Riconoscere il diritto degli altri fuori da noi stessi

Tra Otto e Novecento il tedesco valica molteplici confini e comunità dal Centro Europa fino

alla Romania: è lingua colta fra molte comunità ebraiche dalla Polonia alla Boemia, dalla Bulgaria

alla Romania. Tuttavia con lo sterminio degli ebrei e di altre minoranze entro cui il tedesco aveva

conosciuto non solo fortuna ma anche eclatanti sviluppi letterari ridusse quella lingua e quella

cultura entro i confini di Austria e Germania. Alla radice di questa espansione tedesca vi è

l’esperienza filosofica tedesca – Hegel, Marx, Nietzsche. Con loro si mette in scena la fine

dell’unità possibile la lacerazione dell’individuo, l’accettazione e dei molti individui all’interno di

noi. Gli ebrei, coloro da sempre sono“senza patria”, colgono questa lancinante lacerazione. Questi

guardano all’Italia e a Parigi: questa sorta di ricomposizione perduta, dalla patria dove, ancor prima

del nazismo, sembrava naufragata l’unità della moderazione-misura, dell’equilibrio tra nazioni, in

cui correva una particolarissima riflessione sulla lingua.

La cultura del Centroeuropa, latina, romanza, mediterranea classica, dialoga attraverso la

diaspora degli ebrei con conseguenze imprevedibili per la cultura occidentale se l’Olocausto non

avesse azzerato tutto, fino all’”afasia” di Primo Levi, fino a salvare la lingua dal naufragio. Kafka

riprende la poesia come “svolta del respiro”, metafora per indicare l’indicibile essenza della poesia

e la sua coessenzialità per l’esistere come per il conoscere come incessante frammentarsi

dell’esistere stesso: utilizza, per questo, il gioco delle maschere.

Questi “senza patria” parlano di uno spazio che non è spazio a un’unica dimensione, ma di

un “altrove” che incessantemente va perseguito. Nietzsche affermava che ciò che ci motiva all’agire

e al pensare sono l’infinito e il non misurabile. Poiché vi è misura quando ci si relaziona ad un certo

passato, secondo un ordine simbolico, abbiamo la pretesa di conoscere tutta la storia nella sua

interezza, dimenticando la misura – crediamo che la storia sia una sorta di “guardaroba”: tutto

vogliamo guardare e tutto vogliamo conservare, di conseguenza perdiamo ogni misura. Il

contemporaneo ha perso questa sicurezza di sé. La perdita di misura coincide con la crisi dell’idea

di rappresentazione che è l’idea guida di tutta la cultura europea. L’individuo del 900 ritiene che la

propria esistenza sia giustificata quando possa essere assolutamente libero e riconosciuto da tutti

nella sua assoluta individua libertà: l’obiettivo consiste in questa soddisfazione che si raggiunge

attraverso la realizzazione del mondo fuori di me, attraverso la realizzazione del mondo in cui tutti

riconoscano la mia individua, assoluta libertà. La nostra libertà, in realtà, è solo soddisfazione

egoistica assoluta: io “impongo il mio volere” ma l’altro lotterà sempre per opporsi a tale

trasformazione da me richiestagli. Questo è l’impossibile che il Novecento ha in tutti i modi

perseguito. Giustizia è riconoscere la distinzione, riconoscere a ognuno il proprio diritto e non

volere che nessuno di questi diritti venga meno, neppure dalla molteplicità che abita in noi. Io mi

soddisfo donandomi, tramontando dalla mia individualità in quanto tale. Se non riconosco il diritto

ai molti in me, mai potrò riconoscere il diritto ai molti fuori di me. Troviamo l’incessante

interrogarsi sulla possibile coabitazione delle patrie, sulla molteplicità come valore delle differenze.

 

Rielaborato e riassunto da uno studente universitario a seguito della lettura di G.M. Anselmi, Narrare storia e storie. Narrare il mondo, libro che consigliamo di acquistare a chi interessato.

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