Limiti alla rappresentanza legale degli amministratori: appunti diritto commerciale

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Per prima cosa parlando della rappresentanza legale degli amministratori è bene citare l’articolo 2384 del codice civile riguardante appunto i poteri di rappresentanza:

Il potere di rappresentanza attribuito agli amministratori dallo statuto o dalla deliberazione di nomina è generale.
Le limitazioni ai poteri degli amministratori che risultano dallo statuto o da una decisione degli organi competenti non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicate, salvo che si provi che questi abbiano intenzionalmente agito a danno della società.

Il potere di rappresentanza degli amministratori è generale, manca il riferimento all’oggetto sociale che invece è presente all’articolo 2298 dettato con riguardo alle società di persone (“L’amministratore che ha la rappresentanza della società può compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale”). L’amministratore dotato di potere di rappresentanza può quindi compiere qualunque atto, anche estraneo all’oggetto sociale, che vincola la società, la quale non può opporre al terzo l’estraneità all’oggetto sociale. Questo perché trattandosi di organizzazioni che si prestano a dar veste giuridica ad imprese di grandi dimensioni, si vuole evitare che i terzi che vengano a contatto con i rappresentanti della società debbano verificare per ogni atto che questo rientri o meno nell’oggetto sociale della controparte.

Vediamo ora invece l’articolo 2384 bis del codice civile, sempre riguardante i poteri di rappresentanza

“L’estraneità all’oggetto sociale degli atti compiuti dagli amministratori in nome della società non può essere opposta ai terzi in buona fede.”

Se l’amministratore compie atti estranei all’oggetto sociale, l’atto è valido, vincola la società e produce i suoi effetti nei confronti dei terzi. Le conseguenze che si produrranno poi sul piano del rapporto tra la società e l’amministratore, il quale, compiendo un atto estraneo all’oggetto sociale, contravviene all’obbligo, attribuito dalla legge, di compiere tutti gli atti preordinati al conseguimento dell’oggetto sociale (art 2380-bis). Le conseguenze potranno essere la revoca per giusta causa e, se la società ha subito un danno, l’azione di responsabilità contro l’amministratore.

Differenza nelle limitazioni al potere di rappresentanza tra società di persone e società per azioni

Nelle società di persone inoltre, se le limitazioni al potere di rappresentanza sono iscritte nel registro delle imprese, esse sono opponibili ai terzi, secondo il meccanismo caratteristico della pubblicità dichiarativa.

Nella società per azioni invece, qualsiasi limitazione al potere di rappresentanza degli amministratori, anche se risultante dal registro delle imprese, non è opponibile ai terzi. Non è nemmeno opponibile una limitazione deliberata dagli organi competenti.

Ad esempio, il consiglio di amministrazione, nel fornire istruzioni all’organo esecutivo o all’amministratore delegato per il compimento di un determinato atto, potrebbe porre dei limiti al suo operato, quindi al suo potere di rappresentanza. Se l’amministratore delegato contravviene a tali limiti, queste limitazioni non sono opponibili ai terzi.

Quando in una società per azioni sono opponibili ai terzi i limiti del potere di rappresentanza degli amministratori?

Sono opponibili ai terzi i limiti al potere di rappresentanza degli amministratori, se si prova che il terzo con il quale l’amministratore ha contrattato ha agito con lo specifico intento di danneggiare la società.

La società non si deve limitare a dimostrare che il terzo fosse a conoscenza della limitazione, ma anche che il terzo, pur essendone a conoscenza ha agito conscio del fatto che ne sarebbe derivato un danno per la società. Il legislatore ha qui in mente una collusione tra il terzo e il legale rappresentante con cui egli ha trattato.

La logica applicata dal legislatore in questa norma è comune a livello europeo ed è quella del necessario contemperamento di interessi tra la società, che deve potersi svincolare da atti compiuti dagli amministratori al di fuori dell’oggetto sociale, e tra i terzi che con essa stipulano atti, i quali devono poter beneficiare della certezza dei rapporti giuridici. Questa logica ha rende più sicuri e più snelli i rapporti che la società ha con i terzi.

In caso di conflitto di interessi del legale rappresentante della società potrebbero esserci limiti legali applicabili al loro potere di rappresentanza?

Il legislatore, al secondo comma, parla di limitazioni che risultano dallo statuto o da deliberazioni degli organi competenti. Potrebbero però esserci dei limiti legali al potere di rappresentanza degli amministratori, come quello sancito dall’articolo 1394 del codice civile, dettato in tema di rappresentanza di diritto comune, che tratta il conflitto di interessi del rappresentante.

Riportiamo quindi il testo dell’articolo 1394 del codice civile, riguardante il confiltto di interessi:

Il contratto concluso dal rappresentante in conflitto d’interessi col rappresentato può essere annullato su domanda del rappresentato, se il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo.

Questa è una norma cardine. che opera in particolare quando si ha a che fare con un amministratore unico o un amministratore delegato, che abbia il potere non solo di compiere atti a nome e per conto della società, ma anche di decidere autonomamente il compimento di un atto, entro i limiti imposti dalla delega ricevuta. Se l’amministratore unico o l’amministratore delegato è in conflitto di interessi con la società nel compimento di una determinata operazione, opera anche l’articolo 2391 del codice civile.

Se l’amministratore delegato o l’amministratore unico agisce in conflitto di interessi con la società, senza rispettare il dettato dell’articolo 2391, si applica quanto previsto per la rappresentanza di diritto comune, ovvero si applica l’articolo 1394 del codice civile.

La società può quindi richiedere l’annullamento dell’operazione stipulata dal legale rappresentante in conflitto di interessi qualora si riesca a dimostrare che il conflitto tra il legale rappresentante e la società era conosciuto, ma anche riconoscibile dal terzo contraente.

Compiendo una determinata operazione il legale rappresentante (membro dell’organo esecutivo o del consiglio di amministrazione) dà attuazione ad una delibera dell’organo amministrativo che l’ha approvata. Se in mancanza della deliberazione, il legale rappresentante agisce senza la preventiva autorizzazione dell’organo competente, gli interpreti ritengono che in questo caso si applichi il detto dell’articolo 2384, ovvero la mancanza della delibera non è opponibile ai terzi salvo che si provi che questi hanno agito con lo specifico intento di danneggiare la società.

Ci sono altre ipotesi in cui una vicenda relativa alla deliberazione del consiglio di amministrazione può ricadere sull’atto compiuto dal legale rappresentante. Questo è il caso in cui il legale rappresentante ha agito legittimamente, ovvero danto attuazione ad una delibera dell’organo amministrativo. Se però la delibera è affetta da un vizio si applica l’articolo 2388.

Tali deliberazioni possono essere impugnate dal colleggio sindacale o dagli amministratori assenti o dissenzienti. Se l’impugnazione è accolta, l’atto compiuto in esecuzione della deliberazione cade, tuttavia sono salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base all’atto compiuto. Il terzo in buona fede è colui che non è a conoscenza dell’invalidità della delibera. La stessa disciplina è replicata all’articolo 2391 del codice civile che tratta dell’ipotesi in cui sia impugnata una deliberazione viziata per via del conflitto di interessi di un amministratore.

 

 

   
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