L’umanità dolente in cerca della sua “patria: la riflessione di Pasolini

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Nel Novecento, in merito alla storiografia, è iniziata una riflessione che riguarda il

“paesaggio” verso il Terzo Millennio. Ci si pongono le seguenti domande: il problema della lingua,

la fruizione della letteratura e degli autori, il rapporto tra il testo-lettore. Pasolini, un lettore di

Gramsci, ci costringe a misurarci con tale riflessione. Esso ribadisce di essere poeta, scrittore e

lettore al centro delle ragioni fondanti della sua vita e delle sue battaglie. La letteratura fa coesistere

gli opposti, diviene il terreno della contraddizione e del “dialogo”. Il poeta-profeta è come un

lacerato cantore di un’umanità dolente in cerca della sua “patria”: non è un caso che Pasolini

riscopra, in contrasto con ermetismi e novecentismi, la poesia civile e riprenda la terza rima

dantesca. Da qui nasce la bipolarità di “passione” e “ideologia”.

Pasolini afferma che non si può chiedere al poeta di far tacere la propria voce “profetica”,

scandalosa, contraddittoria, oltre altrove rispetto ai quieti porti dogmatici delle ideologie fideistiche.

L’omologazione, l’appiattimento, l’usura delle esperienze e dei linguaggi sembrano impedire la

fertile contaminazione dell’altrove, che sta alla radice dell’arte stessa. Al cuore della sua poetica vi

è corporeità (fisicità pulsante) e sacralità, presente nella sua attività di regista, scrittore, poeta. La

società contemporanea ha messo in luce la lacerazione originaria dell’uomo. L’antropologia di

Pasolini è il frutto di un’osservazione poetica sostanzialmente pessimistica del processo di

civilizzazione dell’umanità: l’innocenza è già perduta dall’uomo nel suo stesso essere nel mondo.

Per questo la cultura occidentale deve continuamente riconfrontarsi con il mondo greco: è il mito

che ha messo a nudo l’origine della lacerazione e della dualità, il distacco definitivo tra uomo e Dio

– ben visibile in Edipo e Medea. Attraverso la riscoperta del mito potremmo rinnovare il tema della

dualità non risolta tra uomo e civilizzazione, tra ferocia primitiva e ragione, tra istinto di

sopraffazione e legge, cui solo l’arte può sopperire all’interno di una percezione sostanzialmente

romantica della Sehnsucht – armonia. Gli anni Sessanta sono luogo di un’origine e quindi

apparentemente innocenti; essi sono anche il luogo di una civilizzazione dirompente e devastante, il

luogo di uno scontro tra ragione illuministica e ragione analogica e simpatetica.

Introduce, da qui, la perdita originaria dell’innocenza.

Pasolini tenta di capire come nasce il conflitto originario; è poeta

educato alla cultura classica e romantica, non antropologo culturale: non c’è consolazione

nell’antropologia pasoliniana; vi è ormai solo disperazione, nel senso originario del termine; la funzione mitopoietica non consola l’uomo ma dà il senso originario del nostro continuo “rimpianto”.

   
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