Lucrezio Tito Caro: riassunto vita e pensiero del poeta latino

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Della vita di Lucrezio ci è ignoto quasi tutto: egli non compare mai sulla scena politica romana né sembra esistere negli scritti dei contemporanei in cui non viene mai citato, eccezion fatta per la lettera di Cicerone ad Quintum fratrem II, contenuta nella sezione Ad familiares, in cui il celebre oratore accenna all’edizione, forse postuma, del poema di Lucrezio, che egli starebbe curando. Però, in scrittori romani successivi egli viene spesso citato: ne parlano Seneca, Frontone, Marco Aurelio, Quintiliano, Ovidio, Vitruvio, Plinio il Vecchio, senza tuttavia fornire nuove informazioni sulla vita. Questo però dimostra che non si tratta di un personaggio inventato.

La notizia biografica più ampia su Lucrezio compare nella traduzione del Chronicon di Eusebio fatta da S. Girolamo, che vi inserì anche notizie su vari scrittori latini tratte dal De poetis di Svetonio: Titus Lucretius poeta nascituri qui postea amatorio poculo in furorem versus, cum aliquot libros per intervalla insaniae conscripsisset, quos postea Cicero emendavit, propria se manu interfecit anno aetatis XLIV, «Nasce il poeta Tito Lucrezio. Costui in seguito, indotto alla pazzia da un filtro d’amore, dopo avere scritto alcuni libri negl’intervalli di lucidità che gli lasciava la follia (libri che furono poi riveduti da Cicerone), si uccise di propria mano a 43 anni di età».

Non è facile datare questa notizia, e neppure accordarla con quella fornita da Donato nella sua Vita Vergili: si può affermare con certezza solo che il poeta nacque negli anni 90, e morì verso la metà degli anni 50. Alcuni manoscritti di Girolamo collocano la nascita nel 96, altri nel 94: la data di morte oscillerebbe così tra il 53 e il 51.

Ma il grammatico Elio Donato sostiene che Lucrezio morì quando Virgilio, a 17 anni, indossò la toga virile, ed erano consoli — come nel 70, anno di nascita di Virgilio — Pompeo e Crasso. Questi, però, furono consoli per la seconda volta nel 55, non nel 53; si è quindi supposto che sia corrotta l’indicazione d’età di Virgilio (che avrebbe avuto 15 anni, non 17). La data che così si ricava (15 ottobre 55), può coincidere con la notizia di Girolamo, ammettendo che questi abbia confuso il nome dei consoli del 94 e del 98, anno in cui si dovrebbe collocare la nascita. Oggi 98 e 55 sono generalmente ritenute le date più verosimili, ma permangono notevoli incertezze. Va con ogni probabilità respinta la notizia geronimiana sulla follia di Lucrezio, mai ricordata prima, neppure da Lattanzio, che pure, metaforicamente, accusa il poeta di «delirare», e che non avrebbe mancato di accennare ad un elemento così importante se solo lo avesse conosciuto.

L’accusa dovrebbe essere nata in ambiente cristiano nel IV secolo al fine di screditare la polemica antireligiosa di Lucrezio: alcuni critici contemporanei le accordano ancora valore per poter sostenere l’improbabile tesi di una disperazione lucreziana a sfondo patologico-depressivo (con la quale tentare di contrapporre certi tratti di «pessimismo» lucreziano all’«otti-mismo» di Epicuro). Nulla di concreto si può affermare sulla provenienza del poeta: si è pensato che fosse campano, poiché a Napoli era fiorente una scuola epicurea, e la Venus fisica venerata a Pompei ha tratti simili a quella cui Lucrezio dedica il proemio dell’opera. Bisogna ammettere che tanto questa ipotesi, quanto quella di chi vuole il poeta nato a Roma per via di alcuni pochi riferimenti a luoghi precisi dell’urbs, sono prive di basì convincenti. Sarebbe interessante determinare la classe sociale di provenienza di Lucrezio, ma dal tono delle parole che rivolge all’aristocratico Memmio nel corso dell’opera non è possibile capire se egli si collocasse sullo stesso livello o non fosse, piuttosto, un liberto (è in ogni caso fuori discussione l’ampiezza della cultura ricevuta).

Secondo Lucrezio, che riprende in maniera radicale la tesi già di Epicuro, la religione è la causa dei mali dell’uomo e della sua ignoranza. Egli ritiene che la religione offuschi la ragione impedendo all’uomo di realizzarsi degnamente e, soprattutto, di poter accedere alla felicità. Il poema ha come argomenti principali la lacerante antinomia fra ratio e religio, l’epicureismo e il progresso. La ratio è vista da Lucrezio come quella chiarità folgorante della verità «che squarcia le tenebre dell’oscurità», è il discorso razionale sulla natura del mondo e dell’uomo, quindi la dottrina epicurea, mentre la religio è ottundimento gnoseologico e cieca ignoranza, che lo stesso Lucrezio denomina spesso con il termine “superstitio”. Indica l’insieme di credenze e dunque di comportamenti umani “superstiziosi” nei confronti degli dei e della loro potenza. Poiché la religio non si basa sulla ratio essa è falsa e pericolosa.

Lucrezio nega ogni sorta di creazione, di provvidenza e di beatitudine originaria e afferma che l’uomo si è affrancato dalla condizione di bisogno tramite la produzione di tecniche, che sono trasposizioni della natura.

Per Lucrezio, però, il progresso non è positivo a priori, ma solo finché libera l’uomo dall’oppressione. Se è invece fonte di degradazione morale, lo condanna duramente

Qualche notizia più approfondita su questi temi è in verità presente nella cosiddetta Vita Borgiana, una succinta biografia composta dall’umanista Gerolamo Borgia e scoperta nel 1894. In essa si sostiene che il poeta visse «in stretta intimità» con Cicerone (dal quale avrebbe accolto suggerimenti stilistici), Attico, M. Bruto, C. Cassio, cioè con le personalità di maggior rilievo della prima metà del I secolo a.C. La gran parte degli studiosi moderni ritiene però che la Vita sia un falso di epoca umanistica. L’unico riferimento a Lucrezio nell’opera di Cicerone è in una lettera al fratello Quinto del febbraio 54 (Ad Quintum fratrem II 9.3): Lucreti poemata, ut scribis, ita sunt, multis luminibus ingeni, multae tamen artis*.  Alcuni deducono dal tono della frase che il poeta doveva essere morto da poco (forse nell’ottobre 55), e Cicerone leggesse allora per prima volta il manoscritto che gli era stato affidato per la pubblicazione (l’emendavit di Girolamo), ma la supposizione è labile. Opere II poema in esametri De rerum natura, in sei libri (ogni libro va da un minimo di quasi 1100 versi a un massimo di quasi 1500 per un totale di 7415 esametri), forse non finito o comunque mancante dell’ultima revisione. È’ dedicato all’aristrocratico Memmio, verosimilmente da identificare col Gaio Memmio che fu amico e patrono di Catullo e Cinna.

Girolamo, nello stesso passo del Chronicon in cui riferisce le notizie biografiche su Lucrezio, asserisce che il De rerum natura dopo la morte del poeta, venne rivisto e pubblicato ad opera di Cicerone. Il testo del De rerum natura è conservato integralmente da due codici del IX secolo (detti — per la loro forma — Oblongus e Quadratus [in sigla O e Q ora conservati a Leida); alcune parti si leggono anche in schedae (fogli di codice) conservate a Copenhagen e Vienna. Un certo numero di codici urmanistici riproduce il testo tratto dal codice che Poggio Bracciolini riscoprì nel 1418, durante un viaggio in Germania.

La prima edizione a stampa fu eseguita nel 1473 da Ferrando da Brescia. *Anche se è difficile trovare il senso esatto di questa formulazione (e tra gli interpreti non si è ancora raggiunto un consenso definitivo) è probabile che si debba intendere:”Nei poemi di Lucrezio, come tu mi scrivi, ci sono davvero i bagliori del talento, ma anche i segni di una grande arte letteraria”.

 

 

   
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