Perché Joyce lascia Dublino? La odiava?

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La risposta al perché Joyce lascia Dublino è presente nei suoi libri; non solo nell’Ulisse ma anche nella raccolta di racconti “The Dubliners” (il cui titolo italiano è “Gente di Dublino“), così come nel suo romanzo autobiografico “A Portrait of the Artist as a Young Man” (Il famoso “Ritratto di un giovane artista come giovane uomo”) e in Finnegan’s Wake. Ma gli indizi più importanti sulle motivazioni della sua partenza da Dublino sono sopratutto all’interno dell’Ulisse, il che non è poi così sorprendente visto che Joyce ha intitolato col nome di “Ulisse” il suo romanzo: prorio come il personaggio della letteratura classica, Odisseo, l’uomo che perennemente è sempre stato sinonimo dell’esilio e della ricerca di una casa.

Le sue ragioni per lasciare Dublino erano sia profondamente personali che riflessive delle più ampie tendenze della società iralndese, anche se era ancora presente qualcosa di pratico: in primo luogo, Joyce aveva bisogno di trovare lavoro.

Intrigantemente il romanzo si apre con eventi riguardanti il periodo in cui Joyce lascia Dublino. Nel 1904, poco dopo aver incontrato Nora Barnacle, Joyce si trasferì nella Martello Tower (un piccolo forte costiero) a Sandycove, appena a sud di Dublino. La torre fu affittata da Oliver St John Gogarty, un amico universitario di Joyce; il giorno dopo, Joyce lasciò la torre e percorse le 10 miglia circa fino a Dublino. Non è mai tornato alla torre. Poco dopo Joyce e Barnacle lasciarono l’Irlanda.

Ulisse inizia con una scena ambientata nella Torre Martello, in cui Gogarty è reinventato come il personaggio di Buck Mulligan (le parole iniziali del romanzo sono “Stately, grassoccio Buck Mulligan …”). Nel romanzo Dedalus, irritato da Mulligan e spaventato da Haines, lascia la torre, inizialmente per andare avanti con i compiti della sua giornata. Ma alla fine la sua giornata diventa una ricerca, un’odissea, una nuova casa e qualcosa che lo ancorerà nel mondo più lontano. Lo trova in Bloom, l’altro personaggio centrale (forse il principale in quello che alla fine è la sua odissea di cui parla questo libro) e che finisce per comportarsi come una figura temporanea di “padre surrogato”.

Il vero padre di Joyce era John Stanislaus Joyce. Nel suo romanzo “Un ritratto dell’artista come un giovane uomo” Joyce aveva descritto suo padre come: “uno studente di medicina, un rematore, un tenore, un attore dilettante, un politico urlante, un piccolo proprietario, un piccolo investitore, un bevitore, un buon compagno, un narratore di storie, il segretario di qualcuno, qualcosa in una distilleria, un raccoglitore di tasse” (…)

Il padre di Joyce fece 13 figli; 10 sopravvissero ai primi anni dell’infanzia e Joyce era il figlio maggiore della famiglia; il padre accumulò debiti dopo debiti e man mano che la famiglia diventava più grande, le case diventavano più piccole o erano in zone sempre più povere di Dublino. Quando la madre di Joyce morì, vide suo padre ubriarsi furiosamente, dicendo di andare avanti.

Ed è proprio da questo che inizia il romanzo, con questo senso profondamente personale di esilio; di Dedalus senza famiglia e senza casa. Dopotutto, nel mondo reale lo stesso era vero per Joyce: sua madre era morta, suo padre era senza speranza.

Ma non erano solo questi motivi personali a spingere Joyce all’esilio. Erano anche il mondo religioso, politico e culturale di Dublino e dell’Irlanda a portarlo via.

Joyce visitò le case di tolleranza e trovò nel mondo sensuale e fisico di questi luoghi una verità più onesta di quella che aveva trovato nella religione.
Joyce era un nazionalista irlandese? La risposta è sì, anche se con alcuni limiti; tuttavia l’Irlanda riempì Joyce di disgusto e in parte fu proprio perché la politica per Joyce era troppo legata a qualcosa che considerava limitante, l’influenza della chiesa.

L’esilio di oyce era il catalizzatore di cui aveva bisogno per produrre i libri per cui è diventato famoso in futuro. Una celebre sua citazione è “Quando l’anima di un uomo nasce in questo paese, ci sono delle reti gettate su di esso per trattenerlo dalla fuga. Mi parli di nazionalità, lingua, religione. Proverò a volare da queste reti”.

Eppure, per molti, Joyce non lasciò mai con la mente Dublino, città che continuamente ricorreva nei suoi pensieri.

   
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