L'economia dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale (riassunto economia dopoguerra)

Economia italiana dopoguerra riassunto storia economica

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Settore di traino dell’800 fino ai nostri giorni è quello meccanico (mancata occasione del settore elettronico negli anni 60′ – 70′ quindi si parla di economia ingessata sotto questo aspetto).

Lenta trasformazione dell’economia:

  • Nel 2005 il settore terziario rappresenta in tutti i paesi più industrializzati oltre il 70% del PIL
  • In Italia il 49% della forza è impiegata nei servizi e il 33% nell’industria

N.B. tra il 50′ e il 70′ l’Italia ebbe un miracolo di crescita dell’economia (si parla di miracolo economico perché non si ebbe più)

Vent’anni di crescita: 1950 – 1973

  • Miglioramento significativo della qualità della vita e dei consumi (introduzione dell’uso della lavatrice e del frigorifero)
  • Forte legame commerciale con i paesi più sviluppati
  • Diminuzione delle protezioni e delle posizioni monopolistiche
  • Emersione dal basso di una imprenditoria dinamica e condizioni di stimolo delle maggiori imprese

Si stabilisce che il termine della crescita sia i 1973 perché in quell’anno ci fu la crisi petrolifera che bloccò.

Obbiettivi dell’Italia

La crescita dell’Italia avvenne solo dopo l’eliminazione della politica di autarchiache bloccava la commercializzazione per rimettersi nel sistema commerciale insieme ai paesi più industrializzati (ridurre i dazi, abolire i contingentamenti, primi ad aderire all’ORCE un istituzione nata in Europa per applicare il piano Marshall).

Impresa pubblica (IRI) -> cosa fare con questa istituzione? Eliminare l’IRI per privatizzare le aziende (soluzione voluta perché c’era la pressione consistente dell’America ma questa ipotesi venne accantonata perché nessuno voleva comprare queste aziende (se si eliminava l’IRI il 40% delle aziende italiane avrebbero dovuto chiudere o sarebbero fallite). Per questo motivo l’IRI si era divisa in quattro holding di settore: FINMECCANICA (quella con più difficoltà a portare il bilancio in pareggio), FINISDER, FINMaRE (parte svantaggiata perché gran parte del tonnellaggio italiano fu bombardato, circa l’85% -> solo dopo la seconda guerra mondiale vennero rimpinguate le nai comprando 100 navi liberty dall’America), STET. In val padania avrà successo perché deteneva il monopolio in Italia sulla ricerca di questi due prodotti.1

Eredità della fine della banca mista cioè una banca in continuo mutamento che molto spesso non riescono e non possono finanziare le imprese (perché erano banche ordinarie) per questo nascono nuovi istituti speciali per questi servizi, prima fra tutti Mediobanca. Diventa l’ago della bilancia l’Italia Mediobanca perché può scegliere se uscire dalla crisi dalla crisi che il finanziamento o meno. Nascono anche i medio-piccole crediti regionali per il finanziamento delle piccole-medie imprese del territorio.

1952 – 1982: la siderurgia statale passò a sfornare da 66% al 100% della ghisa, dal 44% al 55% dell’acciaio e dal 43% al 54% dei laminati a caldo.

Anni settanta: importanti investimenti statali negli stabilimenti di Taranto, Piombino, Bagnoli e Cornigliano. Nonostante il mercato saturo sull’acciaio (perché tutti in Europa lo producono) che perde valore abbassando il prezzo, la politica italiana su questo mercato fu prepotente per la gestione dell’impresa pubblica e per questo vengono stanziati gli investimenti per cercare di aumentare il numero degli occupati. Venne raddoppiata la produzone di acciaio di Taranto ad esempio ma siamo in anni in cui la crisi inizia a farsi durissima in Italia ma anche in tutto il resto del mondo perché l’offerta era molto più forte della domanda. Questi investimenti su questo settore derivano anche dalla comunità europea attraverso una manovra politica (che fu la prima manovra politica nel settore industriale).

  1. 1 Prezzi minimi fissati per l’acciaio
  2. 2 Aumento dei dazi nei confronti dell’esterno
  3. Aiuti per la riconversione produttiva

Metà anni settanta: crisi di domanda produttiva che colpì l’acciaio

Dal 1975: gli impianti furono sfruttati al di sotto del 70%

Crisi e ricostruzione:

  • 1981 la Finsider costretta all’acquisto di uno dei maggiori gruppi privati in crisi, la Tecksid della Fiat
  • Tra il 1981 e il 1984 la comunità europea approvò dei piani di intervento per la siderurgia
  • La finisider dimezza l’occupazione da 121 mila a 60 mila addetti tra il 1980 -88
  • Flack visse anni difficili nel 1984 presentava bilanci in rosso ed una eposizione finanziaria pari al 65% del fatturato. Dal 1986 tornò in attivo anche dopo la diminuzione dei lavoratori (grazie ai prepensionamenti e la cassa integrazione -> si andava in pensione a 50 anni in questo settore)
  • 1988 l’assemblea generale degli azionisti della Finsider decise la liquidazione legale volontaria della società e il trasferimento ad una nuova impresa siderurgica pubblica: l’ILVA

Successo delle miniacciaierie:

Erano imprese con capacità produttiva annua non superiore alle 500 mila tonnellate e laminatoi non integrati amonte. Ad esse va attribuito il 95% dell’aumento della capacità al fondo elettrico tra il 1970 e il 1980 (un espansione pari al 13% annuo). Il successo fu dovuto allo sviluppo tecnologico (non dovuto ad una ricerca propria ma dall’acquisto di questa tecnologia al di fuori), la flessibilità, la rapidità nella consegna, l’utilizzo del marketing e di una forza lavoro specializzata bene remunerata e partecipe delle sorti dell’azienda (si parla della fidelizzazione del lavoratore).

L’elettronica: una sfida perduta

  • 1945 l’Olivetti decide di entrare nel comparto dell’elettronica (va sottolineato che l’Olivetti era un’azienda meccanica).
  • 1957 Olivetti fonda la SGS per la produzione dei semiconduttori -> fondamentale per lo sviluppo della nascente industria elettronica
  • 1959 Olivetti produce il primo elaboratore elettronico, l’Ela 9003
  • 1960 muore precocemente e inaspettatamente Adriano Olivetti e l’azienda viene venduta perché non si era adottato un apparato manageriale in grado di gestire l’azienda dopo la sua scomparsa
  • 1964 la divisione elettronica di Olivetti fu ceduta alla General Electric, perché, la FIAT maggior azionista dopo la vendita dell’Olivetti, si pensava fosse un “neo da estirpare” (cit Valletta)

Questo spiega perché l’elettronica fu una sfida perduta.

Il tentativo di rilancio dell’Olivetti

  • Nel 1978 furono i fratelli De Benedetti a rilevare quote di maggioranza dell’Olivetti.
  • Prima degli anni 80′ l’Olivetti si allea con AT&T, la quale acquista il 22% del capitale.
  • Nuova macchina dai grandi potenziali il PC M24
  • Leadership europea nel personal computer e grazie all’AT&T diffonde i suoi prodotti sul mercato nordamericano. Leadership anche nell’assistenza post acquisto dei personal computer sempre efficace e putuale
  • L’accordo con AT&T cesserà nel 1989
  • Crisi Olivetti -> diviene preda di scalate finanziarie
  • Nel 2003 nome e oggetto sociale dell’Olivetti cessano di esistere e assumendo quello di telecom italia
  • Insieme all’Olivetti finisce anche la storia dell’elettronica in Italia perché mancavano i capitali, gli studi perché l’Italia era concentrata sulla meccanica (questo perché l’elettronica era troppo costosa).

La chimica: privata e pubblica

  • Grazie alle scoperte di Natta, la Montecatini si lancia verso la produzione di nuovi materiali termoplastici
  • 1965 ci fu una fusione fra Montecatini ed Edison sotto controllo di Mediobanca facendo nascere la Montedison
  • Nessuna razionalizzazione dei loro numerosi impianti (a Porto Marghera, a Priolo, a Ferrara, a Brindisi) con lo sviluppo della creazione di propilene
  • 1970 la Montedison è in perdita per 171 miliardi di liri, ma è il quarto gruppo chimico del mondo. C’é difficoltà nell’integrazione per la gestione non era congiunta e quindi non si riusciva a operare per il bene della società cadendo nella concorrenza fra gli stabilimenti che sono parte della stessa società. Questo ci porta a dire che nonostante siano al questo posto al mondo l’unico prodotto di punta erano i diserbanti e non si pensò di diversificare in altri prodotti chimici (come la farmaceutica etc)
  • Eni fu l’unico vero competitore per la lotta della spartizione del mercato

L’accordo ENI-montedison

  • Marzo 1983 accordo pubblico privato per la razionalizzazione del settore chimico e la fine della guerra sui prezzi
  • Nel 1986 entra in scena il gruppo Ferruzzi guidato da Raul Gardini: scalata borsistica di azioni Montedison
  • 1988 nuovo accordo con l’ENI per la costruzione di una nuova grande joint venture nella chimica di base, denominata Enimont
  • In Enimont, Eni e Montedison partecipazione parietica del 40% ciascuno e il restante 20% era lasciato sul mercato (gestione congiunta per il bene della chimica italiana, per non farsi concorrenza per evitare la guerra di prezzi)
  • Gardini vuole acquistare anche la parte dell’Eni perché il governo discuteva sul fatto che il 20% che doveva essere lasciato al mercato liber era stato dato ad un amico di Gandini in Svizzera.
  • Gandini abbandonato dalle banche è costretto nel 1990 a vendere la sua quota Enimont all’Eni per 2805 miliardi di lire
  • Nel 1933 il president dell’Eni e Gardini si suicidano a tre giorni di distanza perché accusati dalla magistratura di avere utilizzato delle tangenti nel settore chimico.
  • La chimica torna allo stato -> cosa succede?
  • Nel 1991 l’Eni cambiò nome all’Enimont in Enichem (oggi Syndial) alla quale lasciò in eredità le società con grosse perdite e le attività da liquidare -> Bad Company
  • Gli impianti migliori (Good company) vennero trasformati in una nuova società di Polimeri Europa: vendite mondiali per 6824 milioni di euro, 6463 addetti e 49 milioni investiti in R&S
  • Ferruzzi-Montedison in gravi difficioltà vendettero le proprie azioni
  • Rimase l’Edison che a sua volta è stata venduta all’EDF (azienda francese)

La meccanica: settore di successo

  • Saldo assoluto positivo
  • La fiat nel secondo dopoguerra rinnovò le proprie attrezzature (anche grazie al piano Marshall)
  • Succeso nelle utilitarie: nel 1955 la 600 a cui seguì nel 1957 quello della Nuova 500
  • La produzione di automobili: da 100.000 unità l’anno nel 1950 a 1.500.000 nel 1970
  • Nel 1968 essa realizzava il 6,65 della produzione mondiale di automobili e il 15,7% di quella europea
  • Realizzazione di stabilimenti in Argentina, Brasile e Unione Sovietica
  • La Fiat acquista:
  • Autobianchi nel 1958
  • Lancia nel 1963
  • Alfa Romeo nel 1987
  • Ferrari nel 1988
  • 35% Chrysler nel 2010 e poi fusione di Fiat-Chrysler

Il tessile-abbigliamento: settore di successo riconosciuto anche nel mondo

  • Negli anni cinquanta iniziò a diffondersi l’uso del marchio, le catene di vendita, i listini e “si inventarono” le taglie
  • Grandi sarti e affermate imprese tessili
  • Milano quale primo “International fashion hub”
  • Solo negli anni settanta si afferma però lo stilismo (1957 con Valentino che per la prima volta espone i propri capi alla rinascente, poi Giorgio Armani e Versace) e la nascita delle prime grosse sfilate che ancora oggi esistono in Italia e che sono visitate da tutto il mondo
  • Si rafforza la collaborazione fra stilisti e grande industria
  • Filiera produttiva che integra il tessile e l’industria dell’abbigliamento (Marzotto attraverso la catena fuso d’Oro dove si vendevano i prodotti già confezionati -> va ricordato che ancora non esisteva Benetton, Zara, etc; l’altro gruppo è il GFT perché fu il primo ad inventare le taglie e ad inventare i marchi FACIS, per l’abbigliamento maschile, COCIS per l’abbigliamento femminile. Era una novità il marchio in quanto per la prima volta un prodotto non aveva il nome del produttore ma un nome di fantasia)
  • La componente qualitativa legata: alle specifiche proprietà materiali e della lavorazione diviene fondamentale, design, stile e creatività. Per questo si parla di abbigliamento di nicchia.

Struttura delle imprese italiane

esistevano poche grandi imprese per lo più si può parlare di PMI (piccole medie imprese) nei settori di forza. Il vantaggio competitivo a livello internazionale delle PMI ha radici in un antica tradizione artigianale e commerciale radicata in una rete diffusa di centri, legati da forti subculture tradizionali.

Dalla grande impresa alle PMI
Anni ottanta: crollo dell’occupazione nelle grandi imprese pari a ben 10 punti percentuali

  • Fortissima crescita delle piccole imprese che avevano dai 10 ai 100 addetti
  • Settori: vestiario abbigliamento, lavorazione delle materie plastiche, elettronica (assemblaggio componenti) telefonia e meccanica tradizionale, manutenzione impianti

Distretti industriali:

dai punti di vista strettamente economici il distretto è un insieme di piccole imprese e medie imprese che operano in un’area relativamente circoscritta (spesso fa riferimento a un centro urbano). Tali imprese sono tra di loro in qualche modo collegate, perché producono componenti separate di un unico prodotto.

Concludendo:

  • Stato imprenditoriale / pubblica impresa
  • Specializzazione e successo in settori maturi (meccanica e tessile – abbigliamento)
  • Pochi esempi di successo nell’alta tecnologia
  • Ruolo della piccola media impresa (PMI)
  • Capitalismo familiare

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