Le prime guerre romano-germaniche – riassunto

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Scontro tra un cavaliere romano ed uno celta da un dipinto di Évariste-Vital Luminais

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Il primo contatto tra germanici e romani avvenne nel II secolo ac, quando i cimbri e i teutoni, partendo dalla Danimarca, si spinsero fino in Spagna, in Gallia e in Italia, dove furono sconfitti da Mario (113 – 101 ac). La conquista della Gallia da parte di Cesare rese definitivo il contatto tra romani e germani, che si fronteggiavano dalle due rive del reno, destinato a segnare il confine tra i due sistemi di vita fino al 406, fino al tempo cioè del balzo definitivo dei germani verso le regioni del mediterraneo. Non è da credere però che, mentre il mondo romano attuava tutte le sperimentazioni politiche, sociali e culturali, i germani restassero immobili nella loro barbarie. Accadde invece che agli scontri e alle scorrerie si alternassero gli scambi commerciali e che il contatto con la civiltà romana stimolasse il progresso dell’agricoltura e della lavorazione dei metalli.

Per cogliere la portata di questa evoluzione, è opportuno prima delineare il mondo dei germani quale ci appare dal “de bello gallico” di Cesare del 51 ac e dalla “germania” di Tacito del 98 dc. Nei 150 anni che separano i due testi la civiltà germanica aveva già subito un’evoluzione, ma non di portata tale da alterarne i valori fondamentali e le caratteristiche di fondo riconducibili in sostanza al rapporto assai mobile con l’ambiente e al primato delle virtù guerresche, per cui erano dediti prevalentemente alla caccia e alla guerra. Allevatori di bestiame, praticavano anche l’agricoltura ma con metodi assai primitivi che portavano all’impoverimento del terreno e quindi al non poter essere più coltivato. Di qui i continui spostamenti alla ricerca di nuove terre. Spostamenti che resero a un certo punto insufficienti i territori originari nonostante una densità di popolazione inferiore rispetto a quella dell’impero romano. L’acquisizione di nuove terre non provocava però tensioni e scontri all’interno della comunità, dato che non esisteva proprietà fondiaria e la distribuzione delle terre veniva fatta ai clan e non ai singoli. A livello individuale, la proprietà più ambita era il bestiame.
L’organizzazione della società ruotava tutta intorno alla guerra, dal momento che il popolo germanico è per definizione un popolo di uomini in armi, ai quali aspettava in ultima istanza la decisione sui problemi più importanti. L’unica gerarchia esistente era quella dei duces, capi militari riconosciuti tali per prestigio guerriero, ma anche per la potenza magico – sacrale delle stirpi cui appartenevano. Potenza magico – sacrale la quale faceva sì che il valore militare tendesse a trasmettersi ereditariamente nelle stesse famiglie, i cui membri erano chiamati adalingi, vale a dire nobili. Essi avevano in tempo di pace un ruolo di carattere arbitrale, solo in occasione di guerre i loro poteri si rafforzavano, ma erano pur sempre soggetti al controllo di un consiglio di anziani e all’approvazione dell’assemblea del popolo in armi.Nonostante il loro prestigio, essi non si consideravano né erano considerati superiori agli altri uomini liberi, essendo fondamentalmente il popolo germanico un popolo di uguali che praticava una sorta di democrazia diretta. L’unico strumento per emergere era la capacità, fondata sul valore in guerra, di aggregare introno a sé un certo numero di giovani guerrieri, gruppo che gli autori latini chiamavano comitatus. Il gruppo in origine si scioglieva dopo ogni impresa, ma negli anni che separano Tacito da Cesare tende a stabilizzarsi. All’origine di questa evoluzione c’era chiaramente l’influenza della civiltà romana, tant’è che i germani stavano iniziando a conoscere questa civiltà sia attraverso gli scambi commerciali sia attraverso l’ingaggio, sempre più frequente, di gruppi di guerrieri da parte dell’autorità imperiale.

La penetrazione dei germani occidentali nel territorio dell’impero romano si faceva sempre più consistente. Già a partire dal I secolo il loro rapporto si rivelò indispensabile sia per il reclutamento delle legioni da schierare a difesa dei confini sia per il popolamento delle regioni periferiche rimaste spesso spopolate proprio in conseguenza delle continue incursioni dei germani. Risultato: agli inizi del III secolo la presenza germanica all’interno dell’esercito era a questo punto prevalente, avviandosi a lambirne anche i vertici attraverso l’ascesa di elementi barbarici ai più alti gradi della gerarchia militare e poi di quella politica, senza però che questo bastasse a contenere la sempre crescente pressione lungo i confini. Eppure nonostante la cristi interna, di cui i germani erano un elemento aggravante e non la causa prima, il crollo non ci fu. L’impero riuscì a superare il momento critico accogliendo nelle regioni lungo il confine del Reno tribù di Franchi, Alamanni e Burgundi e respingendo lungo il Danubio gli assalti dei goti i quali, sconfitti nel 269 dall’imperatore Claudio II, per circa un secolo non furono più un pericolo. Si tese anzi a ridurne l’aggressività favorendone la conversione al cristianesimo ad opera del vescovo goto Ulfila o Vulfila il quale, intorno al 341, tradusse in gotico ampi brani della bibbia, dando così per la prima volta dignità letteraria a una lingua germanica. Ma quando sembrava che tra mondo romano e mondo germanico fosse stato raggiunto un equilibrio, un evento esterno impresse un’accelerazione improvvisa al corso della storia ovvero l’arrivo dalle steppe asiatiche degli unni.

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