Lo scontro tra Federico Barbarossa e i comuni italiani: la battaglia di Legnano – riassunto

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Amos Cassolli - battaglia di legnano - dipinto nel 1860
Amos Cassolli – battaglia di legnano – dipinto nel 1860

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L’impero e l’Italia dei comuni – Riassunto Federico Barbarossa | Battaglia di Legnano

Il ritrovato dinamismo e fioritura culturale portò ben presto ad una crescita demografica per la quale era necessario una grande opera di dissodamento. Per realizzarlo era necessario superare il problema del particolarismo politico e del continuo stato di guerra.

Una prima risposta venne dato dalla fondazione del movimento della pace di dio per il quale i vescovi organizzarono grandi assemblee nelle quali predicavano la protezione delle categorie più sensibili puntando il dito contro i violatori della pace che di solito erano signori feudali proprietari di castelli. Ben presto oltre a proteggere dalla guerra determinate categorie di persone ed i beni della chiesa si arrivò a garantire una maggiore sicurezza proibendo qualsiasi attività bellica la domenica e durante le feste religiose.

L’intervento della chiesa per disciplinare il ceto dei cavalieri ovvero la figura del combattente per l’ideale cristiano al servizio della chiesa, avvenne in un contesto di divisione sociale tra oratores, bellatores e laboratores che raccoglieva diverse forzature. Però effettivamente coloro che combattevano a cavallo si distinguevano nettamente da coloro che erano disarmati (inermes), infatti i cavalieri stavano prendendo coscienza della propria particolare condizione sociale e giuridica. Infatti i suoi membri godevano di vari privilegi: erano esenti dal pagamento delle tasse per le terre possedute, erano sottratti alla giustizia dei signori e potevano tramandare ereditariamente la loro condizione.

Alla coesione di questo ceto contribuirono i nuovi modelli di comportamento elaborati dagli ecclesiastici francesi i quali trasformarono l’investitura in un rituale a carattere religioso. Nel corso del XII secolo il codice cavalleresco venne arricchito da giovani cavalieri che predicavano una vita avventurosa e la ricerca di un generoso signore e di una causa da servire. I cavalieri però erano sempre pronti ad affrontare qualsiasi impresa guerresca, per questo si cercò di indirizzare la loro violenza al di fuori della cristianità. I vescovi comunque ancora una volta sopperirono alla carenza di elementi politici che non erano in grado di mantenere l’ordine nella società.

Nell’XI secolo i rapporti feudo-vassallatici mutarono perdendo la loro connotazione militare, trasformandosi in strumenti di governo e di coordinazione politica per il controllo di aree più vaste. All’origine di questa trasformazione c’erano oltre al ritrovato dinamismo della società anche il riconoscimento dell’ereditarietà del feudo e la nascita del diritto feudale. Fu proprio il diritto feudale a creare il sistema feudale all’interno dello stato. Il feudo era diventato un bene che una volta posseduto non poteva più essere sottratto a meno che il feudatario non fosse stato riconosciuto colpevole di tradimento da un tribunale di suoi pari. Il feudo veniva così assimilato all’allodio ovvero al bene di piena proprietà tanto più che i rapporti con i signori nel corso del tempo si erano allentati. A causa della riscoperta del diritto romano e del diritto canonico i giuristi arrivarono ad individuare lo stato come fonte del diritto rendendo quindi illegale ogni forma di potere priva della legittimazione reale.

Dato che la situazione feudale era estremamente frammentata si ricorse all’espediente di donare al sovrano le proprie terre per riceverle nuovamente in feudo legittimando in tal modo il potere del vassallo che parte sua riceveva ben poco danno. Addirittura in Lombardia si trovavano dei feudatari esentati dal servizio militare, il feudo quindi via via aveva perso anche il suo originario uso di clientela militare diventando di fatto uno strumento usato da un sovrano per affermare la propria autorità su nuovi territori e per consolidare il suo potere. Nel XII secolo quindi i giuristi delinearono una mappa che dal vertice distribuiva poteri verso il basso fino ad arrivare ai ceti rurali. Il processo fu comunque assai lento e differente a seconda dei paesi. In Italia le comunità cittadine non erano formate solo da mercanti e artigiani ma anche dalla piccola e media nobiltà che non di rado possedeva diritti giurisdizionali sui villaggi e le terre della campagna circostante.

In città comunque le funzioni pubbliche non erano amministrate tutte dal vescovo ma erano ripartite tra diversi organismi politici: conte, vescovo, eventuali cattedrali o monasteri e la comunità cittadina che era sempre in grado di far sentire la propria voce. Un quadro sociale così frammentato consentì comunque lo sviluppo libero di forze sociali diverse ma non fu adeguato per disciplinare i contrasti che inevitabilmente sorgevano. All’incremento naturale della popolazione poi si aggiungeva l’immigrazione dei contadini e degli esponenti della nobiltà che si trasferivano in città per incrementare il loro prestigio e la loro ricchezza.

La lotta per le investiture fu il momento propizio per lo sviluppo delle autonomie cittadine in quanto sia il papa che l’imperatore erano alla ricerca di nuovi consensi da parte delle autorità locali in favore delle quali largheggiavano con i privilegi. A Milano per esempio venne istituita nel 1097 una nuova magistratura detta collegiale che nel 1130 contava ben ventitré membri di cui 18 erano componenti dell’aristocrazia feudale ed a vario titolo legati al vescovo, questo dimostra che gli esponenti dell’aristocrazia erano comunque il nucleo forte della realtà comunale.

I comuni consolari si svilupparono in diversi modi nelle varie città italiane ma comunque nel periodo 1080-1120. L’iniziativa era sempre nelle mani del ceto aristocratico tranne in alcuni casi in cui partecipò anche il ceto mercantile. Le famiglie consolari infatti all’inizio non erano chiuse, come avverrà nel XII e XIII secolo quando ci fu una grossa lievitazione del ceto dei mercanti. Gli organi di governo erano l’assemblea generale dei cittadini e il collegio dei consoli a cui spettava il potere esecutivo. I consoli restavano in carica per brevi periodi per evitare il proliferare di regimi personali.

L’affermarsi del comune, che era si un’entità politica nuova non avvenne in maniera rivoluzionaria in quanto i notabili già da tempo svolgevano funzioni di governo per conto del vescovo. Per proiettare la propria influenza verso le campagne, estendendo il controllo, il comune superò la barriera del particolarismo politico tipico dell’alto medioevo, comunque, la politica di sottomissione del contado si ebbe su finire del XII secolo. Facendo un passo indietro tornando a parlare di Enrico V c’è da dire che anche lui non era riuscito ad assicurare alla sua dinastia la successione al trono di Germania. Alla sua morte i principi di Germania ignorarono la sua decisione di eleggere sovrano un membro della casa degli Hohenstaufen ed elessero Lotario di Supplinburgo, alla morte di questi poi, invece di far salire al trono il genero elessero Corrado III. Si vennero così a creare due schieramenti all’interno della nobiltà tedesca, i ghibellini e i guelfi.

La situazione di equilibrio creatasi tra di loro finì con l’indebolire ulteriormente il potere imperiale, già uscito fortemente indebolito dallo scontro con il papato. La situazione iniziò a sbloccarsi nel 1152 quando i principi elessero sovrano il duca di Svevia, Federico, che mostrò subito di voler ridare al potere imperiale energia, indisse per l’anno seguente un’assemblea a Costanza alla quale parteciparono anche i legati del pontefice Anastasio IV. In questa occasione Federico mostrò la volontà di far collaborare alla pari il potere politico col potere spirituale ribadendo il suo diritto di elezione in materia di vescovi.

Nello stesso tempo assicurò di volere garantire la potenza ed il prestigio della chiesa di Roma ricevendo la promessa di venire incoronato dal pontefice in persona imperatore di Roma. A Costanza l’imperatore fu sommerso dalle richieste di città lombarde a causa della minaccia dell’espansionismo dei milanesi. L’imperatore fu quindi costretto a volgere subito lo sguardo all’Italia dove trovò una situazione decisamente diversa da quella tedesca a causa dello sviluppo delle autonomia comunali che si arrogavano poteri di competenza del sovrano, anche al di fuori del territorio urbano muovendo guerra anche ad altri sudditi dell’impero. Il programma di Federico era articolato sui seguenti punti

•utilizzazione dei legami feudali sia in Germania che in Italia per disciplinare e coordinare
tutti i poteri signorili
•saldo governo delle terre direttamente dipendenti dalla corona
•rinnovato controllo sulla chiesa tedesca
•recupero degli juria regalia (diritti della corona)

Nel 1154 Federico era già in Lombardia dove indisse un’assemblea alla quale si presentarono gli
ambasciatori di Milano sperando di comprare con una grossa somma di denaro i loro diritti regi (la
città li esercitava da tempo) e la signoria su Como e lodi. Federico rifiutò l’offerta mettendo la città
al bando privandola di tutti i diritti. Non sentendosi in grado di imporre la propria volontà con la
forza si limitò a distruggere tortona nel 1155 dirigendosi poi verso Roma.

Qui prima di cingere la corona imperiale abbatté il regime comunale che contestava il potere temporale dei papi tornando in
Germania nello stesso anno. Nel 1158 scese nuovamente in Italia alla testa di un grande esercito,
quindi convocò una seconda assemblea alla quale invitò quattro famosi giuristi con il compito di
indicare con precisione all’imperatore quali fossero i diritti regi. Stilarono una lista molto lunga che
fu inserita nella costituzione sulle regalie, c’è da dire che gran parte dei diritti che erano riservati
all’imperatore i comuni li esercitavano già da diverso tempo.

L’imperatore si occupò anche dei distretti pubblici dove rivendicò la dipendenza dal potere regio e ne proibì la divisione, per quanto riguardava i beni allodiali nei quali era concesso l’esercizio delle signorie locali si stabilì che i
proprietari potevano continuare a detenerli a patto di ottenere il bene placido dell’imperatore
instaurando con lui un rapporto di tipo feudale. Federico inviò ovunque messi imperiali per
risquotere omaggi dalle città e dai signori locali, questo movimento per la restaurazione del potere
imperiale portò alla formazione di un vasto movimento di opposizione di cui facevano parte oltre
che numerosi comuni anche il papa Alessandro III.

La reazione imperiale fu durissima in quanto il
papa fu costretto a fuggire in Francia e gli fu contrapposto l’antipapa Vittore IV. Milano fu assediata
e rasa al suolo nel 1162. Nel 1164 si assisté alla formazione della Lega Veronese e poco dopo a
quella Cremonese fino ad arrivare nel 1167 alla formazione della Lega Lombarda alla quale si
collegò Alessandro III, la città di Alessandria fu chiamata così in suo onore.

Federico Barbarossa concentrò i propri sforzi per conquistare Alessandria ma dovendo far fronte ai problemi interni sorti
in Germania dovette abbandonare l’assedio però fu raggiunto nel 1176, durante il viaggio di ritorno a Legnano dagli eserciti della Lega che lo sconfissero. Conscio dei progressi militari assai scarsi decise di puntare ad una soluzione diplomatica giungendo ad un accordo con il papa secondo cui avrebbe abbandonato l’antipapa e restituito alla chiesa di Roma i territori e le regalie di cui si era
impadronito, Alessandro III si impegnò a sua volta a fare da mediatore con i comuni italiani con i
quali però si giunse solo ad una tregua di sei anni. Nel 1183 a Costanza fu possibile giungere ad un
trattato di pace che in sostanza era un compromesso.

Se da un lato si salvaguardava il principio
secondo cui tutti i poteri pubblici derivavano dall’imperatore, dall’altro garantiva ai comuni le
regalie di cui godevano da tempo e il diritto di costruire fortezze ed associarsi in leghe. I comuni si
impegnarono a versare una tantum un’indennità più un tributo annuo, a corrispondere all’imperatore
il fodro e a consentire il ricorso al tribunale imperiale contro le sentenze emanate da giudici
cittadini. I consoli eletti dal popolo dovevano ricevere ogni cinque anni una formale investitura da parte dell’imperatore.

Le concessioni fatte a Costanza che erano destinate solo ai comuni della Lega
Lombarda furono ben presto acquisite da tutti i comuni, che vennero così inseriti nell’impero come
organismi politico-amministrativi pienamente legittimi. I comuni ne approfittarono durante la lunga
crisi dell’autorità imperiale a seguito della morte del Barbarossa e del figlio Enrico VI per
consolidare le loro istituzioni ed avviare una sottomissione del contado (1197). Il vescovo fu estromesso da qualsiasi potere politico, le città furono dotate di edifici pubblici, di solito costruiti lontano dalla cattedrale, e di uno statuto.

Per la sottomissione del contado si resero necessari diverso strumenti, i detentori di fortezze dovettero riconoscersi vassalli del comune e risiedere un periodo dell’anno in città mentre con i signori più potenti il comune stipulava patti di alleanza sotto forma di ingaggi militari del signore stesso. Un altro strumento fu la fondazione dei borghi franchi ovvero insediamenti fortificati i cui abitanti godevano di particolari facilitazioni fiscali ed aiuti di vario genere.

La novità più significativa di questa nuova fase fu la sostituzione del governo consolare con un governo del podestà. La volontà della nobiltà di restare un gruppo chiuso iniziò a produrre successivamente un contrasto tra la nobiltà stessa ed il popolo. Per rendere superiore a queste due categorie il governo della città venne appunto designato il podestà. Molto presto tra le due categorie riesplose la violenza specie dalla parte della nobiltà che aveva iniziato a riunirsi in clan pronti a prendere le armi alla prima occasione, i clan a loro volta si univano in confederazioni dette “Societates Militum” che a volte formavano nei gruppi contrapposti di guelfi e ghibellini. I guelfi davano il loro sostegno al partito filopapale, mentre i ghibellini erano sostenitori di un più saldo legame col potere imperiale.

Dalla parte del popolo la situazione non era meno complicata visto che era tenuto insieme unicamente dalla necessità della lotta contro la nobiltà e bastava che la tensione calasse perché esplodessero subito lotte intestine in quanto il ceto era molto eterogeneo. Comunque tutte queste categorie diedero vita ad un’associazione chiamata Societas Populi.

La situazione era quindi una divisione della giurisdizione e la formazione di diversi centri di potere. Il complicarsi della vita politica portò poi al fenomeno del fuoriuscitismo ovvero l’espulsione dalla città della parte perdente che non di rado formava un comune legandosi a comuni rivali della città d’origine con la cui collaborazione a volte riuscivano a tornare al potere. Nei comuni dove prese il sopravvento il popolo si formò una sorta di sistema bicamerale in quanto il popolo non sciolse la societas populi. Il potere militare del podestà venne affidato alla figura del capitano del popolo. I governi popolari però non tutelando le classi inferiori, le spinsero all’alleanza con la nobiltà. Ebbero inoltre atteggiamenti punitivi verso la vecchia classe dirigente del cui apporto avevano quasi sempre bisogno.

Espressione della politica antinobiliare del fine duecento furono le leggi antimagnatizie nelle quali si vietava ai grandi esponenti dell’antica aristocrazia di accedere alle cariche più importanti.

Nonostante tutto i governi popolari furono quelli che consentirono la
maggiore partecipazione e democrazia nella vita politica del medioevo. L’affrancamento dei servi
della gleba che in passato veniva visto come un grande segno di evoluzione sociale fu solo un’abile
manovra fiscale in quanto i servi essendo considerati proprietà dei loro signori non pagavano alcuna
imposta. A questo c’è da aggiungere la crescente pressione fiscale che il comune attuava nei
confronti del contado affiancata dallo sfruttamento della classe borghese.

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