Un po’ di geografia e un po’ di storia (Cap 1)| Medioevo Russo – storia della Volynia e della Galizia

volhynia

Un libro di Aldo C. Marturano
LE MONTAGNE RUSSE
Galizia, Volynia, Podolia

Capitolo I Un po’ di geografia e un po’ di storia

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Non è nostra intenzione scendere in troppi particolari, ma dobbiamo di primo acchito dire
che la regione contemplata nella presente ricerca ci è apparsa come un vero e proprio ponte
teso a nordovest dell’Ucraina odierna fra la Grande Pianura Russa e il resto dell’Europa e tale
impressione ci è stata suggerita non solamente dai suoi tratti paesaggistici peculiari, ma
riaffermata anche dalla sua storia pregressa e dall’archeologia. Orbene, affinché il nostro
lettore possa trarre dalla carta geografica (che raccomandiamo di aver costantemente
sottocchio) quante più possibili informazioni utili per seguirci lungo il percorso conoscitivo
da noi scelto, cercheremo di collegare i dati forniti dalle varie cronache sui personaggi –
l’unica storia scritta disponibile strapiena delle loro imprese di guerra – con l’aspetto fisico dei
luoghi – nella geografia del passato – in modo da ricostruire uno scenario verosimile su cui
osservare le genti mentre si muovono e agiscono nel nostro racconto.
La “regione-ponte” non è molto estesa né ha avuto mai a lungo un nome unico, ma è
notevole per la sua posizione nelle vicinanze immediate della Mitteleuropa, cuore
dell’europeità moderna e di un’immaginata patria slava. Passare da queste parti nel Medioevo
quando le diverse etnie non avevano ancora una loro identità nazionale riconosciuta ha
sicuramente significato varcare un limite culturale di grande importanza. Si pensi ad esempio
alla contrapposta realtà della cattolica Ungheria di cultura steppica che proprio nella
Mitteleuropa si andava formando nel X sec. d.C. a sud al di là dei monti di fronte all’ortodossa
Galizia, al di qua e a nord, di cultura contadina. Si ricordino pure le lotte più tarde nel
costituirsi dello stato lituano con la sua élite baltica indoeuropea nel XIV sec. d.C. o ancora ci
si riferisca ai variegati tentativi del clero latino-austriaco (il vescovado di Salisburgo
soprattutto!) di attrarre i capetti slavi nella propria sfera religiosa, economica e culturale
creando nuovi principi e nuovi re con la relative dinastie.

C’è un punto centrale da non trascurare nell’investigare quegli eventi passati: Quali
interessi economici erano coinvolti, sapendo degli intensi traffici che questa parte d’Europa
sopportava? La regione in questione permetteva infatti l’accesso alla fonte europea più
importante delle materie prime usate nel Medioevo ed è pure chiaro per di più che i monti
Carpazi e i vicini Tatra con i loro passi abbiano non soltanto non impedito il commercio, ma
anche consentito l’osmosi antropica ininterrotta fra ambienti diversissimi fra di loro.

Quando pensiamo ai nomadi delle steppe ucraine che decidevano di venire ad abitare qui nelle grandi
foreste gelide del nord, logicamente non soltanto occorre tener conto delle fatiche fisiche
nell’attraversare un territorio sconosciuto per salire dalla pianura verso il monte, ma occorre
pure cogliere quali possenti spinte si siano verificate per far decidere di affrontare dei climi e dei suoli di natura assolutamente nuova.

E allora, visto che le nazioni di oggi sono le eredi di quelle di ieri e che proprio in questo
angolo geografico particolare confinano l’una con l’altra, è qui forse che dobbiamo cercare
l’elemento “travolgente” o “coinvolgente”? Quali uomini/élites dettero inizio alla storia che ci
interessa?
Dalle poche testimonianze scritte a disposizione sappiamo che in questi luoghi le etnie
slave ebbero la maggiore frequentazione in epoca molto antica, in confronto ai Germani o ai
Magiari-Ungheresi o ai Celti previamente scomparsi. Certe cronache, tardive e raccogliticce,
parlano persino degli Slavi quali unici abitanti della regione già nel VI sec. d.C., ma sarà poi
vero?
Gli scavi ci dicono che i Carpazi e dintorni erano abitati già dal Neolitico senza soluzione
di continuità fino all’Età del Ferro da immigrati dal sudest e, se aggiungiamo alcuni indizi
linguistici della toponomastica locale e l’esistenza di culture archeologiche estese dal Mar
Nero fino a questo nord, possiamo dedurre che genti di stirpi affini, indoeuropee nella
stragrande maggioranza, si erano ormai ambientate in questa zona già nel I millennio a.C.
Arriviamo così alla cosiddetta Cultura di Praga-Korčak, per quanto riguarda la ceramica, e
alla Cultura Penkovka-Desnà, coi suoi tratti caratteristici di case semiinterrate
(poluzemliànki) con forno-stufa negli angoli nord degli ambienti e della cremazione dei
cadaveri, che ci confermano l’intenso movimento di popoli in corso. Addirittura alcuni dei
costumi e degli oggetti evidenziati negli scavi esistevano ancora al tempo del Battesimo della
Rus’ di Kiev verso la fine del X sec. d.C., suggerendoci così numerose e strette corrispondenze
fra gli Slavi e i reperti archeologici riscontrati finora sul vastissimo territorio dal Mar Baltico
al Mar Nero in cui la regione che c’interessa è pure compresa. Se allora una slavizzazione dei
residenti c’è stata, tuttavia essa non risale a prima del V sec. d.C., epoca di Avari e Unni e
delle loro scorrerie lungo i Carpazi e il Danubio. Persino l’apparizione di toponimi “puri”
slavi locali non è molto antica, benché ci imbarazzi il fatto che Plinio (I sec. d.C.) nomini in
un’altra zona d’Europa un toponimo tipicamente slavo: Tergeste (o mercato e oggi il nome
della città Trieste). E’ un’evidente prova di una presenza “veneto-slava” nel nordest d’Italia
che tuttavia resta un rebus irrisolto per i collegamenti di quei tempi della regione carpatica col
più vicino porto naturale sull’Adriatico.

Rimane invece il problema di riconoscere gli Slavi come ethnos vero e proprio e definire
una loro propria autocoscienza nel differenziarsi dai vicini Germani, Baltici e Illiri. Malgrado
le ricerche fatte in molti ambiti disciplinari negli ultimi anni in pratica la questione non è stata
ancora pienamente sceverata e degli Slavi non ne sappiamo granché prima del VI sec. d.C.
almeno per le vicende tramandateci dagli storiografi del passato. Spesse volte li troviamo
confusi con gli Avari o soggetti agli Unni o ancora nemici o alleati dei Germani… Insomma, è
giusto affidarci all’ipotesi che Slavi, a contatto con i Germani e con i loro affini Baltici
indoeuropei, possano considerarsi gli abitanti autoctoni della nostra regione? Se così fosse,
sarebbe possibile pensare che di qui si irradiassero in seguito a nord e a est dell’Europa?
Seppur costretti a confessare che c’è ancora tanta incertezza, cerchiamo aiuto dando una breve
scorsa alle fonti scritte a disposizione.
Per primo parla di Slavi Procopio di Cesarea (fine V sec. d.C.) nelle sue Guerre Gotiche
da segretario e uomo di fiducia di Belisario, famoso generale al servizio dell’Imperatore
Romano d’Oriente Giustiniano contro Persiani, Vandali e appunto i Goti. Dopo Procopio altri
due autori riferiscono notizie sugli Slavi: Jordanes e uno scrittore a cui è stato attribuito il
nome di Pseudo-Maurizio perché sembra scrivere con le stesse idee e conoscenze
dell’Imperatore omonimo che regnò a Costantinopoli dal 582 al 602 d.C.
Jordanes (ca. 550 d.C.), vescovo goto di Crotone, ricalca l’opera precedente di Cassiodoro
sui Goti e dice nella sua Gethica che gli Slavi, alleati dei Geti/Goti, sono sparsi in un territorio
che va dalla Vistola al Dnestr (lat. Danastrum) e al Dnepr (lat. Danaprum) e consistono in tre
grandi leghe di tribù: I Vendi a nord, gli Sclaveni nella cosiddetta Mitteleuropa (questa denominazione moderna si capisce che è al momento per noi la più conveniente) e gli Anti più
a sud ai confini con le steppe e sottolinea che, a parte il diverso nome attribuito dai Germani a
tali loro alleati, le leghe slave differiscono fra loro di pochissimo e per la lingua e per i
costumi. Lo Pseudo-Maurizio dal canto suo si occupa delle consuetudini militari e considera
gli Slavi dei saccheggiatori male armati, pur non molto pericolosi per Roma d’Oriente,
localizzandoli a nord del Danubio, sulla sua riva sinistra.
Aggiunge ancora Procopio: “Gli Sclaveni (rimarrà il nome greco degli Slavi) e gli Anti non
si fanno dirigere da un solo uomo, ma vivono in democrazia da tempi immemorabili. Per
questa ragione pensano che la fortuna o la sfortuna che capitano durante la vita (ad una
persona) non sia un affare personale, ma di tutti i componenti della comunità.” e ciò
spiegherebbe l’assenza di uno stato “slavo” unitario, almeno fino al IX sec. d.C. oltre al loro
(come lamentano le autorità cristiane slavo-russe e occidentali europee del XII sec. d.C.)
testardo modo di vivere pagano.
Combinando le ricerche archeologiche condotte nell’area rispondente a quella descritta da
Jordanes in particolare con le notizie dei contemporanei si giunge alla conclusione che gli
Slavi fossero fondamentalmente degli agricoltori e che vivessero in villaggi isolati nelle
radure delle vaste foreste gelosi delle proprie consuetudini di autogoverno e della loro
religione naturalistico-olistica.
Lasciamo passare del tempo e vediamo che con la costituzione dell’Impero Russo (XVXVI
sec. d.C.) occupato soprattutto a espandersi verso est e per la posizione della sua capitale
– Mosca – quasi al centro della Pianura Russa, la parte più o meno ad ovest di Kiev venne
semplicemente trattata come uno degli spazi frontalieri da tenere sotto costante osservazione
giacché, al di là delle alture carpatiche, si era consolidata la Chiesa Cattolica Romana e cioè la
rivale religiosa “eretica” che cercava di fagocitare il chiuso mondo cristiano-ortodosso
moscovita di Giovanni IV (Ivan il Terribile), sedicente sacro romano imperatore slavo-russo.
L’area era chiamata Rus’ Piccola (Màlaia Rus’) o genericamente Marca di frontiera (cioè in
russo Ucraìna)…

Un altro stato “slavo-russo” era tuttavia già esistito al tempo in cui Mosca non c’era ancora
e la cui capitale, la città di Kiev, era stata scelta per la posizione assolutamente strategica sia
riguardo alle comunicazioni e ai traffici sia perché ben difesa da eventuali attacchi nemici
dalla natura. Evidentemente, per le ragioni che esporremo più avanti, per “ondate” successive
il baricentro economico-politico si era a poco a poco spostato verso nordest, verso Mosca,
nell’ambito del teatro vastissimo prevalentemente pianeggiante chiamata Pianura Russa.
Tornando alla regione che oggi fa parte più o meno della provincia di Cracovia (Polonia) e
di Lviv/Lvov (Ucraina), essa, pur risultando elevata rispetto al livello del mare soltanto di
qualche centinaia di metri rispetto al resto della Pianura Russa che anch’essa si eleva in due o
tre punti al massimo a 400 m (sempre s.l.m.), resta comunque un alto e grande pianoro per chi
vive a Kiev lungo i declivi dei Carpazi e dei Tatra. Fra questi monti, i Carpazi hanno picchi
anche oltre i 1800 m, nasce la corrente della Vistola il cui bacino è orientato tutto verso nord
giacché il fiume sfocia nel Mar Baltico e è il sito più importante della storia polacca…
E non c’è solo questo fiume che sgorga dai Carpazi. Quasi adiacenti l’una all’altra ci sono le
sorgenti dei due fiumi Bug che nel passato si credevano persino scaturire insieme dalle stesse
alture per poi dividersi: un Bug scorrere verso nord e diventare un affluente della detta
Vistola, mentre l’altro scorrere verso il Mar Nero e diventare il grosso Bug Meridionale.
Quest’ultimo fiume sbocca in una specie di laguna (liman in russo) dove incontra le acque del
parallelo e possente Dnepr ad est, pur con tutt’altro percorso dal nordest della Pianura Russa.
Ad ovest di questo Bug scorre ancora il Dnestr, altro possente fiume che nasce vicinissimo
alle sorgenti della Vistola e che a monte attraversa Halič, una delle residenze più prestigiose
subcarpatiche. Halič in particolare era ben conosciuta nel passato per i suoi giacimenti di
salgemma data l’origine geologica dell’altopiano da un antichissimo fondo del mare sollevatosi in millenni di millenni dopo la ritirata dei ghiacci. E, a proposito di miniere
sotterranee di salgemma, rammentiamo che quella di Wieliczka (non lontano da qui, a
Cracovia) è monumento nazionale perché fra nel sale vi si è scavata una chiesa cattolica.
In più è da notare la scarsa pendenza che costringe i fiumi che l’attraversano a scorrere con
lentezza (talvolta ciò si riflette nell’idronimica slava locale) arricchendo il terreno col loro
limo e permettendo di sviluppare un’agricoltura di resa spesso conveniente per le esigenze del
contadino slavo medievale.
Questo è in breve l’altopiano (podol in russo da cui il denominativo regionale Podolia) che
le cronache locali ripartiscono in tre zone: la Volynia, la Terra di Peremyšl e la Galizia.
Kiev dista solo qualche centinaia di km e sorge su delle pseudo-colline alte una quarantina
di metri al di sopra delle acque del Dnepr alla confluenza dei suoi affluenti maggiori, Desnà e
Pripiat, dove si forma la cosiddetta Grande Ansa. La grossa Desnà che affluisce dalla riva
sinistra è facile riconoscerla giacché la sua riva sinistra costituisce il confine settentrionale
della steppa mentre a destra il bacino del lungo Pripiat rappresenta la palude più grande
d’Europa. Il Pripiat nasce non molto lontano dalle altre città importanti della regione
subcarpatica: Holm, Vladimir, Volyn, Cerven’, e ha un ruolo rimarchevole in quanto le sue
paludi rendono la zona praticamente non attraversabile né facilmente vivibile. La si aggirava
da nord fra Pinsk e Turov per quei mercanti che “scendevano” dall’odierna Bielorussia
(Belarus) verso Praga come si deduce dall’esistenza di un antico itinerario medievale che
attraversava la dogana di Raffelstetten in Turingia.
Chiudiamo il discorso sulla Palude del Pripriat dicendo che è una barriera naturale
possente ove gli abitati sono possibili e convenienti solo lungo i suoi limiti poiché sul terreno
è la fittissima foresta a dominare (di qui il toponimo russo Poliesie). Aggiungiamo che quindi
l’agricoltura risulta molto precaria, se non addirittura impraticabile, benché già ai principi del
XIV sec. d.C. a causa della pressione turco-tatara dalle steppe dal sud o dei Cavalieri
Teutonici dal nord molti contadini slavi e lituani (ma anche turcofoni!) migrarono in questi
luoghi…

Lasciando le paludi e dirigendoci a sud lungo i corsi dei grandi fiumi Bug, Prut (un
affluente del Danubio), Dnestr (a parte il Dnepr) e dopo aver superato le cateratte
intravvediamo all’orizzonte meridionale la steppa ucraina. Il clima ora diventa meno rigido e
meno piovoso dell’altopiano appena lasciato alle spalle e entriamo nel bacino climatico del
Mar Nero, nella zona cioè che ha trasformato la storia di tutta la Pianura Russa e del resto
d’Europa. Le situazioni qui appena descritte sono abbastanza ben documentate, ma che ne sapevano
al contrario gli osservatori ancora più antichi in generale delle zone subcarpatiche? E degli
Slavi? Occorre partire dal “padre della storia” Erodoto che nel IV sec. a.C. incontra gli Sciti delle
steppe ucraine e accenna agli Iperborei favolosi che abitavano in qualche regione più
settentrionale ed erano raggiungibili risalendo il corso del Dnepr, da lui chiamato
Borysthenes, facendo base di partenza nella città greca di Olbia, oggi presso la foce del detto
fiume. Segue Strabone (ca. 65 a.C.) che dà qualche descrizione di popoli e paesaggi dell’Europa
di nordest e dopo di lui è più o meno il silenzio.
Scendiamo allora (nel tempo) più o meno al I sec. d.C. e Plinio e Tacito ci parlano del
commercio dell’ambra e della zona baltica fornitrice. Plinio nomina la Vistola e i Venedi e
Tacito gli Aestii sul Mar Baltico di lingua somigliante, secondo lui, a quella dei Celti e oggi
riconoscibile come più probabilmente baltoslava. Anche Tacito nomina i Veneti. D’altronde
Claudio Tolomeo di Alessandria (II sec. d.C.) chiamava il mare davanti alla foce della Vistola
Golfo Venedico! Dunque, se è sicura la presenza dei Baltici indoeuropei nell’attuale
Bielorussia e, con l’aiuto della toponomastica, li possiamo riconoscere oltre fino ai confini con la steppa, nulla sappiamo invece sulla localizzazione degli Slavi nello stesso periodo e dagli
stessi autori qui nominati.

Nel IV sec. d.C. ha luogo la grande migrazione dei Goti dalla Svezia sudorientale. Passano
dal Baltico fin in Crimea sotto la guida di Ermanarico che “entra” nel bacino della Vistola e
poi “svolta” a est, evitando le paludi e montagne, per poi “scendere” verso sud con meta
Costantinopoli. Incontrerà nel suo tragitto vari popoli fra cui gli Ugro-finni dell’estremo nord,
ma non ci dà notizie sicure né sugli Slavi né sulla regione subcarpatica che evidentemente aggirò.

A questo punto gli unici riferimenti certi restano di nuovo Jordanes e Procopio di Cesarea,
se vogliamo seguire il fil rouge slavo, e dobbiamo così pensare ad una colonizzazione
“originaria” fra Praga, Lublino e l’altopiano galiziano-volyniano.
Le condizioni geografico-ambientali dovevano essere favorevoli verso la fine del IV sec.
d.C. per gente che veniva dal sud, dalle steppe. Non solo! La geografia suggerisce che in
definitiva questo altopiano era relativamente più protetto dalle scorrerie e che poteva
diventare per i popoli sedentari “disturbati” un rifugio alle campagne militari devastanti che
avevano origine nelle steppe. Gli slavi Tiverzi e più a sud gli Ulici giustificano con il loro
documentato spostamento geografico (fino al X sec. d.C.) verso la regione in questione questo
modo di vedere giacché molte influenze linguistiche e culturali che si notano nelle lingue
slave odierne, sono state mediate da loro giusto dagli iranofoni e dai turcofoni della steppa.
Una volta stabilitisi sull’altopiano molto probabilmente quelle genti slave sciamarono poi
in direzione Kiev e in seguito per altre vie continuarono la risalita verso il nordest della
Pianura Russa fino a giungere sotto Grande Novgorod nei dintorni del Lago Ilmen (IX sec.
d.C. ?) o ancora sul corso medio del Volga (XII-XIII sec. ?). Le sponde baltiche invece
saranno raggiunte intorno al VIII sec. d.C. a spese dei Baltici indoeuropei (Prussiani etc.) e in
concorrenza coi Germani rivieraschi.

Naturalmente circostanze differenti si realizzarono in altre zone dei Balcani e del Mar
Nero, che spinsero gli Slavi verso mete più lontane ancora (Turchia continentale!).
A cosa erano dovute tali migrazioni? Le cause che abbiamo raccolto sin qui sono
molteplici. Da un lato troviamo gli Slavi trascinati in guerre e campagne di saccheggio dal
Danubio fino al Mar Egeo quando li vediamo alleati degli Avari nel VI sec. d.C. nell’attacco di
Tessalonica, oggi Salonicco e allora seconda città dell’Impero Romano d’Oriente.

Dall’altro lato, e questa è la stragrande maggioranza dei casi nelle aree settentrionali europee, le
migrazioni slave erano dovute alla loro tecnica agricola “mista” che li costringeva dopo un
relativamente breve (6-8 anni) periodo di sfruttamento di un pezzo di terra comune ad
abbandonare l’insediamento esaurito e cercarne un altro fra le radure nella foresta disponibili
oppure creandone nuove col metodo del taglia-e-brucia.
E’ un aspetto fondamentale della cultura slava: il passaggio lento e ininterrotto da
un’economia nomade allevatrice di cavalli nella steppa all’agricoltura “a tutti i costi”. Avere
nella propria armata guerrieri di “secondo grado” non volentieri disposti a perdere tempo e
vita in campagne militari che però fossero esperti contadini, appare il vantaggio maggiore per
tirarsi dietro gli Slavi. La loro l’agricoltura “mista”, sebbene oggi la consideriamo arretrata
tecnologicamente, ha pur generato il successo dell’espansione slava in zone europee
tipicamente differenti per clima e terreno. La facoltà di trarre la sussistenza sapendosi adattare
a coltivare svariati tipi di terreni, sfruttando persino quelli incolti e devastati da continui
scontri armati o quelli paludosi, è fondamentale contro le società guerriere come quelle
germaniche o àvare che al contrario dovevano saccheggiare per vivere.
Tenendo presente che nell’odierna Cechia (Praga) al di là dei Carpazi fra il VII e il IX sec.
d.C. si ebbero molti eventi regolarmente collegati con i passaggi e gli insediamenti nei
Balcani di turcofoni e germanici e specialmente dei Magiari/Ungheresi (prima decade del IX
sec. d.C.) provenienti anch’essi dalle steppe ucraine (dopo una lunga migrazione dalle terre ugro-finniche dell’alto Volga), è importante sottolineare che la politica imperiale romana
d’oriente intesa a creare contadini sedentari col metodo di propagare il Cristianesimo e i suoi
schemi di statalità “stabili” ebbe una pronta “risposta” presso le genti slave. Una volta
cristianizzate e alleate dell’Impero in maniera, forse più “entusiastica” di altre si sentirono
legate alle politiche imperiali e scaricarono i loro impeti contro i congeneri ancora pagani
facendo da diga alle invasioni.
Ed è in un tale quadro che la Cronaca di Fredegario (VII sec. d.C.) narra del primo stato
slavo sotto il mercante franco a nome Samo, la cui sedentarietà è quasi provata dal fatto che
avesse ben 12 mogli e da queste 22 figli maschi e 15 figlie femmine.
Successivamente, caduto il Regno di Samo, c’è una nuova riunificazione delle genti slave
nello stato della Grande Moravia (IX sec. d.C.) in cui, secondo i documenti dell’episcopato
praghese, la giurisdizione sui traffici della regione subcarpatica giungeva fino in Turingia,
come abbiamo già ricordato del passaggio doganale di Raffelstetten. Più tardi ancora, i Polani
riusciranno ad acquisire il ruolo leader con i loro primi sovrani della casata dei Piasti e
cercheranno di rafforzare anch’essi un’influenza nella regione di cui ci occupiamo.
Attraversando infatti da est il fiume Bug, affluente della Vistola e oggi al confine fra Polonia e
Bielorussia, entriamo nella foresta polacca e ci accorgiamo che nell’ambito delle genti slave
già da qualche tempo qui sorgono staterelli in guerra l’uno contro l’altro. Anzi! Il Geografo
Bavarese, una delle fonti più antiche che parla più spesso dei Polacchi, indica un territorio
chiamato Polonia Maior (lat. per Grande Polonia), in cui sono presenti le tribù slave dei
Gopleani e dei Lendini. I Lendini o Lenziani sono certamente la tribù dominante nel bacino
della Vistola perché con questo nome i Polacchi erano conosciuti dagli Ungheresi (Lendy o
Lengyel) e dai Cechi. Nelle Cronache Russe si parla di Liakhi che è di certo una variante
linguistica di Lendy e costoro sono addirittura considerati gli antenati delle genti slave fra il
Dnepr e il Volga, i Viàtici e i Radimici della Pianura Russa!

Come abbiamo detto però sono poi i Polani (dallo slavo *polie la gente dei campi) situati
un po’ più a nordovest che avranno i contatti più intensi con l’Occidente e col Cristianesimo e
da loro la Polonia riceverà il nome ufficiale dato dalla Chiesa Cattolica Romana che ancor
oggi conserva. E così lungo la riva destra della Vistola si forma il nucleo politico polacco il
cui centro maggiore è Cracovia (Kraków) fondata da un leggendario personaggio a nome
Krak di cui si indicava il tumulo tombale dove addirittura giaceva insieme a sua figlia Wanda
(leggi Vanda).
Cracovia avrà la pretesa di un proprio riservato dominio sull’altipiano di cui stiamo
parlando, ma non sarà da sola giacché l’Ungheria, ultima arrivata da queste parti, dopo la sua
cristianizzazione con re Stefano I (ungh. Istvan e prima del battesimo noto col nome Vajk,
figlio del capetto Géza) avrà le stesse pretese e tutt’e due in eterna contesa con l’élite al potere
di Kiev dove, nel X sec. d.C., appare lo stato slavo-russo più documentato detto la Rus’ di
Kiev… sebbene le cronache russe ne pretendano una nascita di gran lunga anteriore nelle
prime decadi del IX sec. d.C.

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