Tempio della Concordia ad Agrigento: pianta e storia

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La denominazione errata del tempio della concordia deriva da un’iscrizione sulla concordia degli agrigentini (Concordiae Agrigentinorum sacrum) trovata nei pressi del tempio ma ad esso non pertinente.

Fu eretto tra il 440 ed il 430 a.C. in calcarenite locale. Il tempio è periptero esastillo con tredici colonne sui lati lunghi alte 6,72 metri che poggiano su uno stilobate che misura 16,92 x 29,44 metri, il quale è sostenuto da un basamento di quattro gradini (crepidoma). All’interno era suddiviso in tre vani: la cella centrale che era preceduta da un pronao e seguita da un opistodomo, entrambi con due colonne tra ante; ai lati dell’ingresso della cella vi erano le scale che consentivano di accedere al letto. Il tempio della Concordia è in un ottimo stato di conservazione poiché, alla fine del VI secolo, fu trsformato dal vescovo Gregorio in chiesa cristiana dedicata ai Santi Pietro e Paolo. A tale scopo fu spostato l’ingresso da est ad Ovest e si trasformò la cella in navata centrale con l’abbattimento del muro che la divideva dall’epistodomo.

Il 25 aprile 1787 Goethe visitando Agrigento si sofferma sulla Valle dei Templi dove spende grandi parole per il tempio della Concordia ma pone anche delle critiche alla scarsa qualità del restauro praticato sulla pietra:

« Il tempio della Concordia ha resistito ai secoli; la sua linea snella lo approssima al nostro concetto del bello e del gradevole, e a paragone dei templi di Paestum lo si direbbe la figura d’un dio di fronte all’apparizione d’un gigante. Non è il caso di deplorare la mancanza di gusto con cui furono eseguiti i recenti, lodevoli tentativi intesi a conservare questi monumenti, colmando i guasti con un gesso di bianchezza abbagliante, tanto che il tempio ci si presenta, in notevole misura, come una rovina; eppure sarebbe stato così semplice dare al gesso il colore della pietra corrosa! Certo che a vedere come si sbriciola facilmente il tufo calcareo delle colonne e delle mura, c’è da meravigliarsi che abbia potuto resistere tanto a lungo. Ma appunto per questo gli architetti, sperando in continuatori altrettanto capaci, avevano preso certe precauzioni: sulle colonne si vedono ancor oggi i, resti d’un fine intonaco che doveva blandire l’occhio e insieme garantire la durata. »

   

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