Storia economica italiana – riassuto sviluppo economico italiano (parte 1)

MANIFESTAZIONE SCIOPERO DEGLI OPERAI PIRELLI BICOCCA ANNO 1969 p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

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Preambolo: epoca preindustriale -> l’Italia ha avuto una partenza anticipata perché già nel ‘800 era un area di grande sviluppo in Europa con grandi traffici marittimi ma anche via terra. Grande sviluppo in anticipo rispetto ad una formazione di un economia nazionale come fecero poi gli stati nazione (GB, Olanda, etc) la decadenza italiana inizia già nel 1300 ma anche nel 1500 dove decadono le manifatture tessili e il primato passa ai paesi nordici.

Quali furono le motivazioni della decadenza economica italiana?

  1. Irrigidimento delle corporazioni manifatturiere che conservano metodi di produzione antiquati e anche troppo costosi che non riusciva a sostenere la produzione del resto d’Europa a livello di prezzo.
  2. Polarizzazione della ricchezza verso una classe sempre più ricca ma che non era propensa ad investimenti produttivi perché costruivano solo ville e chiese (caso romano, caso veneziano)
  3. Dal 1400 fino al 1600 ed oltre, l’Italia era preda di molte nazioni che si sono alternate a possedere parti dell’Italia e quindi è mancato il processo di unificazione che tardò fino alla seconda metà dell’Ottocento. Tutto questo non favorì la crescita politica ed economica italiana.
  4. Mentalità bloccata sul “noi italiani sappiamo fare meglio” e quindi non si partiva all’estero per vedere nuove tecniche, ci si spostava all’estero solo per necessità (vedi il periodo delle migrazioni verso le Americhe).

L’Italia conserva in modo permanente l’abolizione della servitù della gleba (elemento positivo da sottolineare), si conservò anche la capacità di industrializzare l’agricoltura (quindi non serve solo per l’autoconsumo ma anche per la commercializzazione per l’80%), si conservarono anche le tradizioni manifatturiere.

Il passaggio di Napoleone è importante perché incentiverà il passaggio dai grandi possedimenti territoriali ai piccoli possedimenti, inoltre portò anche una partecipazione ai progressi scientifici che arrivano da oltre alpe, si amplierà anche l’età obbligatoria di scolarizzazione aperta a tutti (nascono le prime scuole pubbliche dette “scuole napoleoniche”). Il marchese Cosimo Ridolfi introdusse la coltivazione agricola quadriennale. Dopo il passaggio di napoleone nel 1815 ci fu una restaurazione che fece regredire l’Italia.

Dieci anni prima della unificazione in Italia arrivarono due parassiti della vite e del baco da seta e venne così ridotta la produzione di questi due prodotti (quindi viene a decadere il successo economico italiano basato sull’esportazione di seta). Questo si risolse utilizzando alcune tecniche: si spruzzò un antidoto sulle viti mentre per il baco della seta si eliminarono le piantagioni e si iniziò ad acquistare il baco da seta orientale (soprattutto quello giapponese che era più resistente a questo tipo di parassita).

Panoramica riassutiva e economica e sociale dell’Italia pre-unitaria

Stati sardi: Piemonte, Liguria e Sardegna

Piemonte e Liguria sono due regioni che esploderanno a livello industriale (filatura meccanica del cotone e lana, industria metallurgica, 40% dei km di ferrovia, Banca di Genova, Banca nazionale degli stati Sardi che sarà poi il modello su cui nascerà la Banca d’Italia che da Genova si trasferirà a Roma, nascita dell’Ansaldo una prima fabbrica integrata cioé sia meccanica che siderurgica) ma anche in campo agricolo (introduzione dei concimi, dell’irrigazione e del drenaggio dei campi mentre la Sardegna si basava esclusivamente sull’agricoltura (il latifondo e la pastorizia) e quindi risultava poco produttiva rispetto alle altre due regioni che facevano parte degli stati Sardi. Il regno di Sardegna era ricco di giacimenti di zinco e piombo che non erano ancora stati sfruttati ma che dopo l’unificazione, verranno sfruttati dagli stranieri.

C’è da dire che in Sardegna mancò un intervento piemontese atto a porre fine al feudalesimo dei proprietari terrieri nell’isola che rimase tollerato e radicato per molto tempo, impedendo in maniera consistente lo sviluppo economico.

Un excursus sulla Sardegna

Nonostante diverse iniziative di ammodernamento, tra cui la legge di riforma delle scuole e quella che indusse l’obbligo dell’uso della lingua italiana (1760) che avrebbe dovuto sostituire lo spagnolo negli uffici pubblici e nelle stesse scuole, non avvenne però un sostanziale cambiamento della situazione economica della popolazione del regno di Sardegna, soprattutto per la opprimente presenza feudale; infatti rimasero intatti  gli antichi privilegi feudali.

La situazione di povertà non si ridusse ed il malcontento accrebbe i ben noti  movimenti di rivolta che caratterizzarono tutta la storia isolana. Iniziarono ribellioni e sommosse che sconvolsero tutta la Sardegna e si accentuarono soprattutto con i grandi moti antifeudali e antipiemontesi del 1783. Nel 1789 numerosi villaggi si rifiutarono di pagare i tributi feudali, provocando un nuovo intervento repressivo da parte dei piemontesi. Il movimento di protesta della popolazione iniziò ad avere anche l’appoggio di intellettuali e uomini di cultura, soprattutto dopo il 1789, anche per l’effetto a cascata che si ottenne dopo la Rivoluzione Francese, quando dalla Francia Repubblicana venivano a diffondersi in tutta Europa forti segnali di ideali quali libertà, fratellanza e uguaglianza.

Nel 1793 la flotta francese occupò Carloforte e Sant’Antioco, sbarcò in territorio di Quartu e attaccò il porto di Cagliari, ma fu respinta dai volontari sardi del luogo. Con un’abile propaganda, aristocrazia e clero convinsero la popolazione della pericolosità dei francesi, che indicarono come nemici della religione, violenti e schiavisti. La propaganda ottenne il risultato voluto e questi episodi di resistenza ai francesi che arrivavano via mare (mentre all’opposto le truppe piemontesi incontravano serie difficoltà sulla terraferma), crearono l’illusione che il governo sabaudo potesse concedere alle classi dirigenti sarde una gestione più indipendente della Sardegna.

In seguito a queste idee liberaliste furono mandati dei delegati a Torino per avanzare a Vittorio Amedeo III delle richieste precise, sintetizzate nelle cosiddette “Cinque Domande” degli Stamenti Sardi, che in realtà erano un vero e proprio programma costituzionale. Tra le richieste vi era per esempio la convocazione del Parlamento, che sino ad allora si era  riunito solo al momento dell’arrivo dei Piemontesi, la riconferma degli antichi privilegi dei quali aveva sempre goduto il Popolo Sardo, la nomina negli impieghi civili e militari e nelle cariche ecclesiastiche esclusivamente di sardi, l’istituzione a Torino di un Ministero per la Sardegna e a Cagliari di un Consiglio di Stato per i controlli di legittimità. I delegati vennero tenuti a Torino per mesi, senza ottenere risposte, mentre in Sardegna cresceva la tensione.

Il rifiuto delle richieste dei rappresentanti provocò il 28 aprile 1794 una ribellione fra i notabili ed il popolo di Cagliari che catturarono il viceré e tutti i funzionari piemontesi, cacciandoli dopo due giorni dalla città per mare: la data viene oggi commemorata come “Sa die de sa Sardigna”. La ribellione ebbe seguito in altre città e paesi dell’isola.

Inoltre approfittando del clima di sommovimento che pervadeva l’isola, la nobiltà e i feudatari sassaresi sfruttarono l’occasione per chiedere al Re l’autonomia da Cagliari.  Questo provocò la reazione dei cagliaritani, che cercarono l’appoggio dei vassalli locali, e degli abitanti di tutto il Logudoro per manifestare a Sassari (28 dicembre 1795) cantando il famoso inno “Su patriottu sardu a sos feudatarios”.   In questa situazione emerse la personalità di Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza. Il viceré Filippo Vivalda, preoccupato di una possibile degenerazione in rivolta della protesta e del conflitto tra feudatari e vassalli, inviò Giommaria Angioy a Sassari con la carica di “alternòs”, ovvero il rappresentante del governo sardo con gli stessi poteri viceregi. Angioy fu accolto come un salvatore e un liberatore e per alcuni mesi cercò di riconciliare feudatari e vassalli. Nel frattempo scemava l’appoggio governativo e l’interesse di Cagliari alla risoluzione del problema  e quando Giommaria Angioy se ne accorse elaborò un piano eversivo con emissari francesi, proprio mentre Napoleone Bonaparte invadeva la penisola italiana. Tuttavia quando con la successiva Pace di Parigi del 1796 venne meno ogni possibile sostegno esterno, Angioy decise di effettuare una marcia antifeudale su Cagliari. A questo punto dal viceré gli vennero revocati i poteri di “alternòs”, dovette arrestare la sua marcia dopo esser stato abbandonato dai suoi sostenitori, mentre il  Re  accettava le citate “Cinque Domande” degli Stamenti Sardi.

Figura di spicco della lotta e della politica sarda del tempo, Giommaria Angioy  in seguito dovette abbandonare la Sardegna e si rifugiò a Parigi, dove cercò consensi per invadere militarmente l’isola e metterla sotto la protezione della Francia. Prima che si potessero avverare le sue idee morì esule e in povertà nel 1808.

Sicuramente Napoleone, le sue truppe e le sue guerre contribuirono a determinanti situazioni che si vennero a creare in Sardegna: infatti quando nel 1799 le truppe francesi occuparono il Piemonte i Savoia vennero costretti a  riparare in Sardegna dove rimasero fino al 1814 (dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte). Nell’isola si verificarono diversi tentativi di insurrezione e la  presenza del Sovrano  non attenuò il malcontento generale che sfociò nel 1812, durante un anno di terribile carestia, nel tentativo di insurrezione noto come “Congiura di Palabanda”, guidato dall’avvocato Salvatore Cadeddu, che venne stroncato con durezza e si concluse con alcune esecuzioni tra cui quella dello stesso Cadeddu.

Abbiamo iniziato la trattazione di questo periodo storico mettendo in evidenza che anche se di poca importanza o valenza  comunque qualche progetto innovativo venne portato dai piemontesi in Sardegna: dicevamo delle nuove norme sull’istruzione o dell’introduzione dell’italiano come lingua ufficiale rispetto allo spagnolo negli uffici pubblici. Ma  i Savoia intrapresero anche una politica di gestione del territorio e di sfruttamento delle risorse, ad esempio col disboscamento per la produzione di carbone, creazione di pascoli e legname. Per stimolare la produzione agricola  nel 1820 Vittorio Emanuele I promulgò l’Editto delle chiudende, con il quale autorizzò la chiusura, con siepi o muri, delle terre comuni. Si consentì quindi, spesso a vantaggio dei latifondisti, la creazione della proprietà privata cancellando la proprietà collettiva dei terreni, fino a quel momento  tipica dell’isola, ma altresì si permise anche ai contadini di recintare e rendere proprio l’appezzamento di terra da essi coltivato. Vennero fondate anche nuove città (Carloforte, Calasetta  e Santa Teresa di Gallura).

Concludiamo l’analisi di questo periodo storico della Sardegna con due fatti di notevole importanza che risalgono al 1839 e al 1847: nel primo il re Carlo Alberto abolì ufficialmente il feudalesimo mentre nel secondo la Sardegna dovette ufficialmente rinunciare alla propria autonomia ponendosi di fatto sotto la legislazione piemontese. Fatti che favorirono ulteriore rancore e un accentuarsi del clima di sospetto nei confronti dello Stato Sabaudo.

*i crediti di questo excursus sulla Sardegna vanno a sardinianetwork.eu

La Lombardia

L’agricoltura era all’avanguerdia, si utilizzavano i gelsi per fornire l’alimentazione al baco da seta per i quali si rese celebre con i setifici situati nell’area di Como. Il 40% dei bozzoli e 1/3 della seta greggia italiana era prodotta in Lombardia che deteneva 94 tessiture di seta con 8000 operai. L’86% della produzione della seta greggia veniva esportata da questa regione tra il 1851 3 il 1859. Si svilupparono anche i cotonifici e imprese metal meccaniche (ferrerie di Dongo -> 1840 Giorgio Enrico Flack). A livello di infrastrutture deteneva il 30% di km di ferrovia in esercizio. Da sottolineare il fatto che fu la prima regione che utilizzò l’illuminazione a gas (anche all’interno delle fabbriche che permetteva di fare anche turni notturni per lavorare), la navigazione a vapore sui laghi e macchine tessili. Si svilupparono anche le scuole pubblihe e i primi periodici giornalistici.

Il Veneto

l’economia del Veneto era legata alle fasi di ascesa e di declino Veneziane quindi economicamente parlando diversificazione produttiva in campi extra-agricoli (produzione agricola più arretrata rispetto a tutta l’Italia). I grandi prodotti conosciuti in Italia e nel mondo sono quelle di candele, di vetro (Murano) e di vino. L’unica fabbrica importante di tutto il Veneto era il lanificio di Marzabotto a Valdagno (inizio 1800). Nonostante tutto era una regione poverissima anche a confronto della Sicilia infatti è una delle regioni da cui partirono il maggior numero di persone per l’estero in rapporto con la popolazione.

Toscana

ha un economia agricola avanzaa che si basa sulla coltivazione prima triennale e poi quadriennale. Importante erano le esportazioni di materie prime grezze (ferro, rame, piombo). Esisteva qualche fabbrica tessile, alcuni altiforni, cartiere, fonderie e ceramiche (la più famosa la Ginori nel 1738). Importante fu il porto di Livorno.

Stato pontificio

aveva un tipo di economia regionale diverso, come anche una diversa produttività agricola (bolognese e la mezzadria delle marche) e pochissime erano le attività manifatturiere ed in generale una capacità bassissima di buona organizzazione amministrativa. Alta era la pressione fiscale che utilizzava metodi clientelari.

Regno delle due Sicilie

esisteva una concentrazione della ricchezza in poche mani. Si sviluppava sopratutto un economia di tipo latifondista che utilizzava una monocultura granaria (1/3 della produttività per ettaro di quella lombarda). La forza lavoro era sotto utilizzata e veniva impiegata soprattutto per il bracciantato. Assenti erano le infrastrutture infatti esistevano solo 99 km di ferrovie costruite dai francesi in passato. La struttura bancaria era primitiva infatti non si concedevano dei veri prestiti ma si anticipavano dai contadini le sementi per coltivare il latifondo. L’imprenditoria era soprattutto straniera e si sviluppava nella zona di Napoli-Salerno che aveva fabbriche tessili e metal meccaniche. Rari erano quindi gli imprenditori autoctoni.

Unificazione e divari regionali

  • Profondi divari regionali al momento dell’unificazione
  • Piemonte, Liguria e Lombardia erano le regioni trainanti e all’avanguardia
  • Ultima posizione era del regno delle due sicilie e della Sardegna
  • Il divario fra nord e sud era soprattutto in ambito industriale perché si sviluppò solo nelle regioni settentrionali

Questo divario rimane in vigore fino agli anni del fascismo, l’unico momento in cui il Sud recupera sul Nord furono durante il ventennio del boom economico (e quindi continua a migliorare affannosamente).

Il PIL procapite aveva delle differenze eclatanti tra nord e il sud ma esistono delle eccellenze meridionali come la Campania e la Sicilia che avevano un Pil procapite non distante da quelli del nord e talvolta superiori. Tutto questo ci aiuta a dire che l’industrializzazione lasciò indietro il meridione anche perché poca era la forza lavoro presente e quindi questo portò ad un divario enorme che difficilmente si colmò.

L’alfabetizzazione era molto diffusa al nord (quasi il doppio del sud) e nonostante fu approvata la legge sulla scuola pubblica i comuni meridionali non avevano fondi per costruirle. Esisteva anche una scarsa mentalità aperta alla scolarizzazione al sud e questo rallentò ancora di più la diffusione dell’alfabetismo.

Agricoltura e territori

L’intero territorio italiano è stato sempre oggetto di grandi opere di bonifica (“intensa manipolazione dell’uomo”), fin dai tempi antichi.

Tutto questo perchè scarse erano le pianure (solo il 20% del territorio nazionale) e le colline e le montagne sono state sottoposte a tentativi sempre più massicci di messa a coltura ma spesso con poco successo.

La popolazione collinare e quella montanare erano quelle più propense agli spostamenti migratori verso le pianure (e quindi verso linterno del territorio italiano) per poter cercare un miglioramento della vita.

Legami fra agricoltura e industria

Aumento della disponibilità di forza lavoro (meccanizzando l’agricoltura si liberano i braccianti che possono trovare impiego in altri settori e soprattutto nell’industria)

Ruolo importante delle esportazioni agricole (che ha permesso di avere un avanzo nell bilancio che ha permesso di avere risorse da investire)

Forti erano i rapporti con l’agro-industria (industria molitoria, allevamento, produzione e lavorazione della lana, della seta e della barbabietola da zucchero)

Aree più produttive

Pianura padana e le colline settentrionali (della Liguria) insieme formavano il 21% della superficie nazionale, ma producevano il 42% dell’intera PLV (Produzione lorda vendibile) italiana (1910 – 1923)

Colline e pianure centro-meridionali: aree nettamente meno produttive, dove si coltivarono cereali, vite, olivo, agrumi, leguminose, ortaggi della PLV

Montagna: terreno ingrato coltivato per mancanza di alternativa produceva il 20% della PLV

 

L’assetto istituzionale in agricoltura

  1. Piccola proprietà coltivatrice: sopratutto nelle zone agricole delle alpi e di montagna (Abruzzo e Piemonte). Dava origine ad economia di sussistenza che veniva integrata con altri tipi di lavoro spesso svolti in valle. Il piccolo proprietario è un piccolo imprenditore quindi incentivava l’imprenditorialità su scala familiare.
  2. Affitto: molto difuso ma diverso a seconda se si parla del nord (figura dell’affituario-imprenditore che concede i terreni, è spesso una figura che riesce ad avere isparmi antecedenti o investiva sull’agricoltura -> sviluppa una rete di trasporti e di infrastrutture) o del sud (figura dell’affituario-speculatore cioè non investe ma si parla di concentramento estensivo, non diversifica le culture e la produttività rimane bassa).
  3. Mezzadria: diffusa in Toscana, in Veneto e in Romagna. Si basa sul dividere il prodotto della terra fra il proprietario e il contadino. Ci sono alcuni contratti in cui il proprietario paga tutti gli strumenti tecnici per le culture oppure ci sono altri contratti in cui si dividono queste spese a metà fra il contadino e il padrone. È stato rivalutato come assetto perché incentiva l’imprenditorialità (“allevare piccoli e futuri imprenditori”.

 

Qualche considerazione finale

  • Divari regionali già presenti all’unificazione; uno dei motivi principali di questo divario è dato dal fatto che c’è stata poca complentarietà fra le aree agricoli presenti in Italia perché tutte producevano più o meno gli stessi prodotti e non trovano a livello di mercato questo bisogno di unificarsi perché sia il nord e il sud erano autosufficiente a loro stesso vendendo ai mercati limitrofi o esteri.
  • Aumento di questo divario con l’industrializzazione
  • Non si possono trarre conclusioni generali sui rapporti tra agricoltura e sviluppo economico in Italia
  • Solo in alcune aree l’agricoltura ha fornito elementi propulsivi allo sviluppo, in altre aree nessuna spinta

 

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