L'uomo pastore dell'essere – appunti di filosofia su Heidegger

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L’uomo è colui che custodisce non tanto l’essere in sé ma il rapporto tra la sua esistenza e l’essere stesso; colui che deve prendersi cura dell’essere per poter vivere in maniera autentica, ponendosi in ascolto dell’essere. L’essenza dell’uomo è completamente consegnata al suo essere al servizio della verità dell’ente. Le grandi prestazioni dell’umanità, che sono in ultima analisi il pensiero e la poesia, dipendono dal fatto che l’uomo è in grado di adattarsi, fa uno sforzo quasi di auto-annullamento per cogliere una sorta di messaggio, di voce, di richiamo dell’essere stesso al quale ci si adatta, al quale si da una risposta e che ci si sforza di portare alla parola.
È vero che questo tipo di posizione è come se avesse l’eco di una tradizione teologica; in fondo nella tradizione teologica si è sempre detto: quello che l’uomo deve fare, se vuole essere compiutamente uomo, è di annullare l’amor proprio e consegnarsi completamente all’amore di Dio. Qui non è una questione di ascoltare il messaggio di Dio; si tratta di uniformasi ed adeguarsi a ciò in cui noi, propriamente parlando, siamo già sempre gettati. Non è vero che l’uomo crea a suo arbitrio. Anche la scienza, la tecnica ecc., derivano dal fatto che uno innanzitutto si dispone all’ascolto di quello che propriamente già c’è, del modo in cui l’essere stesso, come essere dell’ente in generale, gli si manifesta e gli si presenta.
Lui dice: voi credete che le opere di Nietzsche, Marx, di Sartre, siano il frutto della loro creatività, ma non è vero. In realtà persino questi stessi autori hanno realizzato queste cose perché hanno ascoltato una “vocazione”; e “vocazione” va intesa nel senso letterale come il fatto che c’è qualcuno che ti chiama. Se voi leggete la biografia di Nietzsche, in qualche misura voi vedete che la sua esperienza di pensiero è stata tutta rivolta, tutta tesa al tentativo di trovare le parole giuste per portare al linguaggio e per rendere, quindi, conoscibile e pensabile quello che lui intuiva che era il tratto dominante della sua epoca storica, il messaggio implicito, inscritto nel mondo nel quale lui era collocato. Si potrebbe dire che se noi ricostruiamo l’esperienza di vita di qualsiasi grande pensatore o grande scienziato, ci rendiamo conto del fatto che questi poi, in realtà, non è vero che inventano, creano, manipolano ma reagiscono al mondo nel quale sono collocati come se il mondo, in qualche modo, fosse un rebus. L’attitudine di chi risolve un rebus è quella di intuire che in quelli che sembrano accostamenti casuali c’è una sorta di segreto nascosto; come se attraverso quegli oggetti, attraverso quelle lettere, parlasse qualcuno che mi sta mandando un messaggio. L’uomo riesce a realizzare pienamente se stesso e la propria umanità quando si dispone, nei confronti dell’ente, come se l’ente avesse qualcosa da dirgli, come se portasse in sé un segreto, un messaggio che è un richiamo; è ascoltando questo richiamo e decifrando questo messaggio che io pervengo propriamente nella mia essenza; e ascoltare questo messaggio e decifrarlo significa in qualche modo trovare le parole per dirlo.

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