"Lettere di sosta" (Fabio Palma e Simone Pedefferri) – prezzo d'acquisto del libro

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Scriveva un grande che la montagna “è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano. Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso“.
Curioso, ma significativo, se condividiamo il tema della sincerità come chiave di lettura di ogni processo conoscitivo umano. Sincerità quale presupposto della conoscenza vera. Ma sincerità inenarrabile nell’alpinismo, cruda e così lontana dalla comprensione del quotidiano da necessitare fortemente di una traduzione, di una ri-appropriazione, per quanto possibile, da parte dell’uomo.
Un linguaggio intermedio esiste. Un linguaggio in grado di rendere, nella forma di istanti di senso sfuggenti, ma a loro modo condivisibili, le molteplici e delicate fantasmagorie dell’esistere umano: il linguaggio dell’arte. Istanti che si fissano in parole, parole e impressioni che pennellano immagini, immagini ed emozioni che si fondono nell’etereo divenire di una melodia.

Perché, in fondo, non è mai la montagna ad interessarci. La montagna è un diverso e come tale là rimane, sola, sublime e incompresa, a fare da palcoscenico agli uomini, alle loro passioni, alla loro storia.
L’asciutta descrizione di una scalata raramente sortisce il suo effetto. E’ un vissuto elementare, originario, in cui l’uomo si (con)fonde con la pietra e diventa parte della montagna, per scomparire.
La nostra attenzione si scatena invece se risvegliata, raro momento evocativo, da un processo che raccoglie i tanti mattoni dell’esperienza, gli importanti particolari senza senso, per trasmutarli magicamente in una sentita alchimia di parole e di immagini, in grado di collegare le due sponde lontane della vita vissuta e della memoria.
Sono quelli del cuore i soli appigli su cui riusciamo a far presa.

Questa sincerità, questa artistica schiettezza testimoniano le Lettere di sosta di Fabio Palma e Simone Pedefferri, alpinisti e artisti, scrittore il primo, pittore il secondo. E ancor di più il loro Concerto verticale, l’ambizioso progetto realizzato in collaborazione-combutta con Alt(r)i SpaziAssociazione Culturale Ettore Pagani, organizzazione da sempre attiva a favore di una maggiore conoscenza del mondo della montagna.
Lo spettacolo è in scena alle 21.00 di lunedì 22 ottobre, presso l’Auditorium San Fedele di Milano, in via Hoepli 3/b.
L’incontro tra i due autori e i Miradavaga, raffinata band di musicisti lombardi, combina presentazioni visive e parlate con pezzi musicali suonati dal vivo: filmati e foto di alpinismo e arrampicata, free ride, speleologia e viaggi, presentati in chiave musicale grazie agli arrangiamenti dei Miradavaga, che durante la serata interpretano brani di AC/DC, Dream Theater, Whitesnake, Joe Satriani… Il tutto arricchito da racconti e testimonianze di Fabio Palma (membro dei Ragni di Lecco) e dalle letture, da parte dell’attore Massimiliano Benoni, di brani tratti dal libro.
A rendere unica la serata del 22 ottobre i dipinti del secondo autore, Simone Pedeferri, che, tolti per una volta i panni del grande climber, si presenterà al pubblico nell’inconsueta veste di pittore, esponendo all’Auditorium le sue opere.


Parole immagini suoni. Per esprimere e condividere bellezza.

A me piace andare in metrò, ci scruti la vita
Per la gente che vedi?
No, per i nomi delle fermate
“…”
Prendi Primaticcio, è un nome geniale, sintetizza perché tutti si affannino per dodici ore al giorno. Non per un primato vero, ma per un primaticcio qualsiasi, stronzate di leadership da corridoi d’azienda, di quelli a piastrelle grigio verdi con uffici a pareti mobili, da ristrutturazioni veloci, cose così… e la fermata dopo? Leggi, Inganni, e ti dice che dietro quei primaticci ci sono gli inganni che ti fai, quelli che ti sobilli tutti i giorni, e sei pure scemo, perché davvero ci credi ai tuoi primaticci, e sai perché? Te lo dice la fermata prima, Bande Nere, sono quelle che ci mettiamo sugli occhi, così vedi a strisce, ce le verniciamo anche sui polsi le bande nere, tanto che battono come metronomi, l’ultima emozione che li scosse un po’ neanche te la ricordi

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