Qualche sguardo sull'economia contadina slavo-russa © 2016 di Aldo C. Marturano

Dai documenti che li descrivono alla fine del VII sec. d.C. quando ormai le grandi migrazioni dal sud delle steppe ucraine erano ormai cessate, sappiamo che gli Slavi furono riconosciuti dai vicini (Avari, Germani) come buoni agricoltori e soprattutto perché sapevano adattarsi (e nessuno meglio di loro!) a vivere nella foresta boreale europea piena di paludi mortali per la malaria lungo le rive di laghi estesissimi e di fiumi enormi. Dal punto di vista del clima abbastanza rigido, fatti bene i conti, trarre alimenti dall’ambiente spingeva inevitabilmente a combinare la raccolta e la caccia con l’agricoltura. Dagli scavi fatti in zona polacca e nella Germania orientale risulta malgrado ciò che Slavi e Baltoslavi viventi ai confini della foresta più fitta non avevano apportato granché di nuovo alle tecniche agricole locali e le rese minacciavano perciò di essere insufficienti ogni volta che la popolazione da nutrire superava un certo numero di persone. Così è logico constatare che per la ricchezza di pesce nei fiumi e nei laghi la caccia diventasse in prevalenza pesca e che rendesse molto bene fin sulle rive del Mar Glaciale Artico dove vivevano trichechi e otarie e dove Ugro-finni, Slavi e Baltoslavi si incontrarono! In conclusione, benché gli indizi ci suggeriscano che nell’ecosistema nordico della Pianura Russa gli Slavi mantennero a lungo l’uso e lo sfruttamento del territorio da raccoglitori-cacciatori come era stato il loro modo di vita prevalente nel sud, adottare qualche costume degli autoctoni fu pure utile per una vita migliore.

A parte ciò, nella formazione dei primi stati slavo-russi, la Rus’ di Kiev prima di altri, in una compagine di vasti territori che si volevano gestiti da piccole élites armate lo sfruttamento delle risorse era la questione primaria e chiaramente allorché si trattava di sussistenza era gioco-forza includere anche l’agricoltura fra le risorse produttive. Ciononostante, poiché non esisteva ancora l’idea industriale di una produzione di massa né quella di crescita economica costante, i villaggi contadini in pratica erano i produttori di qualsiasi cosa fosse necessaria alla vita della società oltre al prodotto alimentare. La questione delle élites slavo-russe era però: Come fare a immaginare tasse e balzelli da imporre sul commercio/produzione, se non si individuavano i luoghi abitati dove erano localizzati e non li si assoggettavano? Purtroppo la disorganizzazione è per noi evidentissima giacché fra le élites si millantava di possedere territori con uomini e cose, ma non si riusciva a costruire un budget statale e, se si aggiungono le comunicazioni insufficienti e i mezzi ricognitivi quasi assenti, stimolare una produzione con surplus da scambiare restò a lungo un desiderio non appagato per la cleptocrazia (termine azzeccatissimo di J. Diamond, v. bibl.) variago-slava.

Nel periodo VII-IX sec. d.C. in esame è persino un momento favorevole in senso economico-commerciale: tutti i grossi centri compratori concentrati nelle grandi città nel sud dell’Europa e nel Centro Asia guardavano con interesse al nord europeo e alla sua foresta. La biocenosi nordeuropea rappresentava il più grande giacimento di materie prime esistente e, guarda caso, non essendo ancora sotto il controllo di un unico grande stato, qualunque intraprendente conquistatore sognava di potersene impadronire. Sicuramente un progetto simile era nei piani sia del Regno dei Franchi (diventato poi Impero Romano d’Occidente) sia dell’Impero Romano d’Oriente, tanto è vero che il primo stato sedicente slavo che sorgerà intorno ai Carpazi intorno al 600 d.C. sarà capeggiato da un mercante franco a nome Samo e di cui un tantino auspice e compiacente sarà Costantinopoli (l’altra Roma d’Oriente). Nel XIII sec. d.C. arriverà poi nel Mar Baltico mandato da Roma sul Tevere l’Ordine Teutonico reduce dalla Palestina con gli stessi intenti di conquista…

In ogni caso le materie prime vanno trasformate e occorrono artigiani che sappiano lavorarle e, lo ripetiamo, un’attività industriale di tal fatta non c’era. Pure esistevano prodotti forestali di gran pregio che con una minima lavorazione erano pronti allo scambio purché si avessero i contatti giusti con mercanti capaci di creare e mantenere relazioni di compravendita fra acquirenti lontanissimi geograficamente e con domanda economica diversificata. Oltre a ciò gli artigiani vanno nutriti, il potere va nutrito, i mercanti pure e è possibile pensare che la presenza sparsa degli Slavi nella foresta bastasse a coprire questa lista di variati bisogni senza inglobarli insieme con le altre etnie nello stato che si vuol organizzare? E che ruolo avrebbe avuto ognuna delle etnie che vivevano, sì!, nella stessa foresta, ma con scelte economiche e culturali comunque differenti?

Purtroppo benché la Chiesa Russa fosse in teoria la struttura che veicolava un modello sperimentato di società e di stato organico e che quindi si sarebbe dovuta interessare dei “pagani” slavi e delle altre etnie pure pagane e scriverne, nella sua produzione cronachistica degli Slavi dice molto poco o niente e altrettanto degli Ugro-finni e dei turcofoni. Le informazioni migliori alla fine dobbiamo ricavarle dall’archeologia che resta una fonte non secondaria del Medioevo Russo. Tuttavia qualche riflessione, per capire che cosa non funzionò a questo proposito nella Chiesa Russa, va fatta. Concretamente essa iniziò a operare verso il 1100 d.C. allorché apparvero le prime redazioni delle CTP (Cronache del Tempo Passato), ma le parrocchie attive che avrebbero dovuto essere a stretto contatto coi contadini arrivarono sul territorio ben più tardi. Non solo! Piuttosto che nella foresta le parrocchie si distribuirono ai suoi margini cioè nelle vicinanze delle città-fortezze dei Variaghi e solo nel XIV-XV sec. d.C. cominciò una penetrazione più sistematica delle foreste da parte di arditi monaci ortodossi russi e in concorrenza coi monaci armati cattolici, i Teutonici, che al contrario stavano colonizzando le rive baltiche già da qualche secolo in maniera selvaggia.

L’élite al potere dei primi stati slavo-russi furono (l’avremo già capito) gli svedesi Variaghi i quali però, finché non furono legittimati dalla Chiesa Russa, conservarono una brutta fama. Nella Pianura Russa come i loro congeneri Vichinghi seminavano costantemente il terrore allorché, localizzato un villaggio, minacciavano di assaltarlo e saccheggiarlo senza pietà. La strategia poi era mutata quando da passaggio stagionale attraverso la Pianura Russa diretti al sud il loro traguardo finale diventò l’insediamento permanente. Qualche banda più intraprendente cominciò a pensare come imporsi alle numerose presenze variaghe in loco da tempo e a occuparsi dello sfruttamento piuttosto che dell’annientamento delle risorse materiali e umane. La banda più fantasiosa di altre adottò così la tattica di annunciare l’arrivo di altri Variaghi portatori di minacce peggiori per i malcapitati contadini con tutti i miti terroristici relativi. Le altre bande, annunciavano i “buoni”, non avrebbero esitato a distruggere case e a prendere in ostaggio giovani e donne, ma, avvertivano, tutto ciò si poteva evitare mettendosi d’accordo per il mantenimento a vita della loro banda che si sarebbe sistemata in un baluardo sul fiume armata a difesa contro ogni nemico.

Nel X sec. d.C. la situazione evolve e si notano dei centri di potere incasermati in più d’una città-fortezza (gòrod) lungo le vie d’acqua maggiori. Addirittura Kiev e il potere variago, assicuratosi l’appoggio alimentare e economico dell’immediato hinterland (tramandato nel concetto giuridico russo kormlènie), dopo attenta riflessione si allea con Costantinopoli e ne ricava l’organizzazione ecclesiastica che si occuperà di usare ora la maniera più subdola di dominare sostenendosi sui miti cristiani della missione divina, dell’obbedienza santa al signore, della società umana perfetta et sim.

Non tutto scorreva liscio giacché i ministri della religione cristiana a questo punto con l’annuncio della dottrina del peccato suscitavano nuove paure e diffidenze fra la gente comune e possiamo figurarci le reazioni di chi nel frequentare i mercati era assalito da preti estranei per lingua e cultura che pretendevano di cambiare la coscienza di ogni uomo, donna e bambino e osavano chiedere informazioni su come raggiungere i villaggi all’interno. Sentito dire peraltro che il parroco assegnato a un villaggio avrebbe dovuto viverci tutta la vita e che il villaggio avrebbe dovuto concedere all’intruso terra da coltivare e una loro donna in sposa, si può immaginare l’allarme creato nella comunità che aveva ferree regole sulla proprietà della terra e sui legami famigliari. Il nuovo venuto per di più con la sua oltraggiosa dottrina mirava a distruggere le istituzioni tramandate dagli antenati su cui il villaggio fondava l’esistenza. Quelle parole del tutto nuove battezzare o evangelizzare nascondevano in realtà i riti strani e misteriosi temutissimi dagli Slavi che ritenevano i cristiani potentissimi sciamani e astrologhi!

D’altronde finché il Patriarcato che gestiva le operazioni da Costantinopoli non fornì ecclesiastici di qualità e di lingua slava, ma greci disoccupati mandati allo sbaraglio, la Chiesa Russa ebbe carenza di personale ben addestrato disposto a “penetrare” la foresta per portare la “parola di Dio” in lingua slavo-russa (bulgaro-slavo). Soltanto con la fondazione a Kiev di una scuola ad hoc nel Monastero delle Grotte si riuscì a dare inizio pieno al mandato.

Le comunicazioni fra potere al margine della foresta e i presunti sudditi che abitavano da qualche parte nell’interno erano comunque difficili e la politica più immediata dei sedicenti principi delle città-stato slavo-russe, istigati dalla Chiesa, fu di investire massicciamente nei monumenti e nelle festività nell’ambiente cittadino affinché la gente fosse attratta nelle sfarzose sagre, nei coloratissimi mercati e alle processioni salmodianti e accorresse fuori dalla foresta per partecipare in qualche maniera e di conseguenza cadere nella rete dell’evangelizzazione.

La situazione non mutò granché fino al XV sec. d.C. neppure con i “monaci ortodossi arditi” a cui accennavamo sopra e il potere pur cristianizzato non ebbe un grosso impatto politico sugli abitati nella foresta, a parte appunto la zona intorno a Kiev e di qualche altra città. Una testimonianza a prova del distacco fra ambiente contadino e stato che si vanta di governarlo è un processo del 1492 (!!) dove I. Onisimov, agricoltore, dichiarò che per 12 anni aveva lavorato nella zona intorno a Mosca disboscando e che «…mai la sua ascia ne aveva incontrato un’altra (sic!)».

Lo storico a questo punto desiderando parlare di economia e vita contadina deve intraprendere la sua ricerca senza aspettarsi esiti clamorosi. Sarebbe ingenuo inoltre scrivere di storia e d’economia nel Medioevo senza tener conto dell’atmosfera di religiosità che regnava nell’intera Europa in quel periodo e altrettanto ingenuo sarebbe se ci rivolgiamo con gli stessi intenti al Medioevo Russo e agli Slavi. D’altronde l’uomo è un prodotto culturale e la sua libertà deve muoversi entro i limiti che la sua cultura gli ha imposto e quindi gli aspetti etnografici non vanno trascurati visto che permeano ogni agire umano in qualsiasi ambito pratico e vitale. Tocca persino ricorrere alla “storia orale” dei racconti popolari (byliny) raccolti accuratamente e con gran fatica nei XIX-XX secc. poiché queste storie (almeno quelle del cosiddetto Ciclo Kievano – v. S. A. Zenkovsky in bibl. – che parlano di san Vladimiro e del primo stato slavo-russo) potrebbero rispecchiare antiche abitudini, nascondere antichi mestieri interessanti da conoscere per penetrare negli usi giuridici e nei costumi etici del passato slavo-russo persino antecedente all’introduzione del cristianesimo e sarebbe pure giusto pensare che si rifacciano a fatti realmente accaduti con personaggi davvero esistiti. D’altronde lo stesso compilatore delle CTP era ricorso alle saghe popolari e le aveva inserite nelle Cronache per abbellire i ricordi dei personaggi più famosi. E quindi, se non va trascurato l’esame di tali testi, occorre evitare (e lo faremo) troppi confronti speculativi e immaginosi e agganciarsi invece di più alla realtà storica nota dagli scavi archeologici passati e recenti al di là della Vistola e a sud dei Carpazi oltre che nell’estremo nord o lungo il Volga.

L’archeologia ci ha indicato che i primi contatti stabiliti intorno al VIII sec. d.C. fra i Variaghi svedesi e le popolazioni ugro-finniche e balto-slave cominciarono sul Mar Baltico, nel lago Ladoga e in altri luoghi del nord, ma mai troppo lontani dalla costa vista la natura (!) stagionale delle visite. Abbiamo detto come i Variaghi si presentassero agli anziani dei villaggi che riuscivano a localizzare e come ad essi imponessero tributi tramite la procedura “mafiosa” che abbiamo pure raccontato. Aggiungiamo ora che la Chiesa Russa dette loro una mano, sebbene solo intorno al XIV-XV sec. d.C., quando diffusero la leggenda di un certo Riurik variago in cui si racconta che gli autoctoni avrebbero offerto con grande liberalità l’intera Terra Russa e le sue ricchezze a questo personaggio… per mettere fine alle loro liti intestine continue!

Logicamente Riurik e le sue imprese sono una favola e occorre immaginare una colonizzazione condotta con la forza da parte dei Variaghi, ma carente di piani efficaci, e che d’altronde sappiamo essere ancora in atto nel X sec. d.C. dall’Imperatore Costantino VII Porfirogenito (e non solo da lui!). L’Imperatore nei suoi scritti (De Administrando Imperio) informa che i Variaghi di Kiev ogni inverno lasciavano la città e si dirigevano a monte del Dnepr e dei suoi affluenti per raccogliere dei benedetti tributi. Il giro (poljudie) terminava verso aprile quando la roba raccolta era abbastanza per esser messa in vendita con profitto a Kiev. Sappiamo che per rendere più efficace il poljudie Olga, reggente variaga di Kiev della seconda metà del X sec. d.C., in forza di un trattato stilato con l’appena nominato Imperatore romano pensò persino di fissare in poche e definite località della Pianura Russa i luoghi d’incontro (pogosty) destinati a raccogliere le “tasse dovute” giacché gli incontri (e gli scontri) con i locali evidentemente erano stati finora insicuri perché passati da intermediari e da guide non del tutto affidabili. Olga stipulò anche un contratto con Grande Novgorod appena nata come stato autonomo onde assicurarsi che una parte delle esportazioni scambiate finora nel Mar Baltico tramite i Variaghi di Aldeigjuborg (in russo Làdoga ossia la postazione sulle rive meridionali del lago omonimo a qualche centinaio di km a nord di Grande Novgorod) fosse gestita da Kiev e destinata a Costantinopoli invece che, come avveniva, fosse istradata verso il Centro Asia tramite i Bulgari del Volga e i Càzari.

Da questi fatti possiamo dedurre che gli Slavi, fossero più numerosi nella parte sud-occidentale della Pianura Russa e che al contrario le altre etnie, Baltoslavi e Ugrofinni, si concentrassero nel nord e nel nordest. È questo un punto che potrebbe spiegare come mai il potere variago indossò una “veste etnica” slava per affermarsi nella Pianura Russa e cancellare la presenza di ogni altra gente compresi i Vandali orientali, questi ultimi forse ormai assimilati o emigrati.

Fermiamoci allora un momento su come in generale si organizza il villaggio nella foresta.

L’abitato solitamente è situato in radure alquanto elevate e consiste in un raggruppamento di famiglie – che raramente superano la decina – con le loro case. I campi da coltivare si trovano alle spalle delle abitazioni o talvolta a valle dell’altura quando si sfrutta il terreno ottenuto abbattendo gli alberi col metodo del taglia-e-brucia (podseka) più lontano. Le stagioni buone sono brevi e la pioggia è poca per cui i cereali che si coltivano sono prevalentemente orzo e segale per la sussistenza e lino e canapa per gli “usi industriali”. Gli abitanti hanno in comune qualche cavallo da tiro e allevano pure animali di piccola taglia che lasciano pascolare nell’adiacente foresta. Il porco è di gran lunga l’animale più apprezzato poiché fornisce carne sulla tavola contadina oltre a lardo e sugna per svariati usi tecnici e fa da spazzino dei cortili. L’agricoltura è condotta con pochi arnesi e, quando il terreno si esaurisce nel giro di un decennio, si va a cercare nuova terra vergine. Una volta che lo spostamento è impellente occorre scegliere fra le opzioni: 1. abbandonare il villaggio attuale e fondarne uno nuovo o 2. fare la spola con la nuova area agricola ricavata come abbiamo detto col taglia-e-brucia mantenendo in vita il vecchio villaggio.

Tutto questo è provato per quanto riguarda gli Slavi, ma per gli Ugro-finni?

Concentrati nel nordest della Pianura Russa hanno avuto da sempre per la latitudine delle loro regioni e il clima relativo un’esistenza più precaria. I villaggi erano perlopiù aggregati di tende monofamiliari e la caccia e la pesca prevalevano, seppure insieme con una limitata orticoltura. In funzione di tale modo di vita da tempo si erano abituati agli scambi commerciali dei prodotti che ricavavano nel loro ambiente soprattutto con i Bulgari del Volga contro alimentari e strumenti.

Ricostruzione di uno dei tre santuari di Grande Novgorod con idolo di legno al centro
Ricostruzione di uno dei tre santuari di Grande Novgorod con idolo di legno al centro

 

Il mito religioso aveva un gran peso per l’esistenza delle genti e, benché non conosciamo bene i diversi paganesimi della Pianura Russa, la credenza dominante generale era che gli dèi del cielo e della terra avevano messo le risorse materiali a disposizione degli uomini già ai primordi e ogni agire umano nella natura non poteva che tenere in altissimo conto la concessione divina originaria fatta a ogni essere vivente. Nel paganesimo della Pianura Russa la natura infatti s’immaginava vivente in ogni parte e non poteva essere mai affrontata violentemente, ma con la deferenza dovuta a un parente seppure d’aspetto non sempre umano.

Nessuna etnia però ha mai vantato una chiesa organizzata come quella cristiana e gli Slavi e gli altri hanno venerato i loro dèi in santuari separati e indipendenti con propri sacerdoti e a cui facevano capo un certo numero di villaggi di stirpe comune. Nei villaggi slavi, ad esempio, le cerimonie normali erano officiate dagli anziani, mentre nei santuari si celebravano le feste più solenni con un officiante incaricato e mantenuto, come quelle in onore del fondatore della stirpe (detto rod) ossia dell’eponimo antenato che abitava in cielo e faceva da tramite con gli dèi. Il santuario slavo di solito (il più classico è probabilmente nel disegno circolare, comune con quelli dei Vandali) era eretto in luoghi isolati e ben occultati ed era fortificato affinché gli abitanti dei villaggi dipendenti potessero trovarvi ricetto e porsi sotto la protezione divina in caso di attacchi ostili. Vi si accedeva da una porta percorrendo un’unica via mascherata da un labirinto sacro. La porta d’entrata è notevole anche perché è fatta in modo da guardare perpendicolarmente il sorgere del sole e permettere così alla luce dell’astro di entrare nello spazio interno per restarvi un buon numero di ore. Siccome alle latitudini alle quali ci riferiamo il sole non sorge ogni giorno nello stesso punto dell’orizzonte, ma su punti discosti l’uno dall’altro lungo un arco di cerchio abbastanza ampio, tenendo conto dei fenomeni di variazione che rotazione e rivoluzione terrestre subiscono nel tempo con un calcolo non molto complicato (M. Faccini in E. Cadelo, v. bibl.) si può determinare (pensate!) … la data di costruzione del sacro complesso!

Nella palude intorno a Grande Novgorod sono stati trovati ben tre luoghi di culto, l’uno accanto all’altro e uguali fra di loro (v. la figura qui sopra tratta da B. Chropovský, in bibl.), e ciascuno usato rispettivamente dalle tre diverse etnie che poi fondarono la città. E ciò non è forse una prova che in area novgorodese la collaborazione fra Ugro-finni, Balto-slavi e Slavi fosse abbastanza pacifica? E che farsene della leggenda di Riurik? A parte ciò, altri luoghi santi erano considerati gli spazi intorno alle querce come pure altri angoli della foresta dove ad esempio si era abbattuto il fulmine o esisteva una fonte di acqua potabile.

Oltre alle religioni pagane, non si può trascurare il ruolo culturale e religioso dei Bulgari del Volga musulmani dal 921 d.C. che con la loro presenza nell’enorme regione subartica degli Ugro-finni dominarono il nordest e il Volga per secoli e i Bulgari, pur meticciati con i locali, non ci hanno lasciato particolari luoghi santi, se non i loro cimiteri.

Tornando agli Slavi, l’abitato rappresentava un’unità vivente, un piccolo universo del quale l’individuo faceva parte per nascita o per adozione. Non solo! La famiglia (verv’ termine ucraino, ma di origine scandinava!) e la casa (dom in russo di genere maschile) materialmente erano (e lo sono ancora oggi) il cuore del tempo e della vita che passa. Qui si trovava assistenza, tranquillità, affetti e difesa ed è logico che in russo mir significhi allo stesso tempo villaggio e pace e, perché no?, mondo e cosmo.

Ogni dom aveva un capofamiglia con poteri di vita e di morte sui suoi famigliari e a lui era affidato il compito tradizionale di fare attenzione affinché le alleanze e i rapporti sociali con gli altri dom rispondessero alle sacre costumanze fissate dagli dèi nelle generazioni passate. Il villaggio intero invece faceva capo a un anziano (starožilec) eletto/scelto o sopravvissuto fra i capifamiglia. Era lui a custodire non solo l’armamentario sacro per i riti religiosi iniziatici dei giovani maschi e delle giovani femmine, ma anche per le altre cerimonie più intime: nascite, matrimoni, morti etc. che persino officiava. Da lui che impersonava la memoria collettiva e la sapienza tecnologica si andava per aver consiglio su come costruire una casa o come fabbricare un oggetto, per chiedere e ricevere certi arnesi etc. Per le sue caratteristiche lo starožilec era perciò in grado di presiedere l’assemblea (veče) che si riuniva per prendere le decisioni importanti e di fare da giudice nelle liti.

Economia slava medioevale storia

Legenda:

La famiglia di EGO (l’uomo). Il segno × indica il matrimonio (alleanza) permesso, le linee orizzontali indicano le generazioni separate e le frecce i figli generati considerati legittimi.

La donna è oggetto di scambio e il maschio o i suoi genitori pagano un prezzo ai genitori di lei, il veno, che però non è totalmente la stessa cosa che il prezzo di vendita o di acquisto di una schiava. In seguito infatti sotto il regime moscovita diventerà una tassa matrimoniale che il marito o la sua famiglia pagherà al matrimonio quando la donna ufficialmente passa sotto il dominio di un altro capofamiglia oltre che agli ordini del marito. Se il matrimonio avviene all’interno della stessa stirpe (rod) il meticciato interetnico non c’è, altrimenti negli altri casi nell’idea popolare a chi dar la colpa di malformazioni eventuali e di indoli aberranti nei figli il cattivo “mescolamento di sangue” sarà attribuito unicamente alla donna. Addirittura il semplice fatto per un figlio di non rassomigliare al padre o era imperfetto nel fisico poneva il sospetto di adulterio o di intervento magico. La donna infatti, pur considerata un semplice contenitore di sperma, era creduta capace di intervenire col maleficio nella formazione del feto. Se però tale intervento era assente, il maschio che ella generava era considerato tutto opera del suo sposo! D’altronde le regole fissate in tal senso erano parte integrante dell’educazione dei minori e, se così non fosse stato, ne avrebbe sofferto la patrilinearità. Com’è naturale per noi oggi, le regole rispondevano all’incertezza sul ruolo/peso di ciascun sesso nella “fabbricazione” del neonato per le insufficienti conoscenze biologiche di quel tempo.

2Economia slava storia medioevo slavi

Legenda:

La famiglia di LEI. Anche qui il segno × indica il matrimonio (alleanza) permesso, le linee orizzontali indicano le generazioni separate e le frecce i figli generati considerati legittimi.

La parentela nella maggior parte delle società umane è allo stesso tempo alleanza e discendenza, consanguineità e affinità culturale e per tali motivi la sessualità dei membri almeno in parte deve essere tenuta sotto il controllo affinché siano impedite le copule che potrebbero mettere in pericolo l’ordine costituito.

Il discorso ha molti e complicatissimi aspetti e varianti che noi abbiamo preferito evitare anche perché le informazioni sulla situazione della famiglia slavo-russa nel Medioevo sono oltremodo lacunose e, a causa della provenienza ecclesiastica, intrise di livore anti-pagano. Malgrado ciò nel quadro che verrà fuori dal nostro discorso dal XII sec. d.C. in poi vedremo delinearsi un modello di vita “russo” che nel XVI sec. d.C. s’imporrà giuridicamente come modello su tutto il territorio dell’Impero Russo.

Vediamo in breve gli aspetti più salienti dello scontro ideologico-religioso condotto sul campo delle relazioni famigliari ricordando che il cristianesimo cancellò e inquinò grandissima parte delle tradizioni locali, slavo-russe e ugro-finniche, e che il sistema di parentela cristiano alla fine vinse e si affermò, pur parzialmente modificato e riadattato. Diciamo subito che il cristianesimo considerò fondamentalmente incestuosa l’organizzazione slava delle parentele con tutti gli strascichi di costume e di regole interpersonali che essa prevedeva giacché non rispettava la scala di proibizioni fissata da san Paolo e sant’Agostino per la copula fra consanguinei. Gli occhi cristiani nel dom slavo vi vedranno soltanto incesto e promiscuità e esigeranno la revisione degli schemi riprodotti qui sopra (peraltro ancora in uso oggi, almeno nei termini!) e come esempio – fra gli altri – imposero l’interdizione immediata e permanente del jus primae noctis del capofamiglia sulla sposa-nuora (snohà) prima della copula col legittimo sposo per verificare di persona la funzionalità della madre nel garantirgli un nipote. E qui si noti bene che incesto ossia l’offesa sessuale maggiore al dio cristiano non ha lo stesso significato in tutto il mondo e quindi neppure presso gli Slavi prima della loro conversione e l’idea – anch’essa nuova e inaspettata – del peccato inclusa nell’atto sessuale restò incomprensibile. La stessa cosa si può dire della lamentata promiscuità che in realtà era o la poligamia normalmente permessa ai notabili del clan o la pratica del levirato sempre per ragioni di alleanze. In quest’ultimo costume, la donna ormai proprietà del clan che l’aveva “comprata” non era soltanto la moglie del marito, ma anche dei di lui fratelli a uno dei quali in caso di morte del di lei sposo essa diventava una seconda o terza etc. moglie. Di tal maniera l’alleanza che la donna rappresentava non si rompeva.

Per un approccio antropologico di una situazione peraltro lontana da noi nel tempo ci rifaremo a M. Godelier (v. bibl.) sforzandoci di riassumere senza alterarne il senso le ricerche di questo antropologo sull’argomento. Il nostro autore vede fra i due sistemi di parentela cristiano (di tipo antropologico INUIT) e slavo-pagano (di tipo antropologico SUDANESE) una differenza sostanziale. Il sistema di parentela slavo-russa, come ogni altro studiato in questi ultimi 20 anni fra le varie comunità/etnie umane del mondo, era fondato sul mito che esso fosse stato imposto da una divinità immortale allo scopo di mantenere un ordine nella natura. Il paganesimo slavo perciò giustificava e legittimava una sequela di leggende e credi religiosi in cui la divinità padrona del mondo affidò nella notte dei tempi a un capostipite aiutato da pochi scelti il compito di preservare tale ordine e quindi la gestione della vita dei membri della famiglia allargata e non mononucleare in ogni ambito. Per non sovvertire l’ordine universale affidato ai discendenti mortali della stirpe umana fra tutte le altre stirpi non umane viventi, gli uomini erano ordinati secondo una gerarchia immutabile con un potere immaginato semi-divino che, scegliendosi l’erede più capace dopo la morte, si assicurava l’avvicendamento e tutti i contenuti della tradizione. Siccome la gerarchia in particolare era basata sulla maggiore età dei capi maschi per i quali era ammessa una sessualità regolamentata a loro riservata, per i più giovani che ancora non facevano parte degli eletti i modi comportamentali sessuali insegnati erano invece alquanto diversi.

A parte ciò, pare che i sistemi di parentela più antichi fra gli Slavi e fra gli Ugro-finni fossero matrilineari in cui erano gli uomini a essere espulsi verso altre parentele sotto l’obbedienza di donne-capofamiglia. In seguito a una qualche rivoluzione ideologica e culturale non ben fissata nel tempo finora, ma comunque non molto anteriore agli inizi del 1° millennio d.C., il potere passò nelle mani degli uomini e furono le donne a questo punto a dover subire il sistema ora patrilineare di cui si è parlato fin qui. Nel caso Slavo e Baltoslavo questa storia la si deduce in gran parte dal folclore, ma quel che si capisce da ciò è la capitale importanza nella determinazione accurata del sesso alla nascita giacché, per il sistema in auge, il nuovo individuo poteva essere incluso o rispettivamente escluso dal gruppo dei parenti e addirittura soppresso fisicamente.

Dobbiamo comunque confessare che sappiamo poco sulla vita sessuale del contadino russo nel Medioevo e le osservazioni più serie di viaggiatori stranieri che visitarono la Pianura Russa risalgono soltanto al XVI e al XVIII sec. d.C. per cui possiamo soltanto dire che la promiscuità femminile e la competizione spermatica, che negli ultimi tempi sono stati confermati come aspetti evoluzionistici fondamentali per quasi tutta la natura vivente compreso l’uomo, furono subito notati dai ministri evangelizzatori e dagli osservatori laici e bollati come brutture intrinseche all’indole degli Slavi e al loro paganesimo. Anzi! Assimilati a comportamenti contro natura possiamo pensare che già al momento dei primi battesimi la Chiesa Russa decise che certi costumi dovessero essere eliminati insistendo sulla dottrina del peccato originale e sulla definizione cristiana dell’incesto.

In un potere slavo organizzato in parentele parallele che si alleano, che succede quando il capofamiglia muore? A lui non succede il figlio, ma il fratello in vita di età immediatamente inferiore magari a capo di un altro dom e la famiglia del defunto va a a dissolversi in quella del nuovo capofamiglia. A questo punto è una decisione di quest’ultimo autorizzare uno o più figli del defunto che abbiano già una sposa a fondare nuovi dom e, emigrando, persino nuovi villaggi.

E il vecchio dom? Non ha più alcun senso (sacro) di essere abitato da altri e tradizionalmente dovrebbe esser lasciato alle fiamme o allo sfacelo. Val la pena pertanto accennare alla cerimonia di abbandono officiata dalla vedova del defunto, se c’è, o dalla donna più anziana di casa poiché nel momento in cui il capofamiglia muore si chiude una gestione economica nelle coltivazioni, nel pezzo di terra etc. e la vedova o l’anziana non sono eredi di alcunché, ma curano solo col rito appropriato che gli dèi non vengano offesi. E così, dopo aver atteso che ogni oggetto mobile sia stato asportato, si riaccende la stufa (pečka) per l’ultima volta (spenta alla morte del padrone di casa) e si lascia che la legna si consumi. Una parte della brace è presa con sé come pegno e, ciò fatto, ci si allontana per sempre affinché un nuovo ciclo di vita possa ricominciare da un’altra parte con le stesse radici. Questi ultimi fatti li ricordiamo perché ci riconfermano un aspetto dei popoli diversi che la Pianura Russa ospitava e cioè che il mondo germanico nella variante svedese non attecchì granché dal punto di vista culturale dopo una separazione di secoli fra i due blocchi Germanico e Slavo. L’unica traccia “svedese” si conservò forse nell’etnonimo che si attribuì lo stato slavo-russo di Kiev esteso ai sudditi: Rus’. Questa parola è un altro rebus del Medioevo Russo.

Nel lungo discorso sulla famiglia slava, la tesi è che l’economia si stabilisce nel suo interno in funzione delle ripartizioni dei membri secondo età e sesso giacché è giusto la situazione nel quadro (gli schemi della Gerhart!) che assegna non solo la posizione gerarchica di ciascun membro, ma anche le funzioni pratiche e lavorative (e quindi economiche) che gli/le competono. In altre parole le responsabilità nel budget del dom/clan sono prefissate e calate dall’alto dalla gerarchia. Non solo! Il concetto che dominava fra gli Slavi (ma pure in tutto il mondo medievale cristiano) era che il passato fosse stato l’età dell’oro e che il presente ne era il decadimento. Insomma si temeva molto per il futuro, se non si lasciavano agire le élites delle stirpi al potere che sole avrebbero potuto difendere lo status quo contro ogni innovazione dannosa e così il tipo di vita che si conduceva nel mir era fondata sull’ignoranza voluta e imposta e ciò che avveniva nel mondo esterno al villaggio era ignorato per ragioni pratiche di comunicazione, ma pure temuto e marchiato di inutilità.

Facciamo allora il punto. Innanzitutto è bene fugare la visione erronea di un ambiente forestale pieno zeppo di villaggi contadini e assolutamente privo di contatti col territorio circostante fuori del fitto, visto che dal numero degli abitati prospettati dagli archeologi nell’esame delle necropoli la densità demografica che se ne deduce deve essere stata molto bassa, ma quelle poche persone per di più non sembrano aver prodotto un surplus da scambiare giacché non si nota una diversificazione delle produzioni del villaggio e quindi non solo alimentare. Se si viveva consumando quasi interamente ciò che si produceva senza aspirare a migliorie possibili nelle tecniche e nei bisogni, a che serviva il mercato locale e la circolazione di merci e di uomini? Il mercato in sé si trasformava in un’occasione di svago e di divertimento sacro senza però un minimo significato economico e gli atteggiamenti conservatori del mir, seppur condizionati da intricate realtà geografiche difficili da far compenetrare fra loro, erano le uniche ragioni che la tradizione riconosceva al mondo contadino.

E ciò mentre si nota un dinamismo cittadino che cresce, seppur lentamente, nella Pianura Russa.

Le poche realtà cittadine con la necessità di approvvigionarsi di alimentari in grosse quantità richiesero subito dei contatti migliori con l’hinterland (lo abbiamo detto) seppur recondito e ignoto e in più iniziarono a permettere la nascita di una classe agricola che operasse nelle loro prossimità, ma che funzionasse sulla base della compravendita di buona parte di ciò che produceva. E questo è già un punto di inizio per la realtà cittadina a mutare da città-fortezza chiusa e minacciosa in luogo di innovazione e progresso positivo. Lo stesso variago san Vladimiro, il vero fondatore del primo stato slavo-russo e “evangelizzatore dei russi”, quando decide di fare di Kiev la capitale del suo stato dopo aver abbandonato Grande Novgorod alla sua autonomia amministrativa e politica, ha da affrontare il primo problema della sussistenza per le numerose persone che ha deciso di accogliere nel perimetro delle mura kievane. Lo risolve trapiantando dall’estremo nord genti di ogni schiatta – e perciò agricoltori tecnicamente impreparati – al sud. Dà loro terra da coltivare ai confini con la steppa per rifornire la sua Kiev giacché avrà saputo che qui, poco a sud, la terra è molto fertile per la presenza del loess (un’argilla dei suoli acidi) e che i russi per il colore chiamano Terre Nere (Cernozjòm). Produrranno per servire Kiev e saranno compensati in vario modo. Sono questi contadini “orbitanti” fra foresta e steppa a integrarsi col mondo nomade e di antica civiltà ellenistica per migliorare tecniche e metodi nel lavorare i campi e nell’allevare nuovi animali domestici e far crescere così la società kievana (poi anche russa) composta di personalità economiche finora sconosciute aggregate volentieri al servizio del signore slavo-variago.

I trasporti? La logistica? Si attueranno e si ottimizzerà l’uso delle vie d’acqua.

Tanti i progetti kievani in questo XII sec.d.C. e ci risulta come esempio principe che la cosiddetta Via dell’Okà che parte appunto dal fiume Okà poco sotto Mosca e attraversa la foresta in circa 20 tappe ben attrezzate per finire a sudovest di Kiev, fosse l’itinerario lungo il quale, malgrado la misura vladimiriana, la Bulgaria del Volga – pure localizzata nelle Terre Nere, ma in quelle del Medio Volga – continuò a dominare il mercato delle granaglie nell’intera Pianura Russa. Proseguirà per ancora dei secoli a servire Kiev, ma anche Grande Novgorod e poi Mosca, con i propri cereali sulla base di rapporti di compravendita. In particolare il traffico con Grande Novgorod si svolgerà via Mercato Nuovo (in russo Novyi Torg o Toržòk), cittadina-deposito fondata nelle vicinanze di Tver’ dai novgorodesi per raccogliere qui le merci che viaggiano dal nord verso il Basso Volga, sempre con l’intermediazione internazionale bulgara.

Dunque il prodotto agricolo-alimentare in primo luogo, ma, se al cibo bene o male si sopperisce con i cereali che il clima e il suolo permettono di coltivare: orzo e segale in primo luogo e poi miglio e avena (il frumento arriverà verso il XVI sec. d.C.), che altro produce l’economia contadina di tanto notevole da poter finire in un commercio al di là dei confini?

Ritornando alla distribuzione degli Slavi, schematicamente si nota che, se la concentrazione è massima nel sudovest fino ai Carpazi, man mano che ci si muove verso nordest aumentano invece le popolazioni ugro-finniche che dominano quasi totalmente alla fine nella tundra verso e oltre il Circolo Polare Artico. Da secoli raccoglitori-cacciatori come abbiamo detto, nella congiuntura favorevole dei mercati internazionali furono in grado più degli Slavi di offrire i prodotti della foresta ad alto valore aggiunto molto richiesti e cioè le pellicce pregiate, il miele e la cera, il minerale di ferro e le pietre semi-preziose e persino l’argento dagli Urali. Furono gli Ugro-finni che stabilirono secolari contatti (con meticciato) con i Bulgari del Volga. Insistiamo su questo punto poiché lo stato di Kiev ebbe una marcata impronta agricola a base della propria economia (X-XI sec. d.C.) mentre i Bulgari del Volga e Grande Novgorod ne ebbero invece una assolutamente mercantile. In altre parole se Kiev impersonò la monarchia santa e assoluta, Grande Novgorod fu una repubblica sui generis.

Bolgar al contrario fu un emirato (dal 921 d.C.) musulmano pure sui generis la cui élite però non necessitò di forniture di cibo esterne neppure sotto forma di tributo obbligatorio come Kiev. I bulgari (lo abbiamo detto) coltivavano le Terre Nere e l’emiro stesso partecipava direttamente alla coltivazione e alla produzione e interveniva nella compravendita agricola.

D’altronde abbiamo visto come l’economia contadina con pochissimi contatti con altri villaggi e con le città-fortezze dovesse comunque essere in grado di fabbricare e fornire tutto ciò che serviva per la vita standard che si conduceva. Non solo! Se un villaggio era abbastanza grosso alla fin fine una certa autosufficienza in tutte le necessità materiali della vita l’acquistava. Tuttavia il baratto – e di questo infatti dobbiamo parlare – c’era e funzionava in molte aree della Pianura Russa, mentre si nota l’assenza praticamente assoluta del denaro sonante. Il denaro metallico coniato che viene spesso trovato dagli archeologi sepolto in fosse nel terreno (casseforti?) o che ritroviamo nelle tombe risulta essere quasi totalmente importato dal Centro Asia e non si accumula né si spende, ma è incorporato esclusivamente nell’abbigliamento come ornamento muliebre!

Il baratto si fonda innanzitutto sulla fiducia obbligatoria fra i componenti del clan e delle famiglie imparentate, se avviene all’interno del sistema e in parole povere si faranno accordi del tipo: Io ti offro del cibo e tu mi ripari questo arnese. Non solo, dove la reciprocità dei legami economici diventa un impegno a tempo determinato ancora con termini molto semplici l’accordo sarà: Io ti faccio un favore oggi, ma tu puoi ricambiarmelo anche fra qualche giorno, mese o anno.

A parte ciò in certi baratti si hanno problemi di convenienza se l’oggetto-offerta da barattare è ingombrante o è impossibile da trasferire/trasportare o addirittura se il ricambio-di-favore è da attuarsi fuori del villaggio e può costringere al viaggio. L’allontanarsi dal mir per qualsiasi motivo non è ben visto sia perché un viaggio è lungo e irto di ostacoli mortali sia perché rompe l’obbligo tradizionale della presenza alle attività collettive di tutti i componenti in ogni momento. Il viaggiare è un’attività servile degna di uno schiavo, come infatti sono considerati i mercanti senza fissa dimora e senza copertura famigliare.

Disegno dellautore di un dirhem da un esemplare esposto nel Museo Cittadino di Danzica.
Disegno dellautore di un dirhem da un esemplare esposto nel Museo Cittadino di Danzica.

Abbiamo già detto che, se c’era uno specialista in un mestiere o in un’arte, costui non poteva esercitare la sua attività a tempo pieno giacché, senza pensare di poter contare su emolumenti fissi da ricevere dai parenti o da altri del villaggio come compenso, doveva lui stesso procurarsi da mangiare e da vivere e dunque anche il suo lavoro era oggetto di baratto e senza necessità di far girare denaro sonante. Malgrado ciò, se la situazione culturale slava era quella che abbiamo fin qui descritto, da dove sbucarono gli artisti-artigiani che troviamo menzionati a più riprese nei documenti del XII e XIII sec. d.C.? Abbiamo accennato alla scoperta archeologica fatta a Grande Novgorod di un’officina vera e propria dove si producevano oggetti sacri da parte di specialisti come pure menzioniamo nella stessa città il Cantone dei Falegnami (varrebbe la pena chiamarlo meglio Cantone dei Cantieri Navali…) che rappresentava una scuola permanente di lavorazione del legno. Qui si custodivano segreti tecnologici inviolabili tanto che l’accesso era proibito a qualunque estraneo. Ciò detto, le circostanze dell’immediato passato e dei legami politici e mercantili della città non ci permettono di pensare che istituire il tirocinio in certi mestieri fosse un adeguamento industriale alla domanda sollecitata dalle esigenze logistiche della navigazione lungo il fiume della città, il Volhov, fino al lago Ladoga a nord o sugli altri fiumi a sud. La repubblica nordica conferma la sua singolarità in questo ambito e la sua storia pregressa ci spiega come la sua vicenda commerciale e economica fosse collegata, ma in contrasto, con la fondazione del primo stato slavo-russo. L’idea che Grande Novgorod potesse dominare la Pianura Russa se unita a Kiev balenò già ai tempi di Olga e del suo coniuge supposto “riurikide”, Igor, e poi al figlio di costei, Sviatoslav, padre di san Vladimiro che infine in parte la concretò. Per le sue frequentazioni con i Bulgari del Danubio e quindi a contatto diretto con la civiltà imperiale romana, fu chiaro a Sviatoslav che occorreva eliminare i Càzari con la loro rete commerciale per avere i cespiti consistenti. Intraprende campagne militari cercando di scompigliare il traffico dei novgorodesi con i Bulgari del Volga nelle regioni dagli alti Urali, passa poi ai Càzari nel delta del Volga e sul Mar Nero, ma non è chiaro che riuscisse appieno nell’intento di fiaccare questo antico impero di religione giudaica. Sappiamo al contrario che il tentativo di sottomettere Grande Novgorod usando Vladimiro in larga misura fallì. Probabilmente furono i Bulgari del Volga a favorire la fondazione e a sostenere l’indipendenza della repubblica nordica da Kiev e, sempre i Bulgari benché slavizzati, vi dominarono con una propria casta al potere che pare conservasse l’antico etnonimo corrotto nella parola antico-russa boljarin o ital. boiari. In conclusione nel XII sec. d.C. la repubblica è ormai uno degli anelli chiave della catena mercantile baltico-centro-asiatica mentre Kiev ne rimane esclusa.

La cosa più notevole è che gli Ugro-finni dell’estremo nord costituivano giusto l’altro anello – e il più importante – della detta catena economica. Queste etnie nel lungo e oscuro inverno cacciavano i piccoli carnivori dalla pelliccia pregiata e avevano messo a punto tutta una serie di protocolli di lavorazione per ottenere un prodotto di qualità. Ricorrevano volentieri, ad esempio, alle trappole e ai lacciuoli che non all’arco e alle frecce (pur spuntate) che avrebbero causato buchi nella pelliccia. Erano abilissimi nello spellare l’animale catturato senza troppi e inutili tagli. La pelliccia, dopo averla ben raschiata del grasso sottocutaneo, veniva pulita e pettinata e infine salata per impedire l’attacco da parte degli insetti. A questo punto era presentata al compratore.

A nostro modo di vedere, per l’importanza economica che questo prodotto forestale ebbe per secoli, il “pellicciaio” fu uno dei primi mestieri della Pianura Russa. Delle vere scuole sperimentali capeggiate da esperti insegnanti esistettero già nel VII sec. d.C. presso le diverse etnie ugro-finniche degli Urali settentrionali e certamente a Bolgar-sul-Volga dove oltre alla tecnica della caccia si insegnava biologia, zoologia e etologia animale.

Chi comprava le pellicce? E come avveniva lo scambio? E dove e quando?

Il Centro Asia, Baghdad, Costantinopoli etc. erano i maggiori compratori di tali articoli di lusso che di solito facevano parte dell’abbigliamento dei dignitari di corte, ma anche i vescovi e i papi ne ostentavano con grande profusione. Era poi l’organizzazione volgo-bulgara che teneva i contatti con i fornitori ugro-finnici specialmente nella zona di Lago Bianco (Belo Ozero).

Qui interveniva uno speciale tipo di scambio: il “baratto muto” che vale la pena di ricostruire essendo il tipo di negoziazione fondamentale per l’andamento del commercio e costituiva la ragione storica alla stessa stregua che spinse a fondare Grande Novgorod. L’operazione “baratto muto” avveniva in una radura di un bosco prescelto sulla riva del lago dal compratore e dal venditore che normalmente non si erano mai visti l’un con l’altro. Il venditore metteva in mostra una parte di ciò che aveva portato da scambiare e si ritirava fra gli alberi nascondendosi. Il compratore, anche lui nascosto nel fitto, veniva fuori dal lato opposto del bosco, guardava e apprezzava quanto era in mostra e offriva la merce che intendeva proporre in controvalore e si ritirava nel fitto. A questo punto toccava al venditore apprezzare. Se l’offerta del compratore andava bene, la prelevava e lasciava la sua. In caso contrario lasciava le cose come stavano, cedendo l’opzione al compratore di aumentare l’offerta. Questo va-e-vieni poteva durare anche troppo tempo innervosendo di solito il venditore che aveva i giorni contati. Infatti, una volta concluso l’affare, lasciava Lago Bianco per dirigersi a nord e cioè verso le rive sud del lago Onego. Di lì attraversava il fiume Svir’ che metteva in contatto il lago Onego con il lago Ladoga (in ugro-finnico chiamato Njevo) e raggiungeva gli svedesi che attendevano alla foce del Volhov mentre le giornate della bella stagione scorrevano inesorabili e la temperatura cominciava a scendere. Se non si fosse concluso tutto in un certo tempo, la neve sarebbe caduta, il terreno e i fiumi sarebbero ghiacciati e tutto si sarebbe bloccato.

Che ricevevano in cambio delle costose pellicce gli Ugro-finni (in particolare nei documenti sono nominati gli Jugri e i Vepsi o Visu)? L’abbiamo detto: i dirhem d’argento del Califfato abbaside che, ripetiamolo, non erano usati volentieri come moneta sonante, ma considerati talismani contro il malocchio da tenere addosso oltre che come ornamenti sulla fronte delle donne.

E questo era in pratica il lavoro dei Bulgari del Volga da quando si erano insediati sul Medio Volga nel VII-VIII sec. d.C. divisisi dai loro congeneri del Danubio e stretti collaboratori dei Càzari.

Perché allora abbiamo preferito riferirci al contadino slavo-russo con più particolari?

La risposta è che dalla nostra posizione di moderni noi sappiamo che Mosca, subentrata a Kiev e a Grande Novgorod (in parte pure ai Bulgari del Volga diventati però i Tatari di Kazan) nel dominio dell’intera Pianura Russa nel XV sec. d.C., cominciò a interessarsi della “classe” contadina finora sconosciuta e negletta e verso la seconda metà del XVI sec. d.C., quando il potere della sua dinastia si accrebbe e si confermò, si percepì chiaramente che l’interesse di ogni sforzo imperiale per l’acquisizione di nuovi territori e di più sudditi-abitanti doveva assumere un’impronta colonialistica. Più o meno lo stesso punto di vista era in auge pure nell’Europa Occidentale contemporanea, ma per Mosca l’atteggiamento era per una sudditanza senza mezze misure e col diffondersi e con l’affermarsi del mito dell’Impero sacro e romano, non fu ammessa alcuna distinzione etnica o religiosa fra i sudditi, salve pochissime eccezioni. Tale situazione di egualitarismo totale e appiattente fu fomentata dalla Chiesa Russa – da Kiev e poi da Mosca – che ebbe un ruolo ossessivo nell’imporla in ogni modo con la sua attrezzata burocrazia. Purtroppo con i mezzi del tempo alla fine dobbiamo dire che si mostrò più che altro capace di esibire una facoltà di consolatrice sui generis agli smacchi politici imperiali. Eppure attrasse lasciti e eredità che accrebbero i latifondi ecclesiastici a dismisura quasi da costituire uno stato nello stato. Gli arcivescovi soverchiavano l’autorità del sovrano moscovita dai loro conventi divenuti centri ideologici importantissimi. A poco a poco insomma la Chiesa Russa penetrò così intimamente nel potere imperiale da santificarlo. E i sudditi? Se erano pagani che vagavano nella foresta erano da considerare stranieri – questa è la semantica della parola russa jazyčnyi per pagano – e di conseguenza momentaneamente andavano ignorati, altrimenti, se cristiani, accettarono l’asservimento.

Intorno al XIII sec. arrivarono i Cattolici sul Mar Baltico d’altronde con più o meno lo stesso progetto ideologico della Chiesa Russa e colonizzarono di primo acchito il territorio baltoslavo dove nel 1209 fondarono Riga. Subito dopo giunsero i Cavalieri Teutonici e fu una lotta impari senza mezze misure e senza pietà con le etnie locali tanto che un intero popolo baltoslavo, i Prussiani, sarà sterminato e cancellato dalla storia. Ciò non toccò fortunatamente gli Slavo-russi ancora fuori dalla portata degli accaniti monaci cattolici armati, ma spinse i superstiti Baltoslavi, specialmente i Lituani, a far comunella con i quasi congeneri e confinanti slavi Krivici e con le altre genti slave (Polacchi, Ucraini) contro le soperchierie cattoliche. Per le élites lituano-russe ciò implicava una scelta di campo religiosa che però indugiarono a compiere fino al XIV sec. d.C.

Nel sud, nelle steppe ucraine, arrivarono invece nuove etnie orientali che pur non penetrando nell’interno concorsero volenti o nolenti all’aumento della multietnicità della Pianura Russa. La grande ondata arriverà provocata da Cinghiz Khan nel XIII sec. d.C. e la stabilizzazione del nuovo stato tataro dell’Orda d’Oro nei secoli seguenti renderà la situazione un po’ più calma permettendo negli angoli più remoti della Pianura Russa l’intensificazione dei legami interetnici e, guarda caso, la diffusione di un “modello slavo” di vita millantato come grande-russo o moscovita.

Un aspetto notevole del modello moscovita che colpisce maggiormente è la standardizzazione del concetto di attività lavorativa che traspare dagli scritti di monaci russi famosi secondo criteri abbastanza peculiari e in cui l’amministrazione del tempo individuale deve essere affidata al potere nel contesto del mito divino imperiale che Mosca sta promuovendo. In parole povere l’attività lavorativa non può ridursi ad un’unica occupazione del coltivare i campi per soddisfare il bisogno fondamentale di cibo, ma va diversificata e aumentata come è normale per soddisfare tutti gli svariati bisogni di una famiglia slava che Mosca contempla come ideale. Occorre pertanto vedere in questa sede la questione un po’ meglio giacché fra il XII e il XV sec. d.C. la parola lavoro andava acquisendo dei sorprendenti contenuti filosofici e giuridici e preparava quella che poi si chiamerà la servitù della gleba o in russo krepostničestvo. Nei documenti elaborati nei conventi è assodato il fatto che i sudditi siano obbligati a concorrere al benessere dei congeneri, ma senza escludere anche la necessità della conservazione del potere che li difende e li governa. E qui è sintomatico della misoginia cristiana che si constata, sempre nel linguaggio giuridico-ecclesiastico, quando i sudditi sono chiamate dapprima indistintamente liudi, ma poi passando all’argomento lavoro per il maschio si usa il termine più antico trud, cioè la fatica che si prova nel lavorare e che è elogiabile perché spesa in onore dell’autorità costituita, mentre si usa il verbo robit’/rubit’, il russo per lavorare, che indica il lavoro da schiavo per la donna: questo lavoro è in russo rabòta dove rab/rob è lo schiavo-oggetto. Notiamo queste semantiche poiché l’URSS, pur avendole ereditate dallo screditato impero moscovita nel 1917, le tenne per buone quando elevò il lavoro a simbolo materiale della forza politica popolare usando per lavoratore il derivato ufficiale trudjaščiisja da trud e abbandonando gli altri termini al linguaggio comune. Non andremo tuttavia a scomodare Marx per definire il lavoro come lo intendiamo noi, ma riportiamo quanto un sindacalista pure marxista USA degli anni 70 diceva del lavoro in termini inequivocabilmente moderni (H. Braverman v. bibl.): «Ogni forma di vita trova il suo sostentamento nel proprio ambiente naturale; tutte perciò svolgono attività miranti ad appropriarsi dei prodotti naturali per il proprio uso. […] Ma appropriarsi di materiali già pronti in natura non è lavoro; il lavoro è un’attività che modifica questi materiali rispetto al loro stato naturale per accrescerne l’utilizzazione. […] Così la specie umana condivide con le altre (specie) l’attività di agire sulla natura in modo da mutarne le forme e renderle più idonee a soddisfare i suoi bisogni.» In termini ergonomici inoltre il lavoro si traduce in una spesa di energia sottratta al corpo umano a fini utilitaristici e già da questo richiederebbe almeno la piena scelta personale di quel che fare e per quanto a lungo, se non si sia costretti da momentanea convenienza. Il lavoro imposto senza libertà di scelta, diventa costrizione e in tal caso suscita rifiuto e rivolta, mentre la fatica è la sensazione più complessa che ne segue e dipende da fattori psichici e somatici che a giudizio di chi la sente dà una soddisfazione se si è raggiunto lo scopo prefisso dell’attività stessa coscientemente finalizzata. Tutto questo è ovvio per noi che “capiamo” come il lavoro deve agganciarsi persino a una remunerazione che, sempre secondo la nostra logica, deve essere adeguata nel valore in denaro con la fatica spesa. Al contrario un ragionamento simile è assolutamente inconcepibile per il contadino nel Medioevo Russo che vede se stesso come il membro di una comunità organizzata di parenti legati reciprocamente secondo regole “discese dalle divinità pagane” e dove il lavoro è una delle attività vitali naturali sullo stesso piano del tempo e dell’energia spesi per mangiare, camminare etc. Trasformare la natura? Neppure per scherzo. L’uomo deve aiutare a tenere l’ordine nell’universo come gli dèi lo hanno creato e la fatica per di più è il segno di assoggettamento alla loro volontà, visto che sono gli dèi gli “elargitori di vita e di forza”. Ne consegue che il lavoro e la fatica fanno parte di un’operazione di donazione/corvée, un quasi saldare il debito alle divinità trionfanti. Essere remunerati? Dagli dèi con la fortuna e la buona salute che soltanto essi padroneggiano ed elargiscono.

Questa è il sincretismo pagano-cristiano (basta sostituire dèi con dio cristiano). Ma la pratica?

L’alternarsi delle stagioni alle latitudini di Kiev e di Grande Novgorod condiziona logicamente il lavoro che ha bisogno di illuminazione e la presenza del sole domina i tempi attivi così che d’estate si potranno svolgere molti più lavori che non in inverno. Inoltre è impensabile eseguire lavori chiusi in casa dove l’unica fonte di luce è il fuoco della stufa o un fuoco acceso in una conca di pietra posta sul suolo e quindi quasi tutto si svolge all’esterno. Non solo! Non ci sono orologi né l’obbligo di lavorare e di non fermarsi finché non suona una campanella e il lavoratore quando è stanco o ha perso la voglia si ferma e riposa. Non dimenticando in più che il lavoro nei campi, ad esempio, lo tiene lontano da casa dal momento in cui si è svegliato col levarsi del sole e che tornerà a casa al tramonto per cui deve portare con sé qualcosa da mangiare per lo spuntino oltre agli arnesi necessari… Ciò non toglie che il lavoro agricolo, è basilare per l’esistenza e, siccome in pratica non è sempre e solo zappare, dissodare etc., quando arriva il lungo e oscuro inverno il ciclo di obblighi che ha verso gli dèi e verso la comunità vivente tutta si chiude e nel gran timore che il mondo finisca si dedica volentieri a celebrazioni e riti propiziatori che concentra giusto nell’inverno. È la stagione dello stare insieme nella maniera più intima raccontando, discutendo, educando i minori, chissà divertendosi e facendo all’amore, ma soprattutto facendo delle grandi mangiate collettive e orgiastiche che in questa stagione durano a lungo alla luce del fuoco rituale.

A parte questo quadretto di vita famigliare, il contadino non oppone, come faremmo oggi, il lavoro al tempo libero giacché per lui il tempo libero è ozio inutile e dannoso verso gli dèi e va riempito con i riti prescritti.

Questa è in breve la vita del contadino che usa dell’ambiente naturale per le ricchezze che vi trova a disposizione da utilizzare adattandole ai suoi bisogni materiali e immateriali, ma sempre tenendo conto che uccide, mutila o guasta ciò che già esiste creato dagli dèi e che deve ricorrere alla ritualità prescritta nella tradizione, se non vuol sbagliare nell’agire e esser colpito dal malanno. Non può prendere dalla natura, se non e solo ciò che gli serve e niente di più. Nella realtà immediata, ancora incontaminato dal cristianesimo, si muove guidato dalla sua filosofia pagana che gli hanno passato gli anziani cioè che il primo suo riferimento per impostare un lavoro, quello che sia, è il dialogo con le forze divine che governano l’universo magari con l’intercessione degli antenati per il tramite dell’élite che governa il clan e la parentela.

È chiaro che in uno spazio concettuale di tal fatta non è neppure immaginabile l’artigiano/operaio che lavora per qualcuno dietro compenso e che il “datore di lavoro”, uomo come gli altri, abbia il diritto di far lavorare una persona e se ne possa arricchire… E non basta: Che senso avrebbe trasmettere ad altri le proprie abilità, se non è permesso dai costumi di migliorare e d’innovare un mestiere con la pratica giornaliera e il confronto?

D’altronde nella natura vi sono cicli ripetitivi di eventi, sebbene mai esattamente uguali, nei quali l’uomo è coinvolto proprio perché sta lavorando e perché fa parte di essa. A questi cicli misurati secondo i ritmi lunari accorderà i lavori da eseguire che fisserà nei nomi slavi dei mesi, oggi quasi ovunque nel mondo slavo sostituiti da quelli convenzionali di origine latina.

Sappiamo bene che la composizione dell’anno di 12 periodi lunari o mesi (il latino mensis o il russo mesjac significano entrambi sia luna che mese) era già stata messa a punto in Mesopotamia millenni prima dell’apparizione degli Slavi e che era stata ereditata direttamente col racconto biblico dal Cristianesimo e dall’Islam. Per questo motivo è interessante leggere nella Genesi (3, 17) a proposito del lavoro agricolo: «E (il signore dio) disse ad Adamo… maledetta è la terra per causa tua. Nel dolore ti nutrirai da essa per tutti i giorni della tua vita.» prefigurando nell’attività del lavorare i campi una condanna da scontare piuttosto che la necessità di ottenere una sopravvivenza più piacevole. Un concetto del lavoro aberrante per la realtà agricola slava. Nel mito seguente di Caino e Abele (Genesi 4, 1-15) inoltre il primo, contadino, uccide il fratello, pastore, e per il fratricidio è mandato maledetto e ramingo per il mondo dal dio creatore ed è rincarata la dose di maledizioni sul lavoro agricolo. Tuttavia in parziale contraddizione il cristianesimo aveva già modificato quel giudizio biblico sull’agricoltura e aveva stigmatizzato tale attività come umana e “santa”, ma… eseguita in “espiazione del peccato originale”. Altro concetto aberrante per lo Slavo. La Chiesa aveva raccomandato e diffuso in conventi e abbazie insieme alla preghiera l’attività contadina e la Rus’ di Kiev cristianizzatasi alla fine del X sec. d.C. tranquillamente aveva accettato tale modo di vedere e aveva marchiato invece di “selvaggia” ogni altra maniera di esistere e di abitare come quella dei nomadi pastori (evidenti discendenti di Abele!) tanto che il posto da loro occupato da tempi antichissimi, la steppa, fu sempre detto con tono spregiativo nelle CTP della Chiesa Russa Campo Selvaggio perché non coltivato (russo Dìkoe Polje).

L’attività contadina “cristiana” passava poi attraverso tutta una serie di festività patrocinate da un nugolo infinito di santi e sante a cui ci si poteva rivolgere nei riti prescritti e per mezzo del prete per ottenerne protezione, ma non dimenticando mai che il lavoro è sofferenza ed espiazione.

Anche il paganesimo slavo, sapendo che ogni giorno o ogni mese è il teatro di un evento naturale diverso per giustificarne la realtà e per capirne l’evoluzione per quanto possibile antropomorfizzava l’evento stesso e lo interpretava e lo spiegava sotto la forma di lotte continue fra forze invisibili sovrumane. La tradizione avvertiva, ripetiamolo, l’uomo attivo di stare ben attento a non fare da disturbatore, bensì di agire da attore/collaboratore che contribuisce alla vittoria delle forze divine a lui favorevoli e mantiene così l’universo in ordine… A questo punto, perché abbandonare il vecchio modo pagano di scandire il passare delle stagioni con propri riti? Al limite si sarebbero dati dei nomi dei santi cristiani di fronte ai medesimi fenomeni ciclici e le forze divine implicate avrebbero continuato ad essere venerate secondo l’antica consuetudine. Di qui il sincretismo religioso slavo che la storiografia russa chiama Doppia Fede o in russo Dvoeverie.

Nel calendario nordico ci sono però alle latitudini di Mosca (meno che a Kiev), di Novgorod e di Bolgar-sul-Volga alcuni aspetti del cielo di fronte ai quali il Cristianesimo (X-XI sec. d.C.) e l’Islam (921 d.C.) si trovarono per la prima volta nella loro storia e ne rimasero impressionati per la spettacolarità: la lunghissima notte del solstizio invernale (24-25 dicembre) e il lunghissimo giorno del solstizio estivo (24-25 giugno). Non solo! Il passaggio da una stagione all’altra inoltre era molto più netto qui poiché il sole al suo zenit era abbastanza inclinato sulla testa del contadino nordico rispetto alla quasi perpendicolarità alle latitudini mediterranee.

Su questi eventi celesti era basata gran parte della mitologia pagana e i riferimenti pratici della vita. Ne tennero mai conto i due monoteismi che stavano colonizzando con le loro ideologie la Pianura Russa e il resto della Slavia? Non lo sappiamo di certo, ma dobbiamo sottolineare che altro era il modo in cui il Paganesimo nordico percepiva i fenomeni naturali e le domande fatidiche che la gente si poneva preoccupata ogni fine d’anno erano: E se il sole non tornasse più? O peggio: Chi garantiva che ritornasse il fresco della notte e che invece tutto non bruciasse sotto il torrido sole estivo (si raggiungono ancor oggi temperature intorno ai 40° C con le molte ore di insolazione)? Insomma occorreva chiedere aiuto/consiglio agli antenati che questi eventi avevano ai loro tempi superato con la loro sapienza e non alle Sacre Scritture o al Corano che al contrario non davano tali spiegazioni. Per questi motivi, ad esempio, l’anno cominciava non prima di essersi assicurati che il sole sarebbe ritornato nel cielo. I sacerdoti nell’intera Pianura Russa pertanto si ponevano in attesa che la luce tornasse nel firmamento dal momento del solstizio invernale e a loro era affidato il compito di contenere la paura collettiva implorando l’intervento degli eponimi presso gli dèi affinché il mondo non perisse. E così, dopo sette magici giorni (in russo koljady) ovvero più o meno al 1° di gennaio, se tutto andava bene, la luce del sole tornava. Altro che Nascita di Cristo…

In breve gli elementi di pensiero nella cultura slava e in quella ugro-finnica non sono mai da trascurare giacché denunciano un grosso bagaglio culturale apportato nella tradizione slavo-russa che fanno immaginare quanto fu difficile e laborioso per le religioni istituzionalizzate, cristiana o islamica, che non ammettevano eccezioni e disprezzavano i pagani per principio, entrare, compenetrare e eliminare ogni tradizione “diabolica” (per i cristiani) e “idolatra” (per i musulmani).

Purtroppo conosciamo abbastanza bene Cristianesimo e Islam e conosciamo abbastanza male il Paganesimo del Grande Nord e, benché i paragoni fra le rispettive mitologie siano incerti e ambigui, notiamo a nostro vantaggio che il Paganesimo sia sopravvissuto nella Pianura Russa almeno nel corpus folcloristico meglio che in altre regioni slave e non slave d’Europa e ciò per il nostro assunto è fondamentale. Anzi! Il Paganesimo lo si ritrova ancora oggi in veste ufficiale nella Repubblica dei Mari (Mari El) tanto che il Presidente eletto, Vladislav Zotin, è stato consacrato nel 1992 dal locale Vescovo ortodosso e dal Gran Sacerdote pagano nazionale dei Mari.

Ma ecco tornare l’onnipresente tradizione nel discorso che dovrebbe spiegare e chiarire ogni visione del mondo. Malgrado tutto la tradizione non è una serie di regole e di concetti immutabili, né si oppone genericamente all’evoluzione tecnica o alle esperienze scientifiche nuove derivate da un qualche studio della realtà antropica. La tradizione è l’invenzione di una serie di miti necessaria all’educazione dei giovani affinché un certo ordine fondato in un certo tempo non sia turbato eccessivamente. Periodicamente cambia di nome e si trasforma in scienza e scibile, sempre da insegnare ai giovani (la scienza, l’istruzione, la materia di insegnamento e simili sono aspetti aggiornati della tradizione), e alla fine è ingenuo parlare di arretratezza congenita né di caparbia opposizione dello smierd (nome più generico e alquanto spregiativo del contadino russo) alla nuova ideologia cristiana che non fa altro che sostituire una serie di miti con un’altra nuova serie di miti. Muoversi e agire nel reale è difficile sempre e ovunque. Gli ostacoli non vanno semplicemente eliminati, ma capiti e studiati e, se ci sono, non ci permettiamo di giudicare negativi in toto i principi olistico-pagani che affermano che gli dèi li hanno voluti porre là dove si trovano. Il confronto con la natura insomma deve essere cauto e attento e qualsiasi tradizione va bene, se appunto consola il doloroso dubbio e suggerisce quali riti celebrare per vincerli.

Vediamo qualche rito che il Cristianesimo non riuscì a debellare.

Prima di introdurre un seme nel terreno, occorre il permesso dalla dea Madre Umida Terra? La tradizione indicava come si poteva ottenerlo. Si doveva ringraziare la dea donandole l’ultimo covone che infatti era lasciato sul campo alla fine della mietitura? Lo si faceva con piacere e con gioia. Lo stesso rispetto si dimostrava verso la dea nel decidere quando cominciare a lavorare i campi giacché, se si trasgrediva e si andava in campagna prima delle Radunicy (ricorrenza pagana che cadeva poco prima della Pasqua e ricordava gli antenati), essa avrebbe risposto con la siccità e una carestia per la comunità del mir.

Contro l’individualismo cristiano, nessun membro della comunità pagana poteva incorrere in atti inconsulti di offesa agli dèi e risponderne personalmente giacché il mir è fatto di alleanze di parentele e, se c’è uno che sbaglia, è il mir intero a dover riparare. Anche la parola può recare danni, se è detta con intenzioni malvagie! Sicuramente dopo qualche tempo le parole oltraggiose ritornano sotto forma di fantasmi orribili e vendicatori e vagano per il villaggio non soltanto in cerca dell’izbà (nome generico della casa tipica slava di fronte al dom che indica il complesso anche di izby separate) del trasgressore, ma tormentano tutti finché l’offesa non è lavata dalla comunità intera.

Un altro grosso neo cristiano fu l’introduzione dell’idea di proprietà privata della terra contro il concetto pagano di concessione divina a una comunità, senza alcun proprietario.

Un aspetto tipico della tradizione contadina che in parte si conciliava con la misoginia medievale del clero cristiano fu pure l’esortazione a rispettare la ripartizione delle fatiche fisiche quotidiane (il lavoro!) fra i sessi e fra le età che, come sappiamo, era legata alle gerarchie del gruppo-famiglia-villaggio. Esisteva perciò un lavoro femminile distinto da quello maschile. Per questa ragione il giovane/la giovane era educato/a non ad essere maschio o femmina a tutti i costi, ma a vedere nella differenza di sesso il proprio destino predeterminato dal punto di vista sociale e economico. Da un lato ciò è logico dato che non si era ancora giunti alla produzione di massa che rispondesse a logiche di mercato e dall’altro era indispensabile che chiunque sapesse fare qualsiasi cosa poiché la versatilità nel lavoro restava la virtù maggiormente stimata.

Lo specialista invece opposto e superiore per la sua abilità in principio non poteva esistere e su quest’ultimo punto non è stato provato neppure oggi nel nostro sistema societario che una persona dotata apparentemente di facoltà particolari e eccezionali esista per sua natura genetica, ma che al contrario in condizioni ambientali favorevoli in un gran numero di persone chiunque è stimolato ad esprimere il meglio di sé e di conseguenza può dare origine a un’innovazione utile a tutti. Nella visione pagana chi sapeva far qualcosa meglio di altri non veniva esaltato né “mercificato” come si fa oggi, ma semplicemente gli veniva riconosciuto uno sguardo particolare su di lui da parte degli dèi e… unicamente per il tempo che consumava nell’abilità per la quale si distingueva! Insomma un’eccezionale abilità personale/fisica era un’anomalia e la si sopprimeva ove e appena possibile.

Eppure malgrado quanto detto sappiamo che gli artigiani erano importanti per le realtà cittadine della Pianura Russa. A Bolgar-sul-Volga (è meglio chiamare così la prima capitale dei Bulgari) dal principio del X sec. d.C. una parte della città era stata riservata agli artigiani vicino alla piazza del mercato e con le vie divisorie fra specialità e specialità. Più o meno in modo simile era organizzato il Podil di Kiev o della capitale càzara, Itil, per tacere della repubblica di Grande Novgorod. Quando arrivarono i Tataro-mongoli nel XIII sec. d.C., ovunque si trovassero artigiani gli invasori li prelevavano e li mandavano a Qara Qorum a servizio del Gran Khan, sconvolgendo situazioni “artigianali” consolidatesi da tempo nelle città slavo-russe tanto che i principi russi cominciarono a temere che i loro specialisti migliori potessero attirare l’avidità dei Tatari e che questi prima o poi li avrebbero deportati senza por tempo in mezzo per cui valeva la pena nasconderli o mascherarli millantando la loro incapacità a produrre roba buona. Tale situazione durerà fino all’emancipazione di Mosca nel XV sec. d.C. dal giogo tataro e si fissò l’abitudine di passare certe strane informazioni in cui si spargeva la voce che far fare un certo oggetto fosse un affare complicatissimo oppure che l’artigiano non era reperibile o che abitava lontano o che era prigioniero di un mostro. Di simili altri racconti fantastici sugli artigiani rimane l’eco ancora nelle favole russe (byliny) odierne.

E da dove venivano gli artigiani, se il mondo contadino li negava?

Non abbiamo conoscenze di scuole d’artigianato, a parte quella che doveva esserci a Kiev nel Monastero delle Grotte nell’XI sec. d.C. e quella ritrovata dagli archeologi a Grande Novgorod per la confezione e la pittura delle icone sacre e di altri oggetti per l’uso ecclesiastico da datare intorno al XIV sec. d.C. Possiamo pensare quindi che gli artigiani erano dei praticoni venuti fuori qui e là nei villaggi e passati al servizio delle corti dei principi nelle città-fortezze per vari motivi. Prima dell’arte però viene la materia prima sulla quale tale arte si materializza e quindi possiamo parlare a pieno titolo di artigiani del legno in primo luogo, di tessitori di mestiere e di pellai e pellicciai.

Chiaramente il ventaglio dei mestieri è più ampio e la produzione industriale è appena agli inizi e a questo proposito sorsero seri problemi organizzativi. Un artigiano, se gli si dà da produrre qualcosa, come controllarlo nel progresso del suo lavoro? E se gli si è affidata una materia prima costosissima da trasformare? Già lo si era strappato con la forza o col ricatto dalla realtà del suo mir e da tutte le garanzie che il mir forniva mettendolo in una situazione scomoda presso un arcigno principe riurikide. La soluzione globale fu di legare l’artigiano con un contratto a vita o holopstvo al principe (o a chi altro lo impiegava) il quale ultimo si prendeva a carico, addirittura quasi in ostaggio, la famiglia e i figli del lavoratore anch’essi strappati all’ambiente tradizionale. Eppure A. Guagnini, visitatore italo-polacco del XVII sec. d.C. a Mosca scriveva: «Il lavoro degli artigiani di solito si paga con pochi soldi. Quando poi aumenta il prezzo del pane per costoro è difficile comprarne con quello che guadagnano lavorando per tutta una giornata.» È questo l’apprezzamento di Mosca imperiale per l’artigiano? Siamo però nel XVII sec. e ormai l’impiego dell’artigiano è già diventato una vera e dura schiavitù contro la quale persino la Chiesa Russa (che però ne usava) si lamentava a gran voce.

Artigiano, abilità manuale, mestiere… Argomenti di cui occorrerà parlare meglio più avanti data la situazione culturale slavo-russa che si vorrebbe modella della nuova sudditanza imperiale del XVI sec. d.C. Al momento volgeremo lo sguardo sugli strumenti di lavoro e sulla materia prima più importante e diffusa sia in casa sia nella campagna di quei tempi che è il legno. Intanto c’è da lamentarsi che il legno costituisce un problema archeologico imbarazzante poiché lascia pochissime tracce nel campo di scavo e scompare addirittura, se si tratta di oggetti non voluminosi come le suppellettili e gli arnesi più minuti che sono di fatto reperti rarissimi. Gli archeologi invece hanno scavato molti tipi di strumenti in ferro per lavorare il legno, noti fra il XI e il XIII sec. d.C. e fabbricati nella Pianura Russa con minerale ferroso locale.

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Nelle figure qui sopra (da M. Semjònova, v. bibl.) ne sono disegnati alcuni. A sinistra ci sono due tipi di ascia/accetta (russo topor): sopra è quella che col lungo manico può diventare un’arma micidiale e sotto quella “da falegname” con dimensioni ridotte e talmente comune da essere stata usata come moneta di scambio. Quanto alle seghe (russo pilà) ne sono state trovate sia lunghe oltre i 2 m con i denti triangolari ritagliati nella lama sia con piccole pieghe a zig-zag (più facili da fare, per il fabbro!). Se ne sono trovate persino piccole e con le lame a nastro fini e dentate tese fra un arco di legno, come si vede nell’altra figura a destra e poi ceselli e altri strumenti da punta.

Naturalmente le collezioni disegnate qui e altre che si vedono nei musei non significa che esse fossero il corredo di un solo falegname come vedremmo oggi entrando in un’officina giacché in ogni caso gli strumenti a disposizione in ogni izbà erano pochissimi e spesso presi in prestito dal capo-villaggio o scambiandoseli coi vicini evitando inutili costosi doppioni.

Facciamo però una considerazione in più. Gli dèi erano i custodi della scienza e della tecnologia e perciò il lavoratore nell’usare le sue abilità in realtà diventava un agente divino e, siccome gli strumenti e gli arnesi erano stati fabbricati secondo disegni divini, andavano pure difesi dalle forze invisibili degli dèi ostili cioè dalle cosiddette nečistye sily per cui scaturiva l’obbligo di chi li aveva in consegna di custodirli in un luogo appartato, sicuro e sacralizzato.

Dunque l’uomo d’inverno non lavorando i campi si dedica a tutta una serie di altri lavori di manutenzioni, riparazioni etc. per quanto è possibile operando con il tatto più che con la vista, data la mancanza di illuminazione sufficiente. In casa l’ambiente è certamente protetto e la gente si sente pura nel fisico e nel cuore perché gli déi qui lo guardano e lo assistono nella maggiore intimità.

L’armamentario metallico è raramente di rame e, se per qualche tempo certi strumenti di ferro vennero dal Mar Baltico e dal Centro Asia, successivamente il ferro fu di provenienza locale cioè dagli Urali e quando si cominciò a cercarne e a trovarne in buone quantità persino nelle paludi (ferro meteorico). Lo si scambiava grezzo, questa “pietra nera”, in forme fucinate standard che vagamente ricordavano le asce delle figure qui sopra. Per molto tempo intanto non si seppe (o non si osò) lavorarlo giacché fucinare etc. era per il contadino un’attività misteriosa e pericolosa e si temevano gli uomini che piegavano, scioglievano e formavano una pietra con l’azione del fuoco tanto che il fabbro (di solito ugro-finnico) restò un estraneo al confine del villaggio. Ciò non vuol dire che nella Pianura Russa non esistessero fabbri prima del XIII sec. d.C. giacché nell’estremo nord, sulle rive del lago Ilmen a 2 km da Grande Novgorod, c’era l’insediamento variago-svedese, il forte Riurikovo Gorodišče, dove sono stati trovati strumenti da fabbro collegati col mondo militare e risalenti al VIII sec. d.C.! Un po’ più tardi e stavolta a Gnjòzdovo vicino a Smolensk, alle sorgenti del fiume Dnepr, esistette un’altra officina variago-svedese dedicata alla lavorazione delle lame da spada importate dal Reno. Eppure la società contadina slavo-russa, al contrario di quella slava occidentale che viveva ai piedi di montagne ricche di minerali, non andò oltre la grande conquista “sociale” di accettare nel mir la presenza del fabbro a patto che costui s’impegnasse a svolgere il suo lavoro unicamente “su ordinazione” e operasse isolato in una tenda adibita all’uopo come quella del disegno qui sotto. La tenda, ger, (jurta come la chiamiamo noi) del fabbro ferraio delle steppe ucraine (nella figura a destra) è, avvertiva il tedesco P. S. Pallas ancora nel XVIII sec., vietata alle donne perché… disturbano il fuoco! Al contrario il fuoco regnava nell’attività culinaria femminile e stavolta era al maschio interdetto l’accesso allorché si trattava di cucina.

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Officina sacra dom

Qui sopra a sinistra (da V.V. Aleksandrov, v. bibl.) c’è pure il disegno di un’officina sacralizzata come ambiente riservato al maschio del dom di cui parlavamo più sopra. Si notino la slitta, il truogolo dove quando occorre si accende un fuoco per illuminare l’ambiente. C’è poi la scala a gradini, la macina rotante e poco altro.

A noi che abbiamo visitato molti musei del legno nel nord Europa ci va di fare un’osservazione. Nelle esposizioni ammiriamo sculture, pitture, ricami e li consideriamo degli oggetti abbelliti dalla voglia artistica mentre in genere ignoriamo il vero significato di quel “lavoro in più” che ai nostri occhi rende “belli” gli oggetti esposti. L’abbellimento infatti è un elemento magico-religioso che serviva a proteggere il manufatto caricandolo di segni che garantissero efficacemente e a lungo la sua “funzionalità” contro le azioni delle dette forze invisibili impure che solitamente tendevano a deteriorarlo (la ruggine era un esempio!) e a distruggerlo (tarlo, muffa) e di conseguenza non poteva esistere una libertà di scelta dei soggetti da ritrarre né dei simboli o dei materiali e dei colori con cui coprirlo perché tutto rispondeva a regole prefissate…

Se a Grande Novgorod come sappiamo esistevano scuole di iconografia famose che sfornarono artisti eccellenti come Andrei Rubljòv applicando questi criteri stilistici, non a caso, aggiungiamo, l’arte di lavorare il legno era l’industria regina del Cantone dei Falegnami sulla Riva del Mercato. Di qui certamente uscivano degli ottimi carpentieri, ma non solo addetti a manutenzioni navali per i natanti dei mercanti, ma anche alla fabbricazione e alle forniture di elementi di arredamento, di strumenti, contenitori, telai, aratri, remi, pegole etc. insieme con statue da incorporare nello scafo o nel piedritto della porta di casa di prima qualità. Se Costantino VII Porfirogenito ci informa che i Rus’ erano rinomati per la costruzione di natanti smontabili fatti da un solo e intero albero (monoxyloi li chiama) e che riuscivano a navigare velocissimi nelle innumerevoli vie d’acqua della Pianura Russa, d’altro i contatti con Cavalieri Teutonici e Hansa tedesca di certo aveva raffinato l’arte del carpentiere già antica fra gli Slavi, nel Mar Baltico per certi oggetti di legno eseguiti con maestria a Grande Novgorod avevano ormai un’ottima fama.

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Comunque sia il legno diventa bello se lucidato e dipinto e la pittura nella civiltà contadina si apprezzava proprio sulle suppellettili di casa che non mancavano in nessuna izbà.

Senza scendere in altri particolari rileviamo che i soggetti da dipingere restarono senz’altro le nature morte con bestie e fiori e di certo raffiguravano vari elementi magici pagani come ninfe e esseri immaginari, mentre si evitavano i paesaggi ritenendo ridicolo riprodurli quando era possibile guardarli da sé nella realtà né potendone immaginare di diversi di quelli creati dagli dèi.

Guardando l’izbà dall’esterno, si notava subito la scultura di una testa di cavallo o (più raramente) di gallo sulla punta del tetto rivolta alla strada. Il cavallo era l’animale del Sole, ma anche il gallo era considerato un membro della famiglia e grazie a lui che per primo vedeva il sole tornare nel cielo chi dormiva si svegliava e tornava in vita. Anzi! Siccome le nečistye sily agivano nell’oscurità e di notte, il gallo col suo canto le scacciava immediatamente al mattino. Insomma il dom tramite queste sculture era ben protetto! All’interno le pareti, la lavka, le ante delle porte erano sempre dipinte, ma non la pečka forse per ragioni tecniche e nelle cartoline museali di una casa russa (regione degli Urali) si può ammirare qui sopra l’ambiente colorato del XIX sec. d.C. e la ricca collezione di suppellettili di legno che di certo ricalcano gusti e moda di tanti secoli fa.

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Molti oggetti raffigurati qui sopra (a sinistra son tratti da O.N. Selegina, v. bibl., e quelli di destra da L.V. Belovinskii, v. bibl.) sono fatti prevalentemente in legno o con scorza di betulla e di tiglio e persino con cuoio (specie gli otri in uso nella steppa). Fra i materiali appare anche il ferro (ghisa e fucinato) che, ripetiamo, è un apporto tardivo del XIV sec. d.C. e lo notiamo comunque per la pentola (a) per cuocere zuppe e stufati chiamata čugunka che, riempita degli ingredienti, veniva immessa nella pečka posta sul treppiedi o tagan/taganka. Nel passato però invece del treppiedi e della pentola di ghisa (o di bronzo) si usava un bel pentolone di coccio con tre piedini sul fondo. Il secchio di legno o vedrò è destinato a tirar su l’acqua dal pozzo, mentre le botticelle sono usate per le bevande alcoliche rituali (l’idromele o mjod). In questi articoli si nota la tecnica delle doghe tenute insieme dai vimini e non dalle fascette di ferro come avverrà in seguito.

La cassapanca o sunduk che si vede in basso serviva per riporvi il corredo e altri tessuti e il cucchiaione o kovš/kuvšin fungeva allo stesso tempo da scodella da cui si sorbiva la zuppa e lo si reggeva dal grosso manico. Non esistevano piatti e di solito, se si trattava a volte di dover tagliare della carne, lo si faceva sulla lavka o sulla ridotta piattaforma davanti alla bocca della pečka e nelle cene all’esterno sui ceppi/resti di tronchi ben lisciati.

Se mancano i corni bovini per bere è perché essi si usavano esclusivamente per le libagioni e perché i bovini erano molto pochi e di piccola taglia.

Notevole è ancora la lučina o svetec cioè un ramoscello di betulla che intriso com’era di resina (djogot) bruciava con un buon profumo e faceva luce per quanto ne serviva.

E passiamo ad alcune attività previste per ciascun sesso.

Diciamo subito che con talune eccezioni, la stessa izbà slava o il čum ugro-finnico erano divisi in due sezioni: maschile e femminile, ma che comunque era la donna a dominare lo spazio interno.

Un lavoro maschile fuori casa fu a lungo la raccolta del miele e della cera, quasi un monopolio dei Baškiri e in generale degli Ugro-finni. Miele e cera si ricavavano dal saccheggio periodico degli alveari selvatici che si formavano nei cavi degli alberi e che occorreva svuotare prima di un temibile e vorace concorrente: l’orso! È l’embrione di un’industria organizzata dei prodotti forestali giacché i due prodotti erano richiestissimi in tutta l’Europa medievale per cui si pretendevano forniture e qualità regolari.

Né possiamo non menzionare l’estrazione del salgemma fatta naturalmente a mano che si concentrava nella regione elevata ad ovest di Kiev: Podolia e Volynia dove si trovavano le sorgenti della Vistola e del Bug (meridionale e settentrionale) e quindi in una posizione favorevolissima al trasporto verso nord e verso sud. Di questa industria saliera si impadronirono i Riurikidi del ramo dei Rostislavidi e, siccome il sale era fondamentale non soltanto per la conservazione delle pellicce pregiate, ma anche per la salatura della carne e del pesce e delle verdure, diventò un’arma per piegare i parenti Riurikidi di Kiev quando ce ne fu bisogno. Se parliamo poi del pesce, affumicato o salato, questo era un prodotto che circolava in grandi quantità nei mercati della Pianura Russa. A quei tempi esistevano ancora pesci d grossa taglia come gli storioni che, catturati, vicino alla foce dei grandi fiumi raggiungevano moli ragguardevoli da sfamare un’intera famiglia per settimane. E con il Cristianesimo e le periodiche proibizioni sul cibo carneo il pesce rimase popolare sulla tavola.

Sono però i “lavori femminili” che ci interessano ora perché dal punto di vista economico sono gli unici che spesso producono quel surplus di cui lamentavamo la mancanza. Cominciamo da un’attività lavorativa femminile antichissima: la tessitura. Apparsa all’inizio dell’invenzione dell’agricoltura e della sedentarizzazione, essa cominciava con la coltivazione della pianta più conosciuta per questo uso nel nord: il lino (Linum usitatissimum in russo ljòn).

La coltivazione riservata alla donna avveniva in terreni separati vicino al fiume e le piante tessili oltre al lino erano la canapa (Cannabis sp. in russo konopljà) e qualche altra. Il lino e la canapa non richiedono terreni particolari e crescono quasi ovunque nel nord purché si dedichi loro una cura costante curando che gli steli crescano diritti e abbastanza alti in modo da dare fibre lunghe e tenaci.

Un po’ prima che cominci a fruttificare la pianta è estratta dal terreno con tutte le radici a mano. Non può essere mai tagliata (la falce è un arnese maschile!) e le fibre così risulteranno indenni da piegature e rotture. Dopodiché gli steli sono messi a macerare per qualche tempo finché le lunghe fibre si staccano le une dalle altre liberandosi dal collagene. Per separare e scartare il collagene rimasto, le fibre sono scassate e pettinate e finalmente date a filare con i fusi verticali tradizionali.

Scassatura, cardatura, torcitura, filatura con il fuso etc. erano i lavori più fastidiosi prima di passare sul telaio. Il fuso col contrappeso di argilla era uno strumento sacro e poteva essere usato soltanto dalla sua prima padrona tanto che il contrappeso portava il segno il nome di quest’ultima. Il filo infine era raggomitolato sull’arcolaio. Se poi si richiedeva una colorazione previa, varie piante si trovavano nella foresta per far ciò e la preparazione e l’ottenimento dei colori vegetali nel cui bagno il filato doveva essere immerso era un lavoro complicato, lunghissimo e puzzolente.

Accadeva a volte che il numero di piante da raccogliere e poi lavorare producevano tanto filo che tessuto e trasformato dava teli in quantità maggiore del necessario per gli usi della famiglia e ciò perché in una buona annata non si poteva lasciar marcire gli steli in più e andavano utilizzati fino a esaurimento tutti ed ecco allora il surplus: filo e teli in più!

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Finalmente si passava sul telaio che ogni izbà, com’è naturale, piccolo o grande ne aveva uno (gli Ugro-finni risultano aver preferito pelli conciate e pellicce per i loro abiti).

Il più diffuso nella Slavia sembra essere stato quello verticale (a sinistra qui sopra). Era compito dell’uomo, subito dopo la trebbiatura (operazione in gran parte femminile!), ripararlo, pulirlo e metterlo in ordine dopo averlo tirato giù dalla soffitta (čerdak) e finalmente montarlo. Una volta pronto la padrona di casa si metteva al lavoro insieme con le altre donne. L’apparecchio (i disegni qui sopra sono tratti da una cartolina museale) era sotto il patrocinio della dea slavo-russa Mokoš o Mokošà, parificata in seguito dai cristiani a santa Parascheva o santa del Venerdì e in reverenza ad essa la tessitura era interrotta il venerdì e ripresa il lunedì successivo.

Ogni filo in colore diverso era posto su un proprio arcolaio e in lunghezze tagliate fisse e con un pesino legato a un bandolo (si trovano moltissimi pesetti negli scavi archeologici!) se ne appendevano in un certo numero sul subbio superiore del telaio e facevano da ordito. Il resto del filo s’avvolgeva sulla sua navetta e costituiva la trama (o le trame in colori diversi). Navetta e spola, sebbene nella figura la trama si vede raccolta a lato senza navetta, erano maneggiate solitamente dalle ragazze giovani giacché la donna adulta era la responsabile operatrice del telaio.

Sotto forma di ricamo (benché raramente a impuntura essendo questa un lavoro troppo lungo da eseguire senza luce sufficiente) con fili di diverso colore fra trama e ordito la donna di casa riusciva a disegnare sui teli figure mitologiche stilizzate a seconda della destinazione del telo stesso (abito? tovaglia? lenzuola? etc.) come nella figura a destra dove si vedono i ricami apotropaici dominanti nella campagna russa. Filare, tessere e mettere insieme dei panni per fare un abito, un mantello o una stuoia erano lavori che assorbivano tempo e così pure cucire usando ago e filo per cui, in quest’ultimo caso, era più semplice ricorrere a bottoni e legacci o, se si riusciva a procurarsene, a fibbie di metallo e spilloni per tenere insieme più teli. Le CTP registrano la netta differenza di qualità, ad esempio, dei teli “russi” rispetto a quelli greci di Costantinopoli, ma non si riesce a capire a chi è dovuta tale migliore qualità. Certo, immaginiamo che, da quando era arrivato il parroco e c’era una chiesa, il lavoro al telaio era di fatto aumentato nelle case private per offrire addobbi al prete e in certi casi era occorsa la collaborazione dell’intero villaggio. Con la Chiesa però i disegni sui teli erano cambiati come pure i colori ammessi poiché erano state introdotte numerose e complicate proibizioni “cristiane” sulla tessitura, sulle fibre tessili e sui colori. Non solo! Certi tessuti li tessevano esclusivamente i monaci nei pochi conventi perché non se ne profanasse la santità con le mani femminili.

Un esempio? La tessitura e il ricamo dell’antimension (russo antimìns o tovaglia santa usata per l’altare ortodosso) erano eseguiti interamente dai monaci.

Ci siamo soffermati su questa industria domestica e specialmente sul lino giacché la richiesta di questa fibra era enorme presso qualsiasi ceto per la biancheria intima. Anche i tessuti in canapa erano richiesti e l’attrezzatura era la stessa, ma era per usi più umili o per le corde. D’altronde una filiera d’attività così complicata non si svolgeva nelle città-fortezze e teli, abiti semi-confezionati e simili rappresentò a lungo uno dei tributi primari che le élites laiche e ecclesiastiche esigevano dal mondo contadino. Avere una tessitrice o un tessitore nel proprio palazzo era una delle aspirazioni maggiori dei principi e dei notabili, che non vedevano di buon occhio le “proprie” donne occupate al telaio. Ciononostante con i Tataro-mongoli si preferì a lungo continuare a importare teli di cotone e di seta dal Centro Asia…

Un’altra attività femminile importantissima, stavolta però non del tutto “estraibile dall’izbà e trasferibile nel bene pubblico” era e resta preparare il cibo. L’argomento “cucina” però è troppo vasto e articolato per osare di riassumerlo qui. Aggiungiamo soltanto che alla donna era riservata in primo luogo la conduzione dell’orto di casa per coltivare erbe e spezie e in secondo luogo la ricerca delle piante medicinali (oltre a quelle tintorie). Verso l’autunno a partire già dal Solstizio estivo era consueto vedere donne anziane insieme con ragazze chinarsi lungo i fossi per strappare uno stelo o tagliare un cespuglietto da riporre nel sacco a tracolla. Le erbe venivano poste a seccare dietro la pečka a casa e una volta tritate se ne facevano infusi vari giacché l’erboristeria e la farmacognosia erano prerogative femminili esclusive, come lo sono ancora nelle campagne del nord Europa. Di solito la raccolta delle erbe toccava alle vedove anziane che ne traevano profitto in nomea di medichesse (in russo ved’my), benché tutti sapessero che i malanni erano incantesimi provocati da nemici invidiosi. Gli infusi etc. alla fin fine erano dei palliativi e per eliminare le forze ostili penetrate attraverso il malocchio nel corpo del sofferente occorreva un contro-malocchio. L’aspetto curioso era la credenza che chi avesse gli occhi infiammati o gonfi o rossi come appunto accadeva con gli acciacchi della vecchiaia potesse operare il contro-malocchio con successo.

E le pentole? Per lungo tempo furono un lavoro femminile che le eseguivano in terracotta senza la ruota del vasaio, ma a mano con decorazioni tipiche probabilmente tramandate come etichette del clan a cui si apparteneva.

Un surplus di produzione “agricola contadina” che non va dimenticato erano gli schiavi.

C’è da dire che il traffico di questa “merce” già noto da tempi immemorabili coprì il fabbisogno di personale servile delle corti musulmane e europee dal X fino al XIV sec. d.C. con giovani di provenienza slava, come dicevamo precedentemente con l’equazione Slavi=Schiavi. Costantinopoli era il cuore di tali traffici e ne usava in gran numero per vari impieghi, ma quando contro le angherie della burocrazia imperiale sorse e si espanse l’Islam, quegli schiavi che accettavano il nuovo ordine musulmano furono subito liberati. Poi anche l’Islam si burocratizzò e il traffico mai declinato si modificò e si intensificò. Non è più la manovalanza contadina che si cerca però. Adesso convertendosi all’Islam ce n’è già in abbondanza, ma è il personale di servizio nelle corti.

Dai documenti dell’Impero Romano sappiamo che la politica più solita ai tempi fra gli Slavi tuttora coinvolti con Unni e Avari in scontri e guerre era di non mantenere a lungo senza riscatto in stato di schiavo un prigioniero ottenuto come bottino e ridargli la libertà dopo un certo numero di anni offrendogli l’opzione di essere adottato nella grande famiglia slava nel villaggio nel caso non sapesse dove andare a finire la sua vita. Evidentemente il commercio degli schiavi era anche dei prigionieri di guerra. In seguito quando le attività maggiori degli Slavi ormai non più in perenni campagne militari si concentrarono sul modo di vita che abbiamo descritto fin qui, si dovettero fare i conti con la produzione di cibarie per le bocche da sfamare allorché figli e figlie diventavano numerosi poiché le porzioni da dividere diventavano sempre più magre. E che male c’era se il capofamiglia decideva di liberarsi dalle bocche in più vendendole ai mercanti specialisti? Non era forse meglio mandare i ragazzi all’estero dove avrebbero avuto da vivere decentemente invece di rischiare la morte per stenti in patria? Se quest’ultima parte del nostro excursus economico-culturale risponde alla realtà di quel tempo con numeri realistici, dal punto di vista demografico la compravendita di ragazzi puberi perché giudicati in numero eccedente può essere una ragione che giustifica la “staticità” da noi ipotizzata per la società contadina slavo-russa.

D’altronde il traffico di schiavi è testimoniato nella Pianura Russa dall’esistenza di un famoso mercato all’interno della foresta bielorussa: Dručesk (oggi Druzk in Bielorussia) che però sfuggiva al controllo di Kiev e al balzello di passaggio consistente nel prelievo di qualcuno di questi giovani giacché i mercanti da Druzk viaggiavano via terra diretti in Turingia e non usavano gli affluenti del Dnepr. Per i signori kievani comunque gli schiavi non mancavano, ma erano di altra provenienza.

È quasi certo che la stessa politica vigente nella famiglia contadina slava per le bocche in più valesse in modo simile presso le etnie ugro-finniche e un segno sarebbe che Grande Novgorod era in grado di fornire giovani (anche per Kiev) al sud giusto di questa origine ancora a sufficienza fino al XII-XIII sec. d.C.

Quanto poi alle etnie turche delle steppe, presso queste si potevano trovare in vendita giovani turchi (Cumani) e Genovesi e Catalani in Crimea ne facevano lecito commercio nel XV-XVI sec. d.C., ma più che personale servile questi schiavi di età non superiore ai 15-16 anni erano cavalleggeri addestrati alla guerra (chiamati in arabo mamluk).

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