Tesi di laurea sui disturbi del comportamento alimentare – Daniela Corso

Anoressia-tesi-di-laurea

L’elaborato si propone di esaminare nei diversi capitoli i disturbi del
comportamento alimentare, patologie che rappresentano uno dei maggiori
problemi psichiatrici a livello mondiale degli ultimi tre decenni.
Nel primo capitolo si espone una panoramica sulla patologia di tali disturbi con
riferimenti specifici ai fattori predisponenti, quelli di rischio, all’esordio ed ai
criteri diagnostici, con particolare riferimento a due delle tappe evolutive del ciclo
vitale ovvero alla fanciullezza ed all’adolescenza.
Il secondo ed il terzo capitolo analizzano il disturbo da alimentazione
incontrollata e la sua relazione con altri disturbi dello spettro alimentare stesso
(anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbi del comportamento alimentare non
altrimenti specificato) e la sua comorbidità con altri disturbi psichiatrici, come la
depressione atipica, i disturbi dissociativi e quelli di personalità, con una specifica
trattazione dell’obesità.
Si propone uno spazio nosografico specifico che include anche nuove e specifiche
definizioni delle condotte atipiche del comportamento alimentare che, però, non si
configurano come un vero e proprio disturbo, sia per quantità che per gravità dei
sintomi. Viene inoltre descritto il rapporto tra obesità, disturbo da alimentazione
incontrollata ed immagine corporea, la funzione svolta dall’immagine fisica nel
mantenere ed aggravare il disturbo ed il rapporto tra obesità e diabete.
L’ultimo capitolo è dedicato alla relazione tra obesità ed emozioni, con una
trattazione che pone particolarmente in rilievo quanto il soprappeso sia legato,
così come gli altri disturbi del comportamento alimentare, ad un’alimentazione
emotiva.
Si conclude presentando alcuni spunti sull’impostazione dell’approccio della
terapia cognitivo-comportamentale che, attualmente, è quella che annovera i
migliori risultati, sia a breve che a lungo termine.

SOMMARIO
INTRODUZIONE ………………………………………………………………………………….. …
CAPITOLO PRIMO:
SGUARDO D’INSIEME SUI DISTURBI DEL COMPORTAMENTO
ALIMENTARE ………………………………………………………………………………………… 
I. 1 PREMESSA …………………………………………………………………………………. 
I. 2 DIAGNOSI PRECOCE E INDICATORI DI RISCHIO NEI
DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE ………………….. 
I. 3 I CAMBIAMENTI SOCIALI ALL’ ORIGINE DEI DISTURBI DEL
COMPORTAMENTO ALIMENTARE …………………………………………. 
I. 4 PSICOPATOGENESI ………………………………………………………………….. 
I. 5 CRITERI DIAGNOSTICI ……………………………………………………………. 
I. 6 FATTORI PREDISPONENTI ED INDICATORI PREDITTIVI DI
RISCHIO …………………………………………………………………………………….

 ESORDIO ………………………………………………………………………………….. 
I. 8 FORME CLINICHE …………………………………………………………………… 
I. 9 L’INTERVENTO PRECOCE ……………………………………………………….. 
I. 10 I DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE NEL BAMBINO PICCOLO 21
I. 11 L’ADOLESCENZA COME TEST ………………………………………………… 
I. 12 I DISTURBI ALIMENTARI COME PORTATORI E SIMBOLO DI
TRASFORMAZIONI PECULIARI ………………………………………………. 
CAPITOLO SECONDO:
LA BULIMIA …………………………………………………………………………………………. 
II. 1 INTRODUZIONE ……………………………………………………………………….. 
II. 2 EPIDEMIOLOGIA …………………………………………………………………….. 
II. 3 COMPORTAMENTI ALIMENTARI ANOMALI “NON-BED” …….. 
II. 4 LA BULIMIA: L’ALTRA FACCIA DELL’ANORESSIA ……………… 
II. 5 EZIOPATOGENESI DEI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE ….. 
II. 6 DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA ED
ABBUFFATE ……………………………………………………………………………… 
II. 7 PSICOPATOLOGIA ASSOCIATA AL DISTURBO DA
ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA ……………………………………. 
II. 8 CARATTERISTICHE COMUNI DEI DISTURBI ALIMENTARI ….. 
II. 9 DIFFERENZE TRA I FONDAMENTALI ELEMENTI DI
PERSONALITA’ NEI PRINCIPALI DISTURBI DEL
COMPORTAMENTO ALIMENTARE ………………………………………… 
2
CAPITOLO TERZO:
L’OBESITA’ ………………………………………………………………………………………….. 
III. 1 INTRODUZIONE ……………………………………………………………………… 
III. 2 EZIOPATOGENESI DELL’OBESITA’ ………………………………………. 
III. 3 OBESITA’ E DIABETE ………………………………………………………………. 
III. 4 DIAGNOSI E TRATTAMENTO …………………………………………………. 
III. 5 OBESITA’, RESTRIZIONE ALIMENTARE ED IL BINGE EATING
DISORDER ……………………………………………………………………………….. 
III. 6 BINGE EATING: OBESITA’ ED IMMAGINE CORPOREA
NEGATIVA ……………………………………………………………………………….. 
CAPITOLO QUARTO:
OBESITA’ ED EMOZIONI: PERCORSO EMOTIVO PER VINCERE
L’OBESITA’ ……………………………………………………………………………………………. 
IV. 1 PREMESSA ………………………………………………………………………………. 
IV. 2 DAL PARADIGMA DELLA RESPONSABILITA’ ALL’AMBIENTE
TOSSICO …………………………………………………………………………………… 
IV. 3 I SINTOMI CLINICI DELLE PERSONE IN SOVRAPPESO ………….. 
IV. 4 I MECCANISMI DI REGOLAZIONE DEL PESO: IL PESO IDEALE,
ESTETICO, NATURALE E RAGIONEVOLE ………………………………. 
IV. 5 COMPORTAMENTO ALIMENTARE E RITMI BIOLOGICI:
LA SINFONIA METABOLICA ………………………………………………….. 
IV. 6 GLI EFFETTI PSICOBIOLOGICI DELLE DIETE ………………………… 
IV. 7 LA RELAZIONE TRA IMMAGINE CORPOREA E SOVRAPPESO 
IV. 8 CIBO, EMOZIONI E STRESS …………………………………………………….. 
IV. 8. 1 CHE COSA SONO LE EMOZIONI? ………………………………. 
IV. 9 I MODERNI “MODELLI” ALIMENTARI: “L’ACQUA CHE
ELIMINA L’ACQUA!”. COME SI PUO’ MANGIARE MEGLIO …… 
IV. 10 IL DESIDERIO DI CAMBIARE …………………………………………………. 
IV. 11 LE BASI CONCETTUALI DEL PROGRAMMA DI TERAPIA
COGNITIVO-COMPORTAMENTALE ………………………………………… 
IV. 12 LE STRATEGIE DEL PROGRAMMA PSICONUTRIZIONALE
BASATE SUL MODELLO TERAPEUTICO COGNITIVOCOMPORTAMENTALE
…………………………………………………………….. 90
CONCLUSIONI …………………………………………………………………………………… …
BIBLIOGRAFIA ………………………………………………………………………………… …
SITOGRAFIA ……………………………………………………………………………………. …

3
INTRODUZIONE
L’anoressia nervosa è stato definito uno dei maggiori problemi psichiatrici degli
ultimi tre decenni. Un disturbo alla moda tanto che le riviste lo considerano un
argomento per rubriche purtroppo a volte “mitizzato”. Oltre agli allenamenti per
mantenere la linea, ai lassativi, ai farmaci inibitori della fame ed alle pillole
dimagranti, le donne utilizzano la dieta per raggiungere il loro “peso forma
ideale”. Attraverso il linguaggio delle diete e dell’immagine si esprime un disagio
interiore percepito come intollerabile e che riguarda l’identità in toto.
Quasi tutti gli studiosi oggi concordano sulla base sociale e culturale oltre che
intrapsichica dei disturbi dell’alimentazione.
L’anoressia è più frequente tra le donne che tra gli uomini (anche se negli ultimi
anni si è riscontrato un aumento dei casi di disturbi alimentari del genere
maschile) e coinvolge principalmente le adolescenti di buona famiglia. Tuttavia
l’ampliarsi del fenomeno nell’ultimo decennio a categorie prima escluse ha portato
nuovi elementi interpretativi.
Tra i criteri di diagnosi forniti dalla America Psychiatric Association essenziali
sono il rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra della soglia minima
prevista dall’età e dall’altezza, il terrore di diventare grassa, l’immagine corporea
distorta e l’amenorrea.
Il primo capitolo di questa tesi offre una panoramica sulla patologia dei disturbi
alimentari con riferimenti specifici ai fattori predisponesti ed a quelli di rischio,
all’esordio ed ai criteri diagnostici approfondendo tale trattazione con riferimento
a due delle tappe evolutive del ciclo vitale e cioè alla fanciullezza ed
all’adolescenza.
Il secondo ed il terzo capitolo analizzano il disturbo da alimentazione
incontrollata ed alla sua relazione con altri disturbi dello spettro alimentare stesso
(anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbi del comportamento alimentare non
altrimenti specificato) e la sua comorbidità con altri disturbi psichiatrici come la
depressione atipica, i disturbi dissociativi e quelli di personalità, con una specifica
trattazione sull’obesità.
Si propone uno spazio nosografico specifico che include anche nuove e specifiche
definizioni delle condotte atipiche del comportamento alimentare che però non si
configurano come un vero e proprio disturbo alimentare sia per quantità che per
gravità dei sintomi. Viene inoltre descritto il rapporto tra obesità, disturbo da
alimentazione incontrollata ed immagine corporea, la funzione svolta
dall’immagine corporea nel mantenere e aggravare il disturbo ed al rapporto tra
obesità e diabete.
L’ultimo capitolo è dedicato alla relazione tra obesità ed emozioni con una
trattazione che pone particolarmente in rilievo quanto il sovrappeso, così come gli
altri disturbi del comportamento alimentare, sia legato ad un’alimentazione
emotiva con alcuni spunti dell’impostazione dell’approccio della terapia
cognitivo-comportamentale che attualmente è quella che annovera i migliori
risultati sia a breve che a lungo termine.
5

CAPITOLO PRIMO:
SGUARDO D’INSIEME SUI DISTURBI DEL
COMPORTAMENTO ALIMENTARE

 PREMESSA
I disturbi del comportamento alimentare e nello specifico l’anoressia e la bulimia
sono malattie che hanno assunto a partire dagli anni ’60 una dimensione di
“epidemia sociale” considerando l’alta incidenza stimata intorno ai tre milioni di
casi in Italia.
Il 93% dei casi di anoressia e bulimia riguardano le ragazze, generalmente
adolescenti anche se l’età si sta notevolmente abbassando rispetto al passato e
aumenta quotidianamente la percentuale dei ragazzi coinvolti.
Tale situazione, finalmente, sembra venir fuori dalla clandestinità in quanto c’è
più attenzione da parte dei mezzi di comunicazione e delle istituzioni pubbliche
ma non è ancora abbastanza in quanto, purtroppo, la frequenza di questa patologia
è in costante aumento.
Analizzando le cause dell’anoressia e della bulimia si possono riscontrare
connotazioni di varia natura: dalle teorie del premio nobel Rita Levi Montalcini la
quale sostiene che l’anoressia sia causata da una patologia genetica; dalle
dichiarazioni dell’inglese Brian Lask secondo il quale il 30% degli anoressici
presenta deficit vascolari del lobo frontale del cervello; alla abitudini alimentari
sbagliate, alle considerazioni secondo cui l’anoressia e la bulimia siano legate ad
una conseguenza diretta dell’agio dovuto ai condizionamenti della società in cui
viviamo quali i mass-media, la famiglia, la scuola e le istituzioni pubbliche
(Baglioni e Recalcati, 1996).
Possiamo sicuramente affermare che le abitudini alimentari dei giovani non sono
corrette e ciò è una diretta conseguenza di una cattiva educazione alimentare che
inizia dall’infanzia, ed a tal proposito, secondo l’UNICEF il 35% dei bambini
italiani ha problemi di sovrappeso.
Inoltre l’IRSEA (Istituto per le ricerche sociali, economiche ed ambientali) ha di
recente pubblicato i risultati di un’indagine realizzata con gli iscritti alle scuole
superiori dove si scopre che i ragazzi conducono una dieta ipercalorica ed
eccedono con l’alcool mentre le ragazze si sottopongono a diete rigide anche
quando non è assolutamente necessario.
È ragionevole pensare che gli svariati condizionamenti sociali contribuiscano alla
maggiore diffusione dell’anoressia e della bulimia, basta, ad esempio, sfogliare
qualsiasi rivista, maschile o femminile, seguire trasmissioni in tv con relative
pubblicità per capire come mai una perfetta forma fisica sia l’unica qualità che in
questi ultimi anni i ragazzi e le ragazze vedono riconosciuta dalla società e quindi
positiva (Bordo, 1993).
L’idealizzazione della magrezza, quindi, rinforzata dai messaggi veicolati
quotidianamente dai mass-media influiscono sulla costruzione di un’immagine di
sé strettamente legata a tratti fisici che vedono e pongono la magrezza come segno
di valore e di bellezza facendo ruotare tutto intorno al corpo come fonte di
autonomia, di controllo e di sicurezza.
Il corpo è un potente mezzo di comunicazione, essere magre/i può divenire il
requisito indispensabile per sentirsi accettati, possedere un corpo che rispetti i
canoni estetici imperanti diviene una sorta di necessità per instaurare relazioni
sociali.
I disturbi del comportamento alimentare costituiscono un problematica di
rilevante importanza, un aspetto di un disagio più generale di una società che pone
al centro del suo sviluppo il mercato e la mercificazione di tutto, non tenendo in
giusto conto l’uomo con le sue peculiarità, i suoi valori ed ideali (Bordo, 1993).
La fame che le persone anoressiche tentano invano di cancellare per inseguire il
mito radicale della magrezza mentre la fame dirompente e assoluta che le persone
bulimiche sperano invano di saziare divorando tutto, è solo in apparenza rivolta al
cibo: in realtà è una “fame d’amore”, fame di rapporti autentici, fame di una vita
più densa e ricca di significati e può corrispondere alla ricerca di ideali perduti, di
valori che non esistono più alla base di un sano, corretto ed equilibrato sviluppo
della personalità umana. In mancanza di questo appare quasi naturale che
l’effimero, il bel vestito, la linea perfetta, l’aspetto eccessivamente curato e
l’avere e non l’essere diventano i punti di riferimento ed insieme gli obiettivi
verso cui tendere (De Clercq, 2002).
Lavorando a contatto con adolescenti e giovani si intuisce un nuovo tipo di
disagio che chiaramente non appartiene solo a questa fascia di età, ma è tipica
dell’epoca in cui viviamo dove viene privilegiata l’azione rispetto alla
comunicazione.
Nonostante l’attuale periodo storico veda la nascita e la proliferazione di molti
mass media che esternano messaggi diversificati ed informazioni svariate,
l’individuo sente una grande solitudine, la parola non è più usata come
comunicazione come ascolto di sé e dell’altro, ma come contenitore di nozioni di
una razionalità esasperata, un modo di dimostrare quello che non sei avendo quasi
paura di mostrare la propria unicità, fragilità ed i sentimenti (De Clercq, 1990).
La vulnerabilità del giovane può portare, laddove sussistano premesse latenti,
all’emergere di gravi disturbi della personalità che si esprimono in varie forme,
con forte prevalenza delle manifestazioni depressive, bulimiche ed anoressiche e
con l’aumento, purtroppo sempre in crescita, di casi di suicidio.
Invece l’ascolto è comunicazione e relazione, è cambiamento, è linguaggio, è
tolleranza di sé e per sé e della diversità dell’altro.
Spesso l’adulto lamenta difficoltà relazionali od un mancato rapporto con il
giovane ma è importante chiedersi il motivo per il quale l’adolescente rifiuta
questa relazione in un’epoca in cui non gli manca niente di materiale ed i suoi
bisogni sono soddisfatti ed è maggiormente libero di usare il suo tempo.
Tuttavia è importante chiedersi se è l’adolescente a mettere in atto una sorta di
abbandono rispetto ai genitori, alla scuola, agli ambiti sociali, per sostituire
oggetti e modelli del passato con i coetanei e gli amici, o se forse l’adolescente
abbandona l’adulto per evitare di sperimentare un’assenza già annunciata.
Dobbiamo avere l’occasione di riflettere sulla modalità di relazionarsi che
instauriamo con i nostri adolescenti. Loro ci chiedono di essere compresi, di
essere presi sul serio, di stabilire un rapporto in cui possano permettersi di
mostrare le proprie vulnerabilità ed indecisioni tipiche dell’età ricevendo
incoraggiamento, fiducia ma soprattutto l’essere riconosciuti in quanto persone
(Recalcati, 1997).
Accompagnare i ragazzi verso una crescita sana ed equilibrata vuol dire facilitare
ogni giorno la possibilità di misurarsi con il modo adulto con le “regole” da
rispettare, ma anche con la possibilità di realizzarsi in un modo originale ed unico.

2 DIAGNOSI PRECOCE E INDICATORI DI RISCHIO NEI
DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

Fin dalle sue fasi iniziali, la relazione del neonato con la madre avviene attraverso
il corpo ed in particolare mediante il canale orale-digestivo e successivamente con
gli apparati e funzioni che, nel corso dell’ evoluzione del bambino, vengono
coinvolti assumendo di volta in volta posizioni di primo piano garantendo la
soddisfazione dei suoi bisogni primari. Mangiare, digerire, sputare, vomitare,
diventano il mezzo attraverso il quale poter esprimere le emozioni, veicolo
espressivo di sentimenti positivi, tranquillizzanti o frustranti e angoscianti;
l’avvicinare-l’allontanare, il rifiuto – l’accettazione, il trattenere-l’espellere
rimarranno come modelli di relazione fin quando non verranno sviluppati
meccanismi “mentalizzati” per affrontare i propri conflitti che se, diversamente, lo
sviluppo ne sarà carente, rimarrà come modello espressivo e relazionale ed entrerà
in una dimensione patologica. La somatizzazione è indicativo di un antico e
patologico rapporto madre-bambino in cui attraverso l’espressione del corpo ci si
rifiuta di pensare alla propria tensione emotiva. Il disturbo sul corpo, pertanto, si
va ad instaurare là dove la sofferenza psichica, non percepita ed inconsapevole, va
a minare l’integrità fisica e più è intensa la difesa e la rimozione psichica, più è
profondo l’attacco al corpo (Mazet e Stoleru, 1991). Quando si parla di disturbato
rapporto madre-bambino bisogna stare attenti a non attribuire alla madre le colpe
dello sviluppo disturbato del figlio: la madre proprio perché è la persona
maggiormente coinvolta nella relazione (gravidanza, parto, allattamento del
lattante ecc.) è anche maggiormente esposta a situazioni emotivamente
impegnanti e angoscianti. Ha una funzione importante la presenza paterna dal
periodo della gravidanza al primo anno di vita in quanto assume una funzione
mitigatrice e trasformativa delle angosce materne e stabilizzatrice ed ordinatrice
del rapporto madre-bambino. E’ bene sottolineare che quando si parla di “madre” e
di “padre” ci si riferisce maggiormente alla “funzione” materna e paterna che
perlopiù coincidono con padre e madre reali, ma non solo, in quanto possono
essere altre le persone che maggiormente si prendono cura dell’infante (Mazet e
Stoleru, 1991).
A livello individuale, fin dall’età neonatale, l’alimentazione ha un ruolo
fondamentale nella sopravvivenza e nell’instaurazione di rapporti sufficientemente
buoni con l’altro. Il soddisfacimento dei bisogni alimentari diviene un’opportunità
per la madre d’insegnare il piacere al figlio. Attraverso la relazione alimentare
vengono sperimentate le prime esperienze di appagamento, di frustrazione, di
piacere e di dispiacere (Mazet e Stoleru, 1991).
L’affettività correlata alle prime esperienze alimentari può influire sul
comportamento alimentare in quanto il cibo ha da sempre assunto un significato
simbolico ed una speciale connotazione emotiva di calore, rifugio, identificazione.
Mangiare vuol dire incorporare, assimilare, anche in senso ideale, le
caratteristiche proprie degli alimenti che diventano parte dell’individuo. Gli
uomini diventano “forti o deboli” a seconda del cibo “forte o debole” che
assumono, vengono conferiti poteri magici ad alcuni elementi; un esempio è
costituito dal cannibale che si nutre del corpo del nemico ucciso per assimilarne la
forza ed il coraggio. Il pasto comune, in ogni società, ha un significato di
mantenimento di identità culturale, di scambio, è simbolo di comunità, è rito
religioso, è ospitalità e convivialità. Le abitudini alimentari sono tra gli indicatori
migliori delle caratteristiche etniche e delle differenziazioni tra i popoli, così come
i riti ad essi connessi insieme con i miti ed i tabù che hanno permesso di
identificare leggi precise dei comportamenti umani (Nardone, 2003).

 I CAMBIAMENTI SOCIALI ALL’ ORIGINE DEI DISTURBI DEL
COMPORTAMENTO ALIMENTARE

L’accentuazione della coscienza razionale in cui viene privilegiato l’aspetto
consumistico e tecnico ha fatto scemare nell’uomo moderno occidentale,
conducendo ad una riduzione di significato, la parte corrispondente alla sfera dei
sentimenti e della spiritualità, riducendo i rituali collettivi che da sempre segnano
ogni cambiamento, particolarmente quelli presenti durante il periodo puberale.
Questi cambiamenti e distorsioni dei valori sociali hanno un loro peso anche nei
nuovi valori assunti dalle famiglie, riscontrabili, ad esempio, in quelle con
patologie anoressiche in cui è presente l’esaltazione della tematica della gestione
del potere e del controllo degli spazi decisionali altrui ed in cui domina la tensione
verso l’evoluzione economica senza una parallela evoluzione culturale (Baglioni e
Recalcati, 1996). Il crescente interesse ed il continuo approfondimento della
ricerca attestano come l’anoressia sia una patologia emergente del nostro tempo,
anche se in realtà è sempre esistita e si sta diffondendo nel mondo in
concomitanza con la perdita di valori su cui un tempo si è poggiata la solidità
dell’umanità. L’anoressia annovera diverse definizioni, tra le tante vi è quella di
“malattia della civiltà, del progresso e del consumismo” per cui potremmo
parallelamente affermare che la paziente anoressica si consuma per non
consumare, non mangia per non afferrare e conoscere un mondo che rifiuta
(Baglioni e Recalcati, 1996). Per l’anoressia è stata individuata una fascia di
popolazione sottoposta ad un maggior rischio: le ragazze dai 12 ai 18 anni
appartenenti a classi sociali medio-alte. Questo aumento di incidenza ha una
distribuzione bimodale con un picco a 14.5 anni ed un altro a 18 anni; le
percentuali sono simili in tutti i paesi occidentali pertanto conferma l’ipotesi
dell’influenza dei fattori socio-economici. A questo fenomeno si accompagna una
notevole precocità d’esordio, assente in passato, che ha fatto osservare l’emergenza
di tali patologie in una nuova fascia di soggetti a rischio. Infatti recentemente si
riscontra un notevole aumento della precocità dell’esordio, tanto da far considerare
una ulteriore fascia d’età, di insorgenza in corrispondenza del periodo che
intercore da pochi mesi prima a pochi mesi dopo la comparsa del menarca e
questa è la forma che attualmente si osserva con maggiore frequenza. Si sta
sviluppando una crescente attenzione verso l’età pediatrica, in quanto si è
individuato in questo periodo dell’età evolutiva un precoce disturbo del
comportamento alimentare tanto da far ipotizzare che le prime avvisaglie della
patologia sono da riconoscere tra gli otto ed i dieci anni anche per quei casi che
apparentemente si manifestano più tardi (Brusset, 1979).

4 PSICOPATOGENESI
La problematica anoressica sottende un disturbo del pensiero che guida il disturbo
della condotta alimentare che è rappresentato da convincimenti diversificati: l’
ideazione di tipo ossessivo nei riguardi della propria immagine corporea e dal
controllo del cibo; l’ ideazione di tipo fobico verso il proprio corpo con timore di
sentirsi grassa e di ingrassare. Il cibo è percepito pericoloso, trasformante ed
ingrassante e da questa relazione ossessiva e fobica deriva la sintomatologia
comportamentale tipica dell’anoressica che, se vissuta in modo egodistonico, ne
deriva un disturbo di tipo depressivo mentre, se non riconosciuta come estranea e
vissuta in modo egosintonico, può dar luogo a situazioni psicopatologiche in cui
le convinzioni errate sul proprio stato e sulla realtà diventano di tipo delirante
(Selvini Palazzoli, 1965).

5 CRITERI DIAGNOSTICI
L’anoressia mentale dell’età pre-puberale e puberale riconosce validi i criteri
diagnostici del DSM-IV, ma tali riferimenti sono determinati dalle psicopatologie
sottostanti il disturbo somatico.
Pur nella uniformità dei riferimenti diagnostici le anoressie mentali dei su citati
periodi evolutivi sono diversificate da quelle che si riscontrano nella tarda
adolescenza e nelle giovani adulte, queste ultime costituiscono frequentemente
forme ormai consolidate il cui esordio può essere individuato nella prepubertà ed
è costituito da forme sottovalutate, tardivamente riconosciute o affrontate con
interventi scorretti che ne hanno favorito il consolidamento.
E’ per tale motivo che viene enfatizzato il valore della prevenzione, di
informazione e sensibilizzazione, sia per poter individuare attentamente le
situazioni a rischio sia per effettuare una diagnosi precoce fin dall’esordio del
disturbo per poi intervenire in modo corretto fin dall’inizio(Montecchi, 1994).

FATTORI PREDISPONENTI ED INDICATORI PREDITTIVI DI
RISCHIO

Si possono individuare nella patogenesi della malattia tre aree principali:
1. fattori socio-economici;
2. fattori correlati all’ambiente familiare;
3. fattori individuali: sesso, età, personalità premorbosa e problemi legati al
vissuto corporeo.
Per quanto riguarda i fattori socio-economici, si sottolineano i su evidenziati
cambiamenti e distorsioni dei valori sociali della collettività che si ripercuotono
nei nuovi valori assunti dalle famiglie con patologie anoressiche in cui domina la
tensione verso l’evoluzione economica senza una parallela evoluzione culturale.
L’anoressia mentale interessa prevalentemente il sesso femminile, in famiglie di
livello socio-economico medio-alto o perlomeno con impegno al miglioramento
della propria posizione sociale.

– Scritto da Daniela Corso

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