i più grandi romanzieri realisti francesi dell’Ottocento, come Balzac, Stendhal e Flaubert.
Flaubertiano appare infatti l’atteggiamento di irrisione fredda e corrosiva presenti in Alfonso Nitti ed Emilio Brentani (protagonisti di “Una vita” e “Senilità”).
Svevo è stato ampiamente criticato anche per il suo modo di scrivere. Occorre invece tener presente che la lingua quotidianamente parlata dallo scrittore non era l’italiano, bensì il dialetto triestino, confessando (per bocca del suo personaggio Zeno) la difficoltà nel trovare i vocaboli italiani più appropriati per chi usa quel linguaggio.
Anche se a questo si aggiungono tracce di costrutti della lingua tedesca nella sua scrittura, la sua prosa è efficacissima nel rendere la tortuosità labirintiche della psiche.

La coscienza di Zeno:
Il terzo romanzo pubblicato da Svevo nel 1923 (venticinque anni dopo la “Senilità”) appare molto diverso dai precedenti, dato che tutti quegli anni sono stati cruciali per l’evoluzione interiore dello scrittore e per la trasformazione radicale della società europea(con l’esplosione di avanguardie artistiche e letterarie, con lo sviluppo della teoria della relatività e psicanalisi).

Le vicende:
Quest’opera è per gran parte costituita da una confessione autobiografica, che il protagonista Zeno Casini scrive su invito del suo psicanalista, il dottor S., a scopo terapeutico.
Nell’opera, il dottore pubblica il manoscritto del paziente, sottrattosi alla cura, vendicandosi per avergli frodato il frutto dell’analisi (tutto ciò viene spiegato in una prefazione con cui si apre il libro). Il protagonista, negli anni giovanili, condusse una vita oziosa e scioperata, senza mai dedicarsi ad un’attività seria. Il padre, facoltoso commerciante, non ha la minima stima per il figlio e, nel testamento, lo consegnerà in tutela all’amministratore Olivi.
Il rapporto col padre è ambivalente, e il figlio, pur amandolo sinceramente, non fa che procurargli delusioni; tra l’altro, il vizio del fumo ha nel suo fondo inconscio proprio l’ostilità con il padre.
Dopo la morte di quest’ultimo, l’inetto Zeno va subito in cerca di una figura sostitutiva, trovandola in Giovanni Malfenti, dominatore del suo mondo costituito da lavoro e famiglia (che rappresenta l’antagonista, essendo il modello di uomo con cui non riesce più a coincidere).
Il protagonista decide di sposare una delle sue figlie, si direbbe solo per “adottarlo come padre”; dopo vari rifiuti, si marita con Augusta (che, amorevole come una madre, si rivelerà la donna di cui effettivamente ha bisogno). Zeno è diverso da loro, che, con le loro solide certezze, rispecchiano per il paziente un perfetto campione di sanità borghese.
Esso infatti, malato di nevrosi, proietta nella malattia la propria inettitudine, attribuendo la colpa dei propri malanni al fumo. Zeno desiderava liberarsi dal vizio per ferma convinzione del fatto che solo così potrà avviarsi verso la salute (non solo fisica, ma anche morale e sociale) e diventare un borghese degno di questo nome.
Altra figura importante è quella dell’amante Carla, che lo abbandonerà per via del rapporto reso difficile a causa dei sensi di colpa del protagonista. Quest’ultimo, per coronare il sogno di entrare nella normalità borghese, fonda un’associazione commerciale con il cognato Guido (che, essendo l’antitesi di Zeno, verrà indicato come rivale).
Anche nei confronti di quest’ultimo avrà un rapporto ambivalente, diviso tra affetto fraterno e odio profondo. Diventato ormai anziano, Zeno decide di intraprendere la cura psicoanalitica, da cui poi si ribellerà ritenendosi guarito, dato che, grazie ad alcune sue speculazioni commerciali, trasformò la sua figura di inetto in quella di un abile uomo d’affari.

Inattendibilità di Zeno narratore:
In quest’opera, Zeno Casini, protagonista della vicenda, è anche il narratore della storia,chiaramente inattendibile (denunciato subito dal dottor S., nella prefazione, per aver accumulato “tante verità e bugie”).
L’autobiografia è tutta un gigantesco tentativo di auto-giustificazione del protagonista, che vuole mostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti con il padre, la moglie, l’amante e Guido (quando in realtà, ad ogni pagina, traspaiono i suoi impulsi reali).
Non si tratta, però, di menzogne intenzionali; difatti, sono autoinganni determinati da processi profondi e inconsapevoli, con i quali cerca di tacitare i suoi sensi di colpa.
In conclusione ciò che dice Zeno può essere verità, bugia o entrambe le cose e non c’è nessun punto di riferimento che permetta di distinguerlo con certezza.

Funzione critica di Zeno:
Nel racconto non è solo l’ironia oggettiva a pesare su Zeno; infatti il romanzo è anche percorso dal distacco ironico con cui guarda il mondo che lo circonda.
La sua “malattia” funziona come oggetto straniante dai cosiddetti “sani” e “normali”. Infatti esso, nella sua imperfezione di inetto, è inquieto e disponibile alle trasformazioni, mentre i “sani” sono cristallizzati in una forma rigida ed immutabile. Per questo, in lui regna un disperato bisogno di “salute”, di normalità,anche se non riesce mai a coincidere con quella forma compiuta e definitiva di uomo.
Zeno finirà poi per scoprire che la “salute atroce” degli altri è anch’essa “malattia”; il suo sguardo distrugge le gerarchie, rendendo tutto incerto ed ambiguo. Si fondono così in lui cecità e chiaroveggenza, menzogna e acutezza critica. Esso è dunque un personaggio a più facce, fortemente problematico, negativo in quanto campione di falsa coscienza borghese, ma anche positivo poiché strumento di straniamento e di coscienza.

Trattamento del tempo:
Nuovo ed originale è il trattamento del tempo, che Svevo definisce “tempo misto”. Quest’ultimo non presenta gli eventi nella loro successione cronologica lineare, ma in un tempo tutto soggettivo, che mescola piani e distanze; infatti il passato riaffiora continuamente e si intreccia al presente, andando continuamente avanti e indietro nel tempo.
La ricostruzione del proprio passato, operata da Zeno, si raggruppa in alcuni temi fondamentali, a ciascuno dei quali dedica un capitolo. Essi sono:
– Preambolo;
– Il fumo;
– La morte di mio padre;
– La storia del mio matrimonio;
– La moglie e l’amante;
– Storia di un’associazione commerciale;
– Psicoanalisi.
Il primo capitolo in realtà è la “Prefazione”, ma è opera del dottor S. e non di Zeno.

L’inettitudine e l’apertura del mondo:
Differentemente dalle altre opere, in “La coscienza di Zeno” la figura dell’inetto appare mutata. Quest’ultima appare come un <>, un essere in divenire, che può ancora evolversi verso altre forme, grazie alla sua “mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso”.
Pertanto, l’inettitudine non è più considerata un marchio d’inferiorità, ma una condizione aperta, portando Svevo a non avere un atteggiamento critico nei confronti di questa figura, ma più aperto e problematico.
Il cambiamento di impianto narrativo, rispetto ai due romanzi precedenti, non è casuale; dinanzi ad una realtà totalmente aperta ed ambigua non si possono più avere punti di riferimento stabili, rendendo impossibile l’intervento di una voce che giudichi in nome di valori certi e determinati (come avveniva nelle opere precedenti).

Agrimensura: divisione delle aree ad uniforme valenza

Come abbiamo visto in precedenza, la banca è autorizzata a finanziare i progetti di aziende o di singoli privati (nel caso essa reputi il soggetto capace di restituire la somma) con l’aggiunta di un interesse.
Spesso sono proprio i singoli cittadini a richiedere questo tipo di procedura, e non è raro che, in una famiglia, ci sia un soggetto che esprime la volontà di costruire sul proprio terreno (in questo caso agricolo), tentando di chiedere un prestito alla banca. Capita però che gli altri proprietari del bene in questione non vogliano ricevere lo stesso tipo di privilegio, negando quindi al privato volenteroso di costruire questa possibilità.
Per risolvere questo tipo di controversie, si può ricorrere al lavoro dell’agrimensore, che, con l’ausilio di strumenti particolari, scompone il terreno in figure semplici, misurabili numericamente mediante formule della geometria piana (oppure usando coordinate cartesiane o per via trigonometrica).
Una volta identificata la parte del terreno legittimamente spettante al soggetto che intende edificare, sarà possibile chiedere il prestito alla banca senza che il mutuo gravi anche sui lotti dei soggetti che non intendevano affrontare quest’operazione.
Prima di tutto questo però, l’agrimensore dovrà effettuare il suo lavoro; inizialmente, dovrà individuare i “coefficienti di proporzionalità” del privato sul terreno soggetto a divisione. Tutti i comproprietari del bene agricolo hanno i loro coefficienti, che influiscono sulla parte spettante ad ognuno di essi e che ne caratterizza la dimensione. Prendiamo in esame un terreno simile:

supponendo che i proprietari di questo terreno siano tre e che si conoscano sia i loro rispettivi coefficienti (p1, p2, p3) che l’area totale del lotto, si può procedere al calcolo delle aree parziali, sfruttando l’equazione:

(A1/p1) = (A2/p2) = (A3/p3) = (A1+A2+A3/p1+p2+p3) e quindi:
A1= (A1+A2+A3/p1+p2+p3) x p1
A2= (A1+A2+A3/p1+p2+p3) x p2
A3= (A1+A2+A3/p1+p2+p3) x p3

Di un’area divisa però, non si vuole conoscere solamente l’area che spetta ad ognuno, ma anche la misura dei confini e le relative distanze, per rendere la divisione del lotto più omogenea possibile (evitando di creare forme irregolari).
La divisione può avvenire usando metodi differenti, ad esempio:
– divisione di triangoli e poligoni con nuovi confini uscenti da un punto;
– divisione di triangoli e poligoni con nuovi confini ortogonali ad un lato;
– divisione di triangoli e poligoni con nuovi confini paralleli ad un lato;
– divisione di aree trapezoidali;
e li analizzeremo punto per punto.

Divisione di triangoli e poligoni con nuovi confini uscenti da un punto:

Per comodità, supponiamo che i nuovi confini vengano generati prendendo come riferimento un vertice (C) da cui partono fino ad intersecarsi con il lato opposto (AB); conoscendo sia l’area totale che i “coefficienti”, possiamo calcolarci, con la formula precedentemente analizzata, le aree parziali (A1,A2,A3).
Passiamo adesso a determinare le varie distanze; è importante calcolarsi le basi dei nuovi appezzamenti (AM,MN,NB) e l’altezza (h) che per tutti i triangoli, come si può notare dalla figura, è la stessa. Quindi, andiamo a calcolarci le suddette basi mediante la formula inversa dell’area:

A1= (AC x AM x sen a) / 2 AM = (2 x A1) / (AC x sen a)

(A1 + A2)= (AC x AN x sen a) AN = [2 x(A1 + A2)] / (AC x sen a)

A3= (BC x BN x sen b) / 2 BN = (2 x A3) / (BC x sen b)

Una volta calcolata la base, possiamo sfruttare l’altra formula per trovare l’area dei triangoli, per poi (tramite formula inversa) calcolarsi l’altezza; quindi:

A1= (AM x h) / 2 h = (2 x A1) / AM

A2= (MN x h) / 2 h = (2 x A2) / MN

A3= (BN x h) / 2 h = (2 x A3) / BN

Per risolvere questo tipo di problema, bisogna fare riferimento al principio dei triangoli secondo il quale: “i triangoli con la stessa altezza hanno l’area proporzionale alla base”.

Divisione di triangoli e poligoni con nuovi confini ortogonali ad un lato:

Per questo tipo di divisione è di fondamentale importanza che si individui prima l’area delimitata dall’altezza (Ah) del triangolo AHN, usando la formula:

Ah = (AC ² x cos a x sen a) / 2

Una volta individuata (Ah), la si dovrà confrontare con A1, per valutare la posizione del lato ortogonale alla base, ovvero MN; pertanto:

A1 < Ah Il lato MN cade su AC A1 = Ah il lato MN coincide con l’altezza (h) A1 > Ah il lato MN cade su BC

Nel caso in cui il lato MN cada sul confine AC, procederemo utilizzando le equazioni:

Ah / AC ² = A1 / AM ² AM = AC √(A1 / Ah)

Ah / AH ² = A1 / AN ² AN = AH √(A1 / Ah)

Successivamente, sapendo che, come si può notare in figura, [(A1 + A2) > Ah] si procederà con il calcolo finale:

A3 / BQ ² = (A tot – Ah) / BH ² BQ = BH √(A3 / A tot – Ah)

A3 / BP ² = (A tot – Ah) / BC ² BP = BC √(A3 / A tot – Ah)

Divisione di triangoli e poligoni con nuovi confini paralleli ad un lato:

Questo è un altro caso che può verificarsi nella divisione delle aree, dove è fondamentale tener conto del principio sui triangoli, secondo il quale “Triangoli simili hanno le aree proporzionali ai corrispondenti lati elevati al quadrato”.
Per prima cosa, dobbiamo andarci a calcolare le aree:

A tot = (AC ² / cotg a + cotg y) / 2
A1 = (CM ² / cotg a + cotg y) / 2
A1 + A2 = (CP ² / cotg a + cotg y) / 2

e da qui possiamo dedurre che:

A1 / A = [(CM ² / cotg a + cotg y) / 2] / [(AC ² / cotg a + cotg y) / 2] = CM ² / AC ² ; quindi:
A1 / CM ² = A / AC ²

(A1+A2) / A = [(CP ² /cotg a + cotg y) / 2] / [(AC ² / cotg a + cotg y) / 2] = CP ² / AC ² ; quindi:
(A1+A2) / CP ² = A / AC ²

Infine possiamo ipotizzare che, dall’equazione:

A1 / CM ² = (A1 + A2) / CP ² = A / AC ²

potremo calcolarci i confini con le seguenti formule:

CN = BC √(A1 / A)
CM = AC √(A1 / A)

Divisione di aree trapezoidali:

E’ anch’essa molto applicata, e per risolvere il problema delle divisioni in tale figura bisognerà eseguire i seguenti calcoli; inizialmente, calcoleremo la somma della base minore (MN) con la base maggiore (AB) tramite la formula inversa dell’area:

A = [(AB + MN) / 2] x h AB + MN = 2A / h

poi, sapendo che:

AB – MN = AH + BK = h x (cotg a + cotg b); arriviamo a dedurre che:

(AB + MN) x (AB – MN) = (2A / h) x h x (cotg a + cotg b)

Da queste formule, è possibile ipotizzare questo sviluppo:

AB ² – MN ² = 2A x (cotg a + cotg b) MN ² = AB ² – 2A x (cotg a + cotg b)

che portano alla formula finale: MN = √AB ² – 2A x (cotg a + cotg b)

Le altre formule per il calcolo dell’altezza e dei lati obliqui sono:

h = 2A / (AB + MN);
AM = h / sen a;
BN = h / sen b.

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