Raccolta proverbi di Brindisi in dialetto – proverbi da leggere

Amate anche voi i proverbi popolari? In questo articolo abbiamo raccolto una serie di proverbi di Brindisi originari della zona e utilizzati dagli abitanti molto a lungo; all’interno di queste frasi in alcuni casi si trova un’antica saggezza ma purtroppo non essendo di Brindisi vi sono alcune difficoltà a tradurle in italiano corrente…

La civiltà contadina brindisina era in gran parte legata alle condizioni atmosferiche e quando, causa il maltempo, specialmente in inverno, era impossibile lavorare, gli uomini non si sottraevano a compiere lavori di manutenzione per la casa, mentre le donne, dopo le faccende domestiche, tessevano e filavano.

  • La femmina si canosci alla lengua e lu bovi alli corni;
  • L’amori no si ccatta allu marcatu;
  • La campagna ti stampagna;
  • Ronca ti Brindisi e zappa ti Misciagni;
  • Ci vuè viti lu riccu ‘mpuviriri, manda la genti fori e non ci sciri;
  • La furtuna cu ti vascia, ca lu sapiri picca ti giova;
  • A casa brusciata mittinci fuecu;
  • Lu sparagnu è mienzu guadagnu;
  • La vintura e la svintura no sempri dura;
  • Lu pacciu mena e lu saputu cogghi;
  • A casa ti latri non ci sciri a rubbari;
  • Quandu ti truevi allu ballu, bisogna cu balli;
  • A ci è prima macina;
  • Batti lu fierru quandu è cautu;
  • Ci fabbrica e sfabbrica non perdi mai tiempu;
  • Sott’all’acqua fami, sott’alla nevi pani;
  • Fatia e fatia e la sera pani e cipodda;
  • E’ megghiu malatu ca muertu;
  • Alli matrimoni e alli muerti si canoscunu li parienti;
  • Pisa giustu e vindi caru;
  • Lu saccu taccatu, no si sapi cce porta;
  • Addò no ssi chiamatu, comu ciucciu si trattatu;
  • Avuta la grazia, iabbatu lu Santu;
  • L’omu no si misura a parmi;
  • Cani ca bbaia no mozzica;
  • Puru lu previti sbaglia sobbra a l’artari;
  • Picca mangiari e picca parlari, no faci mai mali;
  • A buenu cavaddu no manca sella;
  • Lu bovi teni la lengua e no po parlari;
  • Foi la riggina ed ebbi bisuegnu ti la vicina;
  • Cu lu picca si campa, cu lu nienti si mori;
  • Amici e cumpari si parla chiari;
  • Si canosci prima nu busciardu di nu zueppu;
  • Lu difficili non eti cu cati a mari, ma cu ti ‘ndissi;
  • Ci paia annati è mali sirvutu;
  • A ci no voli, li uecchi di fori.

La sera ci si ritrovava di fronte al camino o intorno al braciere a raccontare storie di vita vissuta e fiabe popolari per i più piccini.
La Domenica, giorno di festa consacrato al Signore, si andava tutti quanti in Chiesa.
I periodi festivi (Natale e Pasqua) si attendevano con molta impazienza. Per le donne era un’occasione per indossare vestiti nuovi ed uscire per farsi ammirare e gli uomini avevano finalmente l’opportunità per incontrare e scambiarsi sguardi furtivi con le ragazze.
A pranzo le tavole erano ben imbandite e sul desco compariva la carne e non mancavano i dolci, caratteristici e tradizionali, rigorosamente approntati in casa secondo vecchie e “segrete” ricette.
La festa folkloristica per antonomasia era la “Mellonata a mare” di Ferragosto organizzata sulle spiagge brindisine dal mai troppo compianto “Papa Pascalinu” Camassa. Anche in questo caso si mangiava abbondantemente “alla brindisina”; “il clou” della festa si consumava attorno all’albero della cuccagna; poi, a sera, si concludeva il tutto con canti e balli… era il famoso “cuncirtinu a mari”.
Col medesimo entusiasmo si attendeva la festa patronale di San Teodoro. Le luminarie e soprattutto le bancarelle costituivano un’occasione veramente unica per fare quegli acquisti che si erano rimandati per un anno intero. I piatti, i lampadari, la trappola per topi, la spiritiera, la grattaformaggio, il macinino del caffè e le posate nuove finalmente non erano più un desiderio, ma erano una realtà che “arricchiva” la casa di quegli indispensabili oggetti. Durante la processione, mentre San Teodoro a cavallo dominava tutti dalla sua altezza e l’Arcivescovo benediceva le ali di folla che facevano cornice al sacro corteo, tutti, ma proprio tutti, indossavano, ben stirato, l’abito della festa. Dopo il “pontificale” tutti a casa, sgranocchiando e gustando pezzi di torrone o la più nostrana “cupeta”, insieme alle immancabili “nuceddi”. I festeggiamenti del Santo Patrono si svolgevano durante la prima settimana di settembre; faceva ancora caldo ed era una vera goduria ammirare gli artistici fuochi artificiali, giù al porto, accarezzati da quella inconfondibile brezza marina che a Brindisi non manca mai.
E parlando di processioni, un’altra occasione di grande festa religiosa era data dal Corpus Domini o “Cavallo parato”. Il rito, molto singolare, risale al lontanissimo 1248, quando Luigi IX, cattolico Re di Francia, si recò in Terra Santa, per la difesa del Sepolcro di Gesù insediato dai musulmani. Egli, per l’occasione, portò con sè l’Ostia consacrata. Sconfitto e fatto prigioniero dal Saladino, gli fu fatta richiesta, per riottenere la libertà, del pegno della sacra Particola, quale prezzo del riscatto di ben 30.000 scudi che egli non aveva.
Il Sultano, convinto che Luigi IX non sarebbe venuto meno all’impegno di riscattare l’Ostia con i 30.000 scudi d’argento lo lasciò libero, per adempiere a quel gravoso obbligo.
Il Re francese fece vela verso Brindisi e si rivolse a Federico II di Svevia che fece coniare dalla Zecca brindisina le trentamila monete d’argento, recanti sul recto un tabernacolo con l’Ostia e, sul verso, lo stemma con l’aquila sveva.
Luigi IX tornò in Terra Santa col prezzo del riscatto, ma il Saladino, ammirato dall’incrollabile fede di quell’uomo, rifiutò le preziose monete e restituì l’Ostia Consacrata e la libertà ai soldati francesi.
Sulle acque del ritorno, la nave di “San” Luigi IX si arenò nelle secche di Torre Cavallo, lì l’Arcivescovo Monsignor Pietro Paparone, ottantenne, accompagnato dal popolo e dal clero, in groppa ad un cavallo bianco, andò a rilevare il SS. Sacramento.
Luigi IX restituì le monete, avute in prestito, a Federico II e questi le pose in circolazione nel Regno e, per essere tornata, tale moneta prese il nome di “tornese” (moneta ritornata), termine che usano ancora i nostri anziani, “li turnisi”, per indicare i soldi.
A questo straordinario evento è ancora collegata la processione del “Corpus Domini” o “cavallo parato”, radicatissima nel popolo brindisino, che evoca non un evento folkloristico, ma un accadimento storico e devozionale di notevole fascino.
Tale ricorrenza, solitamente festeggiata nei primi dieci giorni di giugno, segnava le fine della Scuola e per giovani e le loro famiglie un estate da vivere sugli indimenticati lidi di Santa Apollinare, Lido della Pineta e Fiume grande.

Tratto da “Brindisiinbicicletta com”

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