Tesina maturità – storia economica dalla fine dell’ 800 al New Deal (Keynes)

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Liceo Classico A. GramsciTesina di storia Economica Storia economica dalla fine dell’ 800 al New Deal
Anno scolastico 2012/2013            

Tesina di storia Economica
Storia economica dalla fine dell’ 800 al New Deal

Tesina di Roberto Porcedda III A
Anno 2012/2013

Indice
Introduzione

⦁    I presupposti storici alla crisi del ‘29

1.1. La crisi di fine ‘800
⦁    La crisi della filosofia positivista: Freud e l’inconscio
1.2. Le conseguenze della crisi: la creazione dei monopoli e l’ imperialismo
1.3. La 1° guerra mondiale

⦁    La crisi del 29 e le sue conseguenze

2.1. La situazione economica nel dopoguerra
2.2. La grande crisi del 1929

⦁    Keynes: l’economista che ha rivoluzionato l’economia classica

3.1. Keynes e la crisi: come la giudica
3.2. La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

⦁    Il New deal, la ripresa economica

4.1. Il New deal

⦁    La fine e la rinascita del keynesismo
5.1. Il monetarismo e friedman
5.2. La nuova economia keynesiana (NEK)

Conclusioni

Introduzione al percorso
La presente tesi di maturità vuole trattare della storia economica della prima parte del XX secolo con uno sguardo finale alle ultime teorie economiche attuali. La tesi ha come obiettivo lo scopo di illustrare come l’economia abbia influenzato la storia e viceversa, in sostanza, vuole presentare l’economia come la forza motrice della storia del secolo scorso. Una particolare attenzione sarà data alle teorie Keynesiane che hanno il merito di aver influenzato le scelte economiche degli Stati Uniti in particolare per quanto riguarda il New Deal.

1.    I presupposti storici alla crisi del ‘29

La crisi di fine ‘800

L’inizio della crisi di fine 800, detta anche: Grande Depressione, iniziò con il crollo della borsa viennese a causa dell’ ondata di vendite provocate dalla paura di perdere i propri capitali.
Negli Stati Uniti invece, questa crisi iniziò a settembre con la crisi della compagnia ferroviaria  Northern Pacific Railway che aveva dichiarato l’impossibilità ad onerare i propri debiti con la banca Jay Cooke & Company facendola fallire.

Si assistette allo scoppio della bolla speculativa finanziaria nel settore ferroviario Ciò causò un brusco effetto di panico finanziario a catena (il panico del ‘73), che si diffuse innanzitutto nell’economia statunitense e successivamente in quella Europea.
In pochi mesi la produzione industriale degli Stati Uniti diminuì di un terzo perché non c’erano acquirenti disposti ad acquistare le loro merci mentre si assistette ad un fortissimo incremento della disoccupazione.

Presto la crisi si diffuse anche nei maggiori stati europei.
Si stava assistendo alla prima grande crisi di sovrapproduzione che causò un forte abbassamento della domanda e di conseguenza una grande deflazione dei prezzi per tutta la durata della crisi.
Rimane interessante notare come lo scoppio (o lo “sgonfiamento” che dir si voglia) della bolla immobiliare, che ha causato l’innalzamento dei tassi d’interesse dei mutui subprime (mutui concessi ai cosiddetti “pagatori a rischio”), abbia provocato moltissimi casi di insolvenza e quindi abbia portato al fallimento di grandi banche come Lehman Brothers, Goldman Sachs e Morgan. Ecco che ritornano prepotentemente le varie teorie sulla ciclicità dell’ economia tra cui possiamo annoverare, tra le prime, la teoria di Malthus e di Juglar, tra le più recenti, le teorie neokeynesiane e le teorie di Hobson.

La crisi della filosofia positivista: Freud e l’inconscio

Con le teorie freudiane sull’ inconscio la concezione di razionalità del pensiero positivista viene a mancare. Citando Freud:” Si tratta della terza grande sconfitta dopo le teorie di Copernico e di Darwin. Con Copernico l’uomo smetteva di essere il centro dell’ universo, mentre con Darwin si presentava come uno dei prodotti dell’ evoluzione.

Ora, con la psicoanalisi, non solo l’io non è più padrone in casa propria, ma deve fare assegnamento su scarse notizie riguardo a ciò che avviene inconsciamente nella sua vita psichica”.
Infatti la parte cosciente di noi per Freud è molto limitata. La psiche viene divisa in tre strutture che agiscono l’una sull’altra: Io, Super-io ed Es.

L’Io, in cui Super-Io ed Es si scontrano, è la parte cosciente di noi.
Il Super-Io è la parte della psiche che è espressione dell’ auto-osservazione, della coscienza morale e dell’ ideale. Il Super-Io è anche definito come coscienza, che censura e filtra i contenuti provenienti dall’ Es: è proprio a causa di questa censura che  secondo Freud si perviene alla nevrosi.
L’ Es è l’inconscio vero e proprio, potremmo definirlo il nostro “vero” io, la parte più profonda e nascosta della nostra psiche. L’Es cerca sempre di avere la meglio o di venire alla luce, ma venendo bloccato dalla censura è costretto a mascherare le proprie rappresentazioni. Freud individua nel sogno lo sbocco dell’es in cui i contenuti dell’ Es definiti “latenti” sono mascherati anche in un piccolo e insignificante particolare, Freud definisce i sogni “realizzazioni velate dei desideri inibiti”.
Per Freud esistono fondamentalmente due pulsioni nella psiche dell’ uomo: Sessualità e Morte (Eros e Thánatos).

In particolare ciò che sconvolse la comunità scientifica del tempo furono le sue teorie sulla vita sessuale del bambino, che fino ad allora era considerato privo di vita sessuale e “innocente”, sebbene si tratti di una sessualità diversa da quella di un adulto. Anche il bambino cerca l’ eccitazione sessuale attraverco il proprio corpo, lui cerca le cosiddette zone “erogene” che hanno a che fare con lui fin dalle prime fasi di vita del bambino e riguardano i bisogni fisiologici.
In questo modo Freud divide le fasi della vita sessuale del bambino in tre fasi:
⦁    La fase orale
⦁    La fase anale
⦁    La fase genitale
La prima riguarda il primo anno di vita e si riconduce all’allattamento, la seconda inizia esattamente con lo svezzamento, in cui la pulsione sessuale (o libido) si sposta dalla bocca al retto e la si riconduce all’attività del defecare ed infine la terza che inizia intorno ai tre-cinque anni in cui la libido si sposta verso i genitali, in questa fase il bambino sviluppa nel corso degli anni un sistema di dinamiche affettive e cognitive, questa fase culmina con la pubertà.
Per Freud la sessualità del bambino gira attorno al complesso di Edipo, per cui il bambino prova un’attrazione  sessuale verso il genitore di sesso diverso, e di conseguenza di gelosia e ostilità verso l’altro genitore. Però nei confronti di quest’ultimo il bambino prova anche ammirazione e tende ad identificarsi con esso.

Le conseguenze della crisi: la creazione dei monopoli e l’imperialismo

Il capitalismo, colto dalla crisi cercò di reagire, e attraverso una serie di processi di trasformazione politico-economica si andava via via affermando il “capitalismo organizzato” cioè un capitalismo guidato e consapevole del fatto che è necessario contrastare l’insorgere spontaneo dei cicli economici. I capitalisti iniziavano ad accettare l’intervento dello stato nei processi economici, tradendo gli ideali classici del capitalismo.
La prima conseguenza della crisi fu l’adozione di politiche Protezionistiche. Cioè gli stati, al fine di proteggere i propri mercati interni dalla concorrenza estera, impongono forti dazi e pesanti barriere doganali. La prima a fare ciò fu la Germania nel 1878, in seguito anche tutti gli altri stati (ad eccezione della Gran Bretagna), adottarono tali misure.
La seconda è la tendenza alla concentrazione delle industrie, cioè le industrie tendono a ridursi di numero ma a diventare più grandi in modo da diminuire la concorrenza e poter influenzare meglio i prezzi, così da attutirne un eventuale caduta. In questo modo le aziende tendevano a fondersi e ad unirsi in modo da avere maggiori disponibilità finanziarie per l’investimento. Questi fenomeni hanno favorito la nascita dei monopoli e degli oligopoli. La concentrazione si sviluppa in due modi diversi: nel primo caso l’intero processo produttivo di un determinato bene finisce in mano allo stesso proprietario, nel secondo caso le imprese che producono un determinato bene si uniscono; nel caso dell’ unione questa può avvenire in 2 modi diversi: attraverso il “Trust” ed attraverso il “Cartello”. Si parla di Trust quando due o più aziende si uniscono in una sola più grande (per fare un esempio contemporaneo si possono citare la P&G e la Coca-Cola che racchiude in se centinaia di marchi). Si parla invece di Cartello quando le aziende di un determinato settore si mettono d’accordo pur rimanendo indipendenti.

L’imperialismo

Tra il 1870 e la fine del XIX secolo ci fu un occupazione territoriale da parte delle potenze europee verso l’africa e l’asia, questo viene chiamato imperialismo.
Esso si basava su ispirazioni nazionalistiche e sanciva il diritto del più forte a far valere i propri interessi sui più deboli.
I primi stati europei ad attuare tale politica furono Gran Bretagna e Francia, seguiti poi dal Belgio, dalla Russia, dalla Germania, dall’Italia.
I due stati imperialisti non europei furono il Giappone e gli Stati Uniti d’America
I limiti temporali dell’imperialismo di fine 800 sono precisi:
1878, Congresso di Berlino: le grandi potenze si accordano sulla spartizione imperialista del pianeta.
1914: inizio della Grande Guerra.
Le motivazioni sono le più disparate, bisogno di materie prime, nuovi mercati, nuovi investimenti, manodopera economica e nuovi sbocchi occupazionali per gli abitanti del vecchio continente.
A causa degli ideali nazionalistici che si andavano diffondendo all’interno degli stati europei, le altre società erano considerate inferiori, sia economicamente, sia socialmente o inferiori dal punto di vista razziale. Gli stati europei perciò si giustificavano con il pretesto di portare loro la civiltà occidentale.
L’imperialismo sfociò in maggior misura verso l’Africa, in pochi decenni oltre il 90% del continente era stato conquistato. La spartizione dei territori avvenne a tavolino e in maniera sconcertante soprattutto alla Conferenza di Berlino, in cui i territori erano suddivisi solo in base agli equilibri fra gli stati europei senza tener conto delle varie popolazioni ed etnie. Inoltre l’imperialismo era visto come una valvola di sfogo delle tensioni europee, ma ciò non impedì che tra gli stati europei sorgessero dei conflitti per i confini delle colonie.

La prima guerra mondiale

Nel 1914 c’erano forti contrasti di interesse tra le grandi potenze europee. Francia e Gran Bretagna possedendo un esteso impero coloniale avevano a disposizione materie prime a poco prezzo e quasi illimitate. La Germania pur avendo avuto un grande sviluppo industriale tanto da superare la Francia e raggiungere la Gran Bretagna, aveva poche colonie, quindi non aveva molte materie prime e il mercato internazionale era più piccolo rispetto a Francia o alla Gran Bretagna. Un elemento che provocava forti tensioni erano i nazionalismi, in particolare il revanscismo francese che voleva recuperare i territori dell’Alsazia e della Lorena. In questa situazione di forti tensioni l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando erede al trono austriaco, ad opera di uno studente serbo (28 giugno 1914) fu il pretesto per una guerra che oppose gli imperi centrali riunite nella Triplice Alleanza (Germania Impero Austro – Ungarico e Impero Ottomano alle potenze della Triplice intesa (Francia – Gran Bretagna – Impero Russo). Nei due schieramenti molti contavano su una “guerra lampo”, ma i francesi fermarono i tedeschi sulla Marna, la Germania e gli austriaci fermarono gli attacchi russi sul fronte est. Così questa guerra si trasformò in una guerra di logoramento in cui gli avversari si cercavano di distruggersi a vicenda. Nella Prima Guerra Mondiale furono usate le armi progettate nell’800: troviamo i fucili a canna rigata e a retrocarica, nel 1916 fanno la loro prima comparsa i carri armati, i sottomarini e i primissimi aerei da guerra e addirittura vennero usate armi biologiche (poi vietate nel 1925). Nel 1917 a causa delle forti tensioni interne la Russia dovette abbandonare la guerra, così il fronte est era chiuso. Intanto i siluri tedeschi colpivano qualsiasi nave mercantile che si avvicinasse alla Gran Bretagna. Siccome i tedeschi colpivano anche le navi americane questo fu un pretesto da parte degli statunitensi per entrare in guerra, infatti nel 1917 gli Stati Uniti D’America entrarono in guerra. l’ingresso degli americani in guerra fu determinante perchè avendo un esercito “fresco” e non logorato da anni di guerra, quindi gli attacchi da parte di francesi, inglesi e americani fece arrendere sul fronte ovest la Germania. Intanto a sud gli italiani ottennero un’importante vittoria a Vittorio Veneto presidiando Friuli e Trentino e facendo arretrare gli austriaci. Le numerose vittorie da parte degli alleati li portò alla vittoria nel 1918.

⦁    La crisi del 29 e le sue conseguenze

La situazione economica nel dopoguerra

Il sistema economico-finanziario fu scosso dalla guerra: nei paesi belligeranti si delineò un’ “economia di guerra” caratterizzata da un’ulteriore razionalizzazione dei processi produttivi, dall’ intervento pianificatore dello stato e dal forte indebitamento; negli altri la produzione venne finalizzata all’ esportazione dei prodotti. Il grande problema del dopoguerra fu la riconversione delle fabbriche ad un economia di mercato, causò un aumento della disoccupazione, dell’aumento dei prezzi e un rallentamento della produzione. In questo periodo la Gran Bretagna perde il ruolo di stato-guida dell’economia mondiale venendo sostituita dagli Stati Uniti. Durante gli anni venti sotto la presidenza dei repubblicani, nonostante gli Stati Uniti avessero una bilancia economica totalmente volta all’attivo, insistette con l’isolazionismo; ciò causò una spirale rescissiva per gli stati europei che non potevano esportare negli Stati Uniti. Il fatto di non poter esportare causò di conseguenza l’ impossibilità a pagare i prestiti contratti con gli Stati Uniti. Questo discorso si applica in particolare alla Germania che era stata la maggior beneficiaria dei prestiti americani, e grazie a questi aveva potuto riprendersi rapidamente dal collasso del marco nel dopoguerra. Per fronteggiare le sue esigenze di sviluppo, la Germania aveva utilizzato molti dei prestiti americani a breve termine per investimenti a medio e a lungo termine, confidando che, dato il ritmo e l’intensità dello sviluppo dell’economia statunitense, questi prestiti non sarebbero stati rapidamente ritirati. E in quale migliore mercato investire se non proprio New York? Sempre più capitali a breve termine, l’hot money («moneta calda»), furono attratti perciòdal boom della borsa di New York.

La grande crisi del 1929.

La crisi si manifestò in maniera improvvisa ma non inattesa. Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York, nella quale poi esplose, attraversava una fase di grande euforia e speculazione. Ma prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 ML di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 ML). Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini.
La conseguenza diretta del crollo della borsa fu la caduta dei prezzi agricoli, delle materie prime e, poi (ma in misura minore), dei prodotti industriali e la rapida contrazione del commercio in tutto il mondo, il che non poteva non riflettersi negativamente sul potere d’acquisto degli strati produttivi di tutti i paesi. Il quadro degli effetti della crisi è desolante, seppur costellato di luci e ombre:
– i salari si ridussero ovunque, anche se la caduta dei prezzi delle derrate alimentari servì a contenere i danni per il livello dei consumi; tuttavia la riduzione dei salari non contribuì ad accrescere la produzione attraverso nuovi investimenti, ma si tradusse solo in riduzione di prezzi
– i profitti industriali si contennero, ma non vennero eliminati completamente, grazie al processo di rapida concentrazione industriale che si era sviluppato dal dopoguerra (cfr. Hermann Levy);
– altro fenomeno di rilievo nei paesi industriali colpiti dalla crisi, come la Gran Bretagna, dove il movimento sindacale era più solidamente organizzato, fu che i salari subirono minori riduzioni per la diminuzione del numero dei salariati occupati (fatto che già veniva evidenziandosi nel periodo precedente). Come già accennato, la crisi fu aggravata anche dalla politica economica seguita dagli Stati Uniti. Con le loro esportazioni di capitali, avevano contribuito a mantenere in equilibrio la bilancia internazionale dei pagamenti. Scoppiata la crisi, essi non accrebbero questa esportazione di capitali, anzi iniziarono il ritiro dall’estero dei capitali a breve termine. Il ritiro di questa «moneta calda», che già era cominciato nel 1928, si intensificò nel 1930 e nel 1931 e toccò gradualmente livelli mai registrati in passato. Questa tendenza al ritiro dal mercato internazionale, specie europeo, fu rafforzata dalla politica doganale che gli Stati Uniti perseguirono. La tariffa doganale (la famosa Hawley-Smoot) che essi adottarono a partire dal giugno 1930, fu duramente protezionistica. A spingere molti paesi a scegliere la via dell’isolazionismo, o del nazionalismo economico, fu la stessa asprezza della crisi. Nei mesi che seguirono l’ottobre 1929, la produzione industriale andò rapidamente crollando in tutti i Paesi. La crisi mise in difficoltà molte banche. Compromesso dalla caduta delle vendite e dei prezzi, un numero crescente di imprese non fu in condizione di pagare i debiti alle scadenze, e intanto le banche erano assediate dai depositari che volevano la restituzione di tutto o parte delle somme depositate. Schiacciate tra l’incudine del mancato rientro dei prestiti e il martello dei depositanti che pretendevano la restituzione dei loro capitali, molte di queste banche furono costrette a chiudere i battenti trascinando nel fallimento altre banche collegate (e risparmiamo i numeri). Un esempio per tutti: nel dicembre 1930 fallì la Bank of the United States in New York city, che contava oltre 400.000 depositanti, ne fu danneggiato un terzo della popolazione di New York.

⦁    Keynes: l’economista che ha rivoluzionato l’economia classica
La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

La principale opera di Keynes è “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, del 1936. Le sue idee sul ruolo del governo nell’economia sono tuttavia  anticipate ne: Le conseguenze economiche della pace, pubblicato nel 1919. Nella teoria keynesiana, la produzione dipende sostanzialmente dagli investimenti, questi, a loro volta, sono in gran parte determinati dalle aspettative degli imprenditori, che sono influenzate dal grado di ottimismo/pessimismo circa l’andamento generale dell’economia (i cosiddetti animal spirits secondo l’espressione usata da Keynes). Qualora il livello di investimenti sia insufficiente ad occupare tutta la forza lavoro e le risorse produttive esistenti, si determina un equilibrio di sotto-occupazione. In questo caso, secondo l’economista inglese, l’unico modo per rilanciare l’economia è quello di aumentare la spesa pubblica, portando la domanda complessiva ad un livello compatibile con la piena occupazione, rimediando così ai problemi causati dal livello insufficiente di domanda privata. Con questo schema in mente, Keynes interpreta la gravità della depressione degli anni trenta come conseguenza delle scelte di politica fiscale, fedeli ai principi di rigore del bilancio pubblico, nonostante la caduta della domanda privata. In presenza di bassi livelli di consumo (per via delle difficoltà economiche delle famiglie) e del ristagno degli investimenti (a causa delle aspettative negative degli imprenditori), solo la spesa pubblica avrebbe potuto sostenere la domanda aggregata e rilanciare l’economia verso la piena occupazione. La scelta del governo americano di perseguire una politica di bilancio in pareggio, dovuta in parte anche ai vincoli imposti dal gold standard e in parte alla concezione economica dominante di tradizione liberista, ha portato invece l’economia ad assestarsi su un equilibrio di sotto-occupazione.
Lo scoppio della crisi finanziaria  inverte rapidamente le aspettative degli investitori, consolidatesi in senso positivo durante gli anni ruggenti, anni nei quali il freno alla crescita imposto dalla politica di bilancio è più che compensato dall’ottimismo degli imprenditori, sostenuto dalla politica governativa in favore del grande capitale. L’irrigidirsi delle misure protezionistiche negli Stati uniti, discusse proprio nei giorni cruciali della crisi borsistica, spinge inoltre i partner commerciali ad intraprendere azioni di ritorsione contro i prodotti statunitensi, comprimendo le esportazioni
americane e riducendo così ulteriormente la domanda aggregata. Con il lancio del New deal, il governo americano interviene attivamente in sostegno della domanda, con politiche di ispirazione keynesiana. Secondo l’interpretazione keynesiana, il successo di questa manovra è tuttavia parziale a causa della moderatezza con cui il governo americano introduce le misure fiscali espansive. In particolare, l’effetto espansivo della crescita della spesa pubblica è limitato dal tentativo di mantenere il pareggio di bilancio. Solo con lo scoppio della seconda guerra mondiale,
gli Stati uniti rinunciano agli obiettivi di rigore di bilancio, lasciandosi alle spalle la grande depressione degli anni trenta.

In sintesi per Keynes è necessario aumentare la domanda aggregata (cioè la domanda dell’intera nazione), cioè è necessario che qualcuno spenda di più in modo da assorbire la produzione in eccesso edeventualmente indurre le imprese a produrre di più.

La domanda aggregata è così definita:

Domanda aggregata =
Consumi + Investimenti + Spesa Governativa + Esportazioni – Importazioni

La domanda aggregata viene aumentata tramite il meccanismo del moltiplicatore keynesiano. Esso è il meccanismo con cui si innesca il processo di produzione generalizzata della ricchezza. Il fattore fondamentale nell’equazione keynesiana è la spesa governativa, perché in una crisi aumentare i consumi e far continuare gli investimenti non basta più perché secondo Keynes gli investimenti sono dati dagli animal spirits perciò la spesa governativa rimane l’unica via percorribile.
Ecco un esempio di moltiplicatore keynesiano:
lo stato decide di far costruire un ponte e ciò aumenta di per sé il PIL, ma l’azienda che sia pubblica o privata acquista i materiali,compra sedi ed investe in macchinari Questo incrementerà la domanda dei beni necessari alla produzione. Dovrà anche assumere un certo numero di persone e pagare consulenze tecniche.

Queste persone si ritroveranno un reddito che prima non avevano e che spenderanno, ad esempio, in alimenti, vestiti e divertimenti. Ciò stimolerebbe la domanda di beni di consumo e appartamenti, oltre a stimolare il commercio.

A loro volta i produttori di beni di consumo e appartamenti dovrebbero far fronte alla domanda crescente, e così via.
Sebbene questo ciclo non sia infinito, in quanto ad ogni passaggio i vari soggetti tenderanno a non
spendere tutto il proprio nuovo reddito ma ne risparmieranno una parte, è evidente che un
l’intervento pubblico ha prodotto un aumento della domanda aggregata molto maggiore
dell’investimento iniziale. Questo meccanismo è propriamente il moltiplicatore keynesiano.

La crisi secondo Keynes

Vorrei introdurre l’argomento con una citazione di Keynes: “Liberiamoci dai principi metafisici e generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il lasciar fare. Non è vero che sia prescritta una «libertà naturale» per le attività economiche degli individui.

Non esiste alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano.”

(da: The End of Laissez-Faire; in: J. K. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di Alberto Campolongo, U.T. E. T.)

Ciò che aveva causato una tale crisi negli Stati Uniti non era la riduzione dei mezzi di produzione o della mancanza di manodopera, ma sulle scelte di produzione, le decisioni erano basate principalmente sul criterio del profitto e non sulle necessità della gente. Perciò le fabbriche sarebbero potute essere aperte e gli uomini mantenuti al lavoro, ma non fu così perché questo non avrebbe prodotto profitto.
Il sistema economico capitalista parve essere sull’orlo di un completo collasso. Erano indispensabili provvedimenti drastici, ma prima di poter salvare il sistema era necessario comprendere meglio la malattia di questa depressione economica.

E questo compito fu assolto da uno fra i più brillanti economisti del secolo: John Maynard Keynes (1883-1946). Nel suo libro La teoria generale dell’occupazione, interesse e moneta, Keynes cercò di far capire che cosa era successo al capitalismo, al fine di permetterne la conservazione.

La depressione nasce dal fatto che una riduzione nel volume degli investimenti che possono accadere ciclicamente o accidentalmente in un’economia, quale ne sia il motivo, si riflette in una riduzione della produzione dei beni strumentali nei quali detti investimenti si concretizzano. Da qui una riduzione nell’occupazione e nei consumi dei gruppi di percettori di reddito interessati in tale produzione. In conseguenza, peggiorano le prospettive di guadagno di altri gruppi di imprenditori e con esse diminuisce ulteriormente l’incentivo ad investire.

Cadono così ulteriormente i consumi, attraverso una serie di reazione a catena per effetto delle quali la situazione, in fatto di occupazione, produzione, prezzi e profitti, tende a peggiorare per così dire da se stessa. In particolare, gli imprenditori non hanno convenienza ad utilizzare in nuovi investimenti il risparmio monetario accumulato dai percettori di reddito.

Il nodo della crisi risiede proprio in questa discordanza tra le decisioni dei percettori di reddito, che ritengono conveniente non consumare, ma che non investono direttamente il danaro risparmiato, e le decisioni degli imprenditori, che non ritengono conveniente utilizzare tale denaro per aumentare i loro investimenti e, quindi, la domanda di beni strumentali.

Si pensa quindi che lo Stato debba cercare di arrestare il processo, per così dire, di perdita di velocità, da cui è investito il sistema economico per effetto del circolo vizioso: riduzione di investimenti – riduzione di consumi – di nuovo riduzione degli investimenti e via di seguito.

Ciò può ottenersi essenzialmente attraverso una qualificata spesa pubblica addizionale, che, se effettuata tempestivamente e in misura adeguata, può invertire la tendenza e ricondurre il sistema verso posizioni di pieno impiego, pur mantenendo una situazione di prezzi stabili. Dopo di che l’intervento statale ha termine, salvo prodursi con altre modalità nella situazione opposta in cui un processo di espansione dia luogo a una domanda di fattori produttivi che ecceda quella che può essere soddisfatta ai prezzi correnti.
In conclusione Keynes sostiene che l’intervento dello Stato deve essere limitato nel tempo e basato su un programma di spesa pubblica mirante ad utilizzare i fattori inoperosi (politica anti-deflazionistica) oppure deve essere finalizzato a contenere la domanda nei limiti dei fattori disponibili (politica anti-inflazionistica).

4. Il New Deal

Con il termine New Deal (in italiano: nuovo corso o nuovo patto), ci riferiamo alle manovre di politica economica inaugurate dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt nel 1933.
Durante la Grande depressione gli economisti e il presidente americano Hoover non seppero dare risposte concrete ad un sistema economico ramai al collasso. Nel 1932 Roosevelt venne eletto con i democratici e durante la sessione dei 100 giorni inaugurò una serie di misure volte ad arginare la crisi il cosiddetto “primo new deal” successivamente nel 1935 distinguiamo il “secondo new deal” per l’incisività delle riforme, in quanto con il primo non si ebbe un sostanziale miglioramento dell’ economia. Il padre dell’ideologia del new deal era John Maynard Keynes, delle cui idee si è già trattato in questa tesi. Keynes intratteneva una corrispondenza con il presidente Roosevelt il quale gli chiedeva consigli sul da farsi per poter uscire dalla crisi.
Per quanto riguarda i provvedimenti presi dagli Stati Uniti ricordiamo soprattutto un vasto programma di lavori pubblici ad esempio nel bacino del Tennessee in cui furono costruite dighe per sfruttare le risorse idroelettriche del luogo e per valorizzare l’area, sussidi per i disoccupati, reddito salariale minimo, piani per salvaguardare le ricchezze naturali americane; senza dimenticare le profonde riforme in tema bancario come i prestiti a tassi inferiori, abbandono del Gold standard per svalutare la moneta e risolvere il paradosso del risparmio (chi meno spende, più spende); in sostanza tutto il sistema bancario fu sottoposto ad un rigoroso controllo da parte dello stato.

Vi furono riforme anche in campo fiscale con un aumento della progressività sui redditi elevati.
In poco tempo grazie a questo nuovo corso fu possibile una ripresa per gli Stati Uniti; nel periodo del new deal il PIL era cresciuto ben dell’ 8%, non dimentichiamo però che questo dato va a fronte di un calo del 33% del PIL durante la crisi. Gli Stati Uniti sono stati il primo paese ad attuare tali misure, seguiti poi da Gran Bretagna , Germania e dagli altri stati europei. In Germania si sono particolarmente affermate e messe in pratica queste teorie grazie alla politica di riarmo tedesca che nel giro di 3 anni riporta la Germania al suo ruolo di potenza economia europea.
Sostanzialmente però il new deal non fu davvero risolutivo, la risoluzione definitiva della crisi la si avrà solo durante la seconda guerra mondiale in cui tutta l’economia era volta alla produzione bellica e ciò ha favorito l’uscita dalla crisi.

5. Fine e rinascita del keynesismo

Friedman e il monetarismo

Oggi il monetarismo è associato principalmente all’opera di Milton Friedman, il quale è stato in gioventù keynesiano, per poi approdare a conclusioni molto lontane, se non opposte, dal pensiero keynesiano. Negli anni sessanta Milton Friedman e Anna Schwartz pubblicarono un importante lavoro, Monetary History of the United States 1867-1960, dove sostenevano che “l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario”. Il libro avrà molte ripercussioni, influenzando il pensiero politico ed economico prima negli Stati Uniti e poi nel mondo. In questo periodo Milton Friedman e Edmund Phelps elaborarono uno dei punti fondamentale del monetarismo, ossia il concetto economico del tasso naturale di disoccupazione.
Il lavoro di David Laidler tra gli anni sessanta e gli anni settanta corroborò l’ipotesi di fondo del monetarismo, cioè che la domanda di moneta sia una funzione stabile di parametri economici conosciuti, aiutandolo così ad ottenere il successo che poi avrà.
Sebbene molti monetaristi sostengano che sia l’azione governativa ad essere all’origine dell’inflazione, pochi di loro incoraggiano comunque un ritorno alla parità aurea. Friedman, per esempio, considerava la parità aurea come irrealistica. L’ex governatore della FED (Federal Reserve), Alan Greenspan, è generalmente considerato di orientamento monetarista. La Banca centrale europea basa ufficialmente la sua politica su teorie monetariste, perseguendo l’obiettivo della stabilità dei prezzi (lotta all’inflazione) attraverso la regolazione dell’offerta di danaro.
In un’intervista al Financial Times del 6 giugno del 2003 Milton Friedman sembra ripudiare la politica monetarista, affermando che “l’uso della quantità di moneta come obiettivo non è stato un successo” … “non sono sicuro che oggi la incoraggerei con la stessa forza con cui l’ho fatto in passato.”Sebbene il monetarismo sia comunemente associato all’economia di stampo Neoliberale (in italiano neoliberista), che in USA è soprattutto rappresentata nel Partito conservatore, non tutti gli economisti neoliberali sono monetaristi, e non tutti i monetaristi sono neoliberali. Si tratta, per così dire, di posizioni “ortogonali” tra loro.

La nuova economia keynesiana (NEK)

Critici del monetarismo sono i neo-keynesiani, i quali sostengono che la domanda di denaro è intrinsecamente collegata all’offerta, e diversi economisti conservatori, che sostengono invece l’impossibilità di predire la domanda di denaro. Joseph Stiglitz ha teorizzato che la relazione tra l’inflazione e l’offerta di moneta sia debole per l’inflazione ordinaria, mentre tassi elevati di inflazione sono un effetto della spesa pubblica in una situazione in cui la crescita del prodotto interno lordo non riesca ad assorbirla.
Sia le teorie neoliberiste avevano inferto un duro colpo al keynesismo, il quale non fece attendere la sua risposta sotto forma di NEK ovvero Nuova Economia Keynesiana, le cui posizioni si alternano tra opposizione e convergenza con le teorie neo liberiste.
La NEK è stata definita la macroeconomia dei mercati imperfetti. è la scuola di pensiero economico che riabilita l’economia keynesiana arricchendola dei nuovi concetti senza perdere di vista l’impostazione originaria.
Le ipotesi principali dell’approccio economico della NEK sono fondamentalmente due:

1). I neo Keynesiani ritengono che i mercati abbiano una serie di difetti ed in particolare che i prezzi e i salari siano “sticky” cioè vischiosi, significa che essi non si adeguano istantaneamente alle variazioni delle condizioni economiche.
2). La vischiosità dei prezzi e dei salari, e le altre variabili del mercato presenti nei modelli Neo Keynesiani, implicano che l’economia possa fallire dall’ottenere la massima occupazione.
Perciò i neo keynesiani ritengono che una pianificazione macroeconomica controllata dallo stato con la politica fiscale, o dalle banche centrali con la politica monetaria sia più efficace del semplice laissez-faire
Un punto di contatto tra la NEK e il neoliberismo sta nel fatto che entrambe le scuole di pensiero riconoscono che le famiglie e le imprese abbiano proprie aspettative razionali.

Conclusioni

Sebbene oramai superate, è innegabile che le teorie keynesiane abbiano profondamente influenzato l’economia del XX secolo facendo ripartire l’economia in un momento difficile come quello della Grande Depressione del ’29, continuando a rimanere valide fino al momento in cui si presentò la chimera più temuta dell’economia: la stagflazione. Causata dalla crisi petrolifera, ha costretto vari governi all’abbandono delle teorie keynesiane in quanto non più sostenibili. In tempi recenti si sta assistendo ad una rivalutazione di queste ultime sotto il nome di NEK. Personalmente, in accordo con le teorie keynesiane, ritengo che un’ economia saggiamente pianificata dall’alto possa essere molto più efficace e avere effetti più controllati rispetto ad un’ economia liberista pura, basata su un “principio” meramente metafisico e incontrollato

Fonti tesina di maturità (Keynes e New Deal):

Wikipedia: La Grande Depressione (1873-1895)
Wikipedia: Ciclo economico
Wikipedia: La Grande Depressione (1929)
M. De Bartolomeo-V. Magni , Voci della filosofia-filosofia contemporanea (2012-2013)
Gianfranco Marini,1873 – 1895: seconda rivoluzione industriale e grande depressione, trattazione sintetica <http://it.scribd.com/doc/20518466/1873-1895-seconda-rivoluzione-industriale-e-grande-depressione>
Appunti di autoformazione-LA CRISI DEL 1929 E LA GRANDE DEPRESSIONE-Giulio Palermo
La nuova economia keynesiana – Slides di politica_economica_2011-2012_5 (disponibile nel sito: <http://www.docsity.com/it-docs/politica_economica_2011-2012_5_>

   
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