Poesia “Odi” sulla casata di Savoia (1826)

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Introduzione alla poesia

Lietissime ne brillano le Alpi nevose, le feconde rive dell’Eridano, e le ridenti sponde Ligustiche, e con tenero materno orgoglio la salutano pur anche l’estrema Trinacria, e Partenope felice. In tanta pubblica esultanza, in tanto privato giubilio di cuori, quali esser non denno i sensi di divozione, quali fervidi voti di un Brigata adorna del sacro Titolo, che sull’antico Trono dei re Sabaudi vi assise? Poche umili rime nate fra l’armi, ma figlie d’anime leali e incorrotte, osano esprimerli ai piedi del venerato vostro Soglio: avventurato e non incerto interprete di essi appo la Maestà vostra possa io esser giulivo apportatore alle fedeli schiere, che la reale fiducia vostra mi commise del prezioso e benigno sovrano vostro aggradimento!

Odi

Nasce l’aurora, echeggia
Di mille voci un grido,
che dalla sponda Ligure
sino al Lemano lido
saluta il sacro dì.

Non oggi il brando,
l’insipido onor del crin ripose;
Dafne, la lira; adornami
Di fiordalisi e rose;
Tessere un’inno io vo’.

Sorge alla Dea Sabauda
Sacra la nuova aurora;
Le fu culla Partenope,
L’ebbe Trincaria;
adora Ligio suoi cenni il Po.

Religion benefica
Nudrì l’Augusta Infante;
Crebbe; e in vederla attonita
Dalle virtù sue tante
Religion stupì.

Un genio industre a nobili
Cure formò la sua mano;
Tentare le Grazie artefici
L’opre emularne invano;
Ed unica restò.

Vola la fama celere,
E un Regio cor colpisce;
Un nodo indissolubile
Le due grand’alme unisce:
La fama era minor.

Di scettro antico e fulgido
Il cielo a Lei fe’ dono,
Di sua virtude il raggio
Sullo splendor del trono
Lo vinse, e l’ecclissò.

Nè lo volea; partecipe
D’incomparabil gloria,
Che sull’eterne tavole
Con cifre auree la storia
Ai posteri segnò;

Quando con prece mutua
Faceansi invito al regno
I due German magnanimi,
Sè ognun dicea men degno,
Ciascun n’era maggior;

Chè le sue doti innumere,
Di sua virtù contenta,
O ignora, o brama ascondere;
Ma più celarle tenta,
Più chiare altrui le fa.

Così suo disco fulgido
Talor tra nubi asconde;
Ma dal calor vivifico
Senton la terra e l’onde
L’astro, che guida il dì.

Ed ahi, perchè immutabile
Il fato ai giorni suoi
Impose pure un limite?
Perchè l’invidii a noi
Il secol, che verrà.

Ma no: giammai non perdesi
De’ grandi esempi il frutto;
V’è chi gli ammira e gli emula,
E gli ricorda tutto
Alla posterità.

Poesia di A. Lostia (Tenente dei granatieri)

(1826)

   

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