Riflessioni antiche sul perché nacquero miti e leggende

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Le origini della mitologia non sono state ancora chiarite del tutto. Evemero, filosofo greco vissuto intorno al IV secolo AC cercó per primo di dare una spiegazione, considerando i miti come racconti enfatizzati di avvenimenti storici, e quindi i protagonisti eroici o divini semplicemente come re e guerrieri, divinizzati dal popolo in seguito al loro particolare onore. Questa teoria rimase l’unica esistente, finché altri due filosofi greci, Plotino e Porfirio (nel III secolo) avanzarono l’idea che il mito potesse invece avere una valenza morale, mettendo in guardia gli uomini da determinati atteggiamenti deleteri, o mostrando la via da seguire per tenere una corretta condotta morale.

Nel XVII secolo, il letterato Giambattista Vico suppose che il mito fosse nato invece dall’incapacità di primi uomini di formulare concetti astratti, e che quindi si esprimevano con immagini figurate e poetiche.

Nel XVIII secolo si diffuse una nuova teoria, secondo la quale tutti i miti avessero avuto origine dagli antichissimi culti del Sole (se ne trovano tracce dovunque, in tutto il mondo).

Come si vede, tutte queste teorie partono dal presupposto che l’uomo primitivo, per un motivo o per l’altro, fosse incapace di operare processi mentali troppo avanzati.

La tendenza generale è quella di considerare la mitologia come un piacevole insieme di favole per bambini, create da un popolo che nulla sapeva del mondo circostante e che, al cospetto di fenomeni naturali inspiegabili, immaginava che esistessero delle entità che regolassero la struttura del cosmo. Niente di più sbagliato: sappiamo per certo che i popoli dell’antichità avevano delle conoscenze astronomiche e matematiche molto avanzate, sappiamo che gli antichi greci erano a conoscenza del fatto che la Terra è una sfera che si muove nello spazio, sappiamo che il nostro calendario è un perfezionamento dell’originario egizio.

Com’è possibile dunque che queste popolazioni, così accurate nelle loro indagini scientifiche, credessero contemporaneamente a degli Dei che regolassero le loro attività e i fenomeni naturali?

Diceva il saggista Roland Barthes a proposito del mito:

Statisticamente il mito è a destra. Qui esso è essenziale; ben nutrito, lucente, espansivo, loquace, s’inventa senza tregua. S’impadronisce di tutto: le giustizie, le morali, le estetiche, le diplomazie, le arti domestiche, la Letteratura, gli spettacoli… L’oppresso non è niente, ha in sé una parola sola, quella della propria emancipazione, padrona di tutti i gradi possibili della dignità… L’oppresso fa il mondo, ha solo un linguaggio attivo, transitivo (politico); l’oppressore lo conserva, la sua parola è plenaria, intransitiva, gestuale, teatrale: è il Mito; il linguaggio del primo tende a trasformare, il linguaggio dell’altro a eternare.

Ad ogni modo sono d’accordo con il filosofo tedesco Ernst Jünger:

Anche se non si volesse credere alla verità che nascondono, è impossibile non credere alla loro incomparabile potenza simbolica. Nonostante la loro consunzione moderna, i miti restano, al pari della metafisica, un ponte gettato verso la trascendenza.

Vi invito quindi a leggere alcuni dei miti più belli e sconosciuti pubblicati nel nostro sito web:

 

   
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