Aldo C. Marturano LE MONTAGNE RUSSE Galizia, Volynia, Podolia – Capitolo II

Бой_скифов_со_славянами-Storia del medioevo russo

Aldo C. Marturano
LE MONTAGNE RUSSE
Galizia, Volynia, Podolia – Capitolo II

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Partiremo dalle cronache locali soprattutto russe, giacché le polacche sono alquanto più
tarde, che a detta di Nikolai F. Kotliar (nostro autore di riferimento per questo argomento)
rappresentano dal punto di vista storico fonti ricche di notizie sui personaggi e sugli eventi e
povere sul mondo in cui il monaco cronachista viveva mentre scriveva raccogliendo memorie
e ricordi. Esistono infatti delle cronache della Galizia e della Volynia stese nel XIII sec. d.C.
e persino una vita di Danilo di Halič, la figura storica più eminente che conosceremo in
seguito, scritta dopo che i Tataro-mongoli ebbero distrutto Kiev nel 1240. Il modello per tutte
restano tuttavia le Cronache Russe dette Primarie scritte a Kiev verso il XII sec. d.C. Queste
ultime, le più antiche e le più numerose benché molto manipolate (russo Povest’ Vremmennyh
Let o Cronache del Tempo Passato), le abbrevieremo CTP e le useremo, allorché qui e là si
occupano della regione subcarpatica.
Le prime domande che ci suscitano dopo averle scorse sono: 1. Che relazioni c’erano fra
l’élite al potere nella regione e quella della Rus’ di Kiev? 2. Come mai le dinastie della
Galizia-Volynia si dichiararono eredi di Kiev cercando di coinvolgere quel che restava della
Rus’ nelle loro personali vicende? 3. Specialmente nelle posizioni politico-culturali fra lo
stato tataro-mongolo della cosiddetta Orda d’Oro e l’Occidente cristiano europeo, fra Papa e
Impero Romano d’Oriente, fra Tatari e nuovi Russi che ruolo ebbero le élites subcarpatiche?
Abbiamo detto “qui e là” poiché le CTP in effetti non contengono una storia molto antica
della Galizia-Volynia e ricordano soltanto delle tribù slave “dipendenti” da quella dei Poliani-
Rus’, la vera tribù slavo-russa che le CTP considerano detentrice del potere a Kiev. Si
nominano prima di altre i Dulebi e poi i Bužani, gli Slavi del Bug Meridionale, e poi i Tiverzi,
lungo il Dnestr e il Prut, e in Galizia gli Ulici con i Croati detti Bianchi o di Montagna.
Lasciamo allora le genericità e guardiamoci attorno. E qui non si può ignorare che
l’espansione più naturale della Polonia medievale non poteva che essere verso questo sudest e
infatti la nostra storia comincia col re polacco Mieszko I che nel 967 riesce a mettere per
primo le mani sulla Volynia. Nel 972 costui riesce a stipulare un trattato di pace e di
collaborazione con l’Imperatore Romano d’Occidente, Ottone I, e verso la fine del secolo,
unisce in un unico stato Cracovia alla Piccola Polonia (lat. Polonia Minor con capitale
Gniezno) che ha come territori di influenza la regione subcarpatica tutta. Gli succede Boleslao
l’Ardito, suo figlio, che pone le prime basi di un futuro grande stato polacco. Purtroppo la
dignità di sovrano di tutti i Polacchi non esisteva ancora quale carica ereditaria e l’ansia di
agganciarsi completamente all’Occidente a sostegno del programma di consolidamento statale
urtava contro gli interessi della nascente Rus’ di Kiev che tendeva agli stessi esiti. In tali
circostanze Boleslao rinuncerà a qualche vecchia conquista di suo padre nella Volynia sulla
cosiddetta Terra di Peremyšl e Cerven’ accordandosi con Vladimiro di Kiev nel 981 il quale
ultimo, come segno del suo potere personale, fonda pure la città di Vladimir-di-Volynia.
Boleslao si ritira dalla stessa Kiev occupata per conto del genero Svjatopolk, fratellastro di
Vladimiro, e d’ora in avanti manterrà le sue relazioni col vicino con dignità e accortezza
quando, facendo ricorso specialmente ai matrimoni dinastici nel 1003, riesce a raccogliere
nelle sue mani il controllo di parte della Moravia e dei Carpazi settentrionali.
In tutta l’Europa del Nord intanto è un’epoca di ribellioni contro l’ordine feudale
occidentale cattolico che sta penetrando da queste parti perché la gente slava si rifiuta di
rinunciare alle proprie costumanze e alle proprie antiche libertà per adottarne di nuove senza
capirne lo scopo. La stessa Polonia finora unita ne risente e, sotto le nuove spinte centrifughe
dei signorotti locali, si smembra. Soltanto da Casimiro l’Innovatore, il figlio di un altro
Mieszko (Lamberto), con l’aiuto del suocero Jaroslav di Kiev, figlio di Vladimiro, una parte del mosaico di signorie slavo-polacche nel frattempo formatesi ritornano insieme all’unità del vecchio regno di Mieszko I.
Saltiamo intanto alla fine del XI sec. quando sul trono polacco siede un altro Boleslao,
detto Boccastorta. Dopo varie vicende leggiamo che, fra i disordini nelle terre polacche per il
potere, Jaroslav di Kiev occupa la città di Belz e un anno dopo (1031) con l’aiuto del fratello
che siede a Cernìgov conduce una campagna che porta alla definitiva annessione della
Volynia. L’autorità di Kiev in quegli anni diviene talmente importante in tutta la zona da
riuscire ad immischiarsi anche nelle lotte interne della Polonia. Alla fine, onde dividere
meglio le rispettive sfere d’influenza, Jaroslav lascia ai Polacchi le terre dei Baltici Jatviaghi a
nord pur assicurandosi la fortezza di Brest, oggi in Belarus, insieme con alcune città
subcarpatiche. L’accordo è sigillato inoltre dalle nozze di sua figlia con Casimiro l’Innovatore
mentre la figlia di Mieszko (Lamberto) è già la moglie di suo figlio Iziaslav.
Precedentemente cioè prima che Vladimiro s’insediasse sul trono di Kiev, la Rus’ di Kiev
aveva mantenuto buone relazioni con l’Impero Romano d’Occidente degli Ottoni. E’ sicuro
che dopo la morte di Vladimiro (1015 e diventato il Santo-quasi-apostolo) l’Imperatore Enrico
III continuasse a guardare con grande attenzione alla Rus’ di Kiev in vista di una prossima
ricristianizzazione in ambito cattolico romano e così, con una Polonia già attratta nell’Impero,
poter allargare verso est la sfera degli interessi tedeschi. Per questi motivi è possibile che
Enrico coprisse Jaroslav contro il detto Boleslao e che rendesse la conquista della Volynia
ormai legittimamente “russa”. Jaroslav tuttavia non cambia chiesa e mantiene Battesimo di
Kiev costantinopolitano deciso da suo padre nel 988-989 d.C. pur sapendo che il contenzioso
subcarpatico con i Polacchi sarebbe ripreso anche in termini religiosi dopo lo scisma del
1054. Non solo! Man mano che l’importanza economica della Galizia-Volynia aumentò per il
commercio del sale (e di altri minerali “strategici”), la regione diventò un vero pomo della
discordia fra le due nazioni slave.
Vediamo allora di capire come l’élite al potere a Kiev e i suoi principi – i Riurikidi della
storiografia russa – gestivano al meglio i territori e gli abitanti.
Innanzitutto diciamo che allorché era stato messo in piedi lo stato kievano, si era
consolidata la prassi di concedere le “città” e il territorio intorno a ciascuna di esse da parte
del Riurikide più anziano o Gran Principe, quando questi moriva, non ai figli quale
appannaggio (in russo udel e considerato sotto il dominio formale del principe che risiedeva a
Kiev), ma ai suoi fratelli minori in vita. In tal modo i posti di potere facevano il giro nel
tempo fra i fratelli in una specie di carosello giacché ogni posto liberato veniva occupato di
regola dal famigliare immediatamente più giovane che, magari, già risiedeva in altro udel che
veniva lasciato ad un altro famigliare e così via. Poteva capitare quindi di dover abbandonare
un luogo dove si era stati per anni o che era stimato migliore del nuovo udel, a questo punto
percepito come peggiore. Possiamo dire che alla morte di un Gran Principe tutta la Rus’ di
Kiev si metteva in agitazione e cominciassero i litigi fra cugini tirando fuori risentimenti,
ambizioni e cupidigie per tutte le varie circostanze personali createsi in antecedenza e in
attesa dell’avvicendamento che il nuovo Gran Principe avrebbe sfruttato per sistemare nuovi
rampolli o per spezzettare gli appannaggi con decisione suprema.
Ciò detto, il primogenito di Jaroslav, anche lui di nome Vladimiro in onore del santo
nonno, era premorto al padre e aveva lasciato due figli: Rostislav Michele e Jaropolk. A
Rostislav Michele dopo varie vicende non molto chiare era toccata la lontana Tmutarakan sul
Mar d’Azov mentre Jaropolk era restato privo di appannaggio. Era poi successo che nel 1067
a Tmutorokan in occasione di un convito con il rappresentante imperiale costantinopolitano di
Chersoneso in Tauride, Rostislav Michele fosse avvelenato e morisse lasciando vedova la
moglie Lanka con i figli maschi ancor giovanetti, rispettivamente Riurik, Volodar e Vasilko, e
una figlia.
A Lanka, figlia del re d’Ungheria Bela I, adesso non restava che tornarsene presso suo
padre non prima però di aver assicurato ai figli maschi degli appannaggi degni e l’eventuale protezione del nonno ungherese.

Forse quest’ultima circostanza fu la ragione che ebbe più peso affinché prima a Riurik toccasse Peremyšl e al minore Vasilko Terebovl (vicino a Halič sul fiume Seret). Volodar invece restò sul Mare d’Azov finché non prese il posto di suo
fratello Riurik, defunto intorno al 1092. L’unica figlia invece andò in sposa ad un altro
riurikide di minor conto, Davide figlio di Igor.
Intanto nella Rus’ di Kiev le liti e le lotte per il potere sia a Kiev che nei territori intorno
erano diventate devastanti per cui un Riurikide di gran prestigio, Vladimiro Monomaco, riuscì
a riunire la famiglia per discutere su come appianare le eterne contese in modo pacifico.
L’incontro si svolse nel suo castello di Liubeč nel 1097, non lontano a nord di Kiev e molto
probabilmente nel gran cortile davanti al terem (palazzo principesco) benché dovesse far
freddo, essendo già cominciato l’inverno. La compagnia che vi partecipò doveva essere
numerosa perché ciascuno dei principi convenuti, non fidandosi l’uno dell’altro, aveva portato
con sé i propri uomini armati (russo družìna) e quindi dovevano esserci almeno un centinaio
di persone presenti. Sicuramente fu scelta Liubeč sull’alto Dnepr affinché tutto si potesse
svolgere “in zona neutra” e in più senza la presenza ingombrante di ecclesiastici di parte
benché nel castello la chiesa ci fosse, almeno per la “dovuta” chiusura religiosa dei dibattiti
con giuramenti e benedizioni.
La frase fatidica di inizio dei lavori è riportata con grande enfasi nelle CTP: “A quale
scopo stiamo distruggendo la Terra Russa con i nostri continui scontri e litigi? I Polovzi
(nomadi turcofoni delle steppe che minacciavano dal sud conosciuti in Occidente come
Cumani) se ne rallegrano ogni volta e, quando scendiamo in campagna l’uno contro l’altro,
ecco che intervengono a metter scompiglio e a saccheggiare. Facciamo in modo che da oggi
in poi restiamo uniti e che ognuno rimanga con la sua famiglia nel territorio nel quale ora si
trova e che esso diventi il “patrimonio della famiglia del principe locale .” Su questa base alla
fine la decisione presa fu che ciascun principe, standosene nel proprio appannaggio, ne
diventasse d’ora in poi il padrone assoluto e non dovesse rendere più conto del proprio
operato al Gran Principe di Kiev, salvo pagare alla Chiesa di Kiev la dovuta “decima
tradizionale”. Fu pure fissato di rivedersi in assemblea periodicamente e nel frattempo 1.
Vladimiro Monomaco si tenne Pereiaslavl-del-sud per il controllo della steppa più la lontana
terra di Rostov-la-Grande (commercialmente molto importante) per il controllo del traffico
dei Bulgari del Volga, 2. Davide, Oleg e Jaroslav si tennero Cernìgov ai confini con la steppa
del nord insieme con le lontane Murom e Riazan’ (nel bacino del Volga) e, come abbiamo già
detto, 3. all’altro Davide, figlio di Igor, andò la Volynia e i Carpazi vicini. Ai figli del defunto
Rostislav furono riconfermate Peremyšl e Terebovl e fu promesso l’aiuto militare kievano in
casi di contese con la Polonia e l’Ungheria.
A questo punto il passo decisivo per la frammentazione della Rus’ di Kiev era compiuto!
D’ora in poi non esisteva più (ma era mai esistita?) una Rus’ con capitale Kiev, ma tante Rus’
e ciascuna capace di mantenersi da sé, almeno come auspicava ciascuno dei principi. Anzi!
L’economia di ogni appannaggio d’ora in poi diventava indipendente da quella del vicino
confinante e ciascun cugino era libero di mettere balzelli e tasse sia sui contadini del territorio
che presumeva suo sia sulle merci che vi transitavano sia su quelle che vi si producevano.
In quell’anno il Gran Principe era Sviatopolk nipote di Jaroslav il Saggio e costui non
insorse contro la nuova maniera delle assegnazioni temendo al contrario di essere deposto da
un momento all’altro per tutto il biasimo raccoltosi sulla sua persona a causa di certe
pregresse sue malefatte e approfittò invece del fatto che la questione sulle funzioni del Gran
Principe non era stata chiarita. Kiev era la sua vita e ora che aveva sposato in seconde nozze
Barbara, figlia dell’Imperatore Romano Alessio Comneno, l’importanza della città (e dunque
la sua personale) si era ancor più accresciuta e, chissà, che in futuro non potesse riconquistare
le posizioni per ora andate perdute.
Gli affari con i mercati esteri intanto dovevano andar bene in questo sec. XI, malgrado l’alzata dei prezzi di scambio, se si pensa che una merce proveniente da Grande Novgorod
doveva passare adesso lungo il Dnepr, ad esempio, per ben quattro dogane e pagarne i dazi,
quando anni prima si pagava tutto in forma forfettaria. Così benché d’ora in poi i Riurikidi
dovessero cercare le risorse all’interno del proprio territorio per poter compensare eventuali
sbilanci economici, almeno Kiev, Madre delle Città Russe e Sede Metropolitana della chiesa,
veniva decurtata di molte entrate.
In tutto questo si nota bene che alla regione subcarpatica, a parte la “minaccia” polacca,
non fu data una grande importanza economico-strategica, a giudicare dal “ramo di famiglia”
al quale era andata in appannaggio. Come mai? Eppure era noto a tutti che prima di altre la
regione dipendeva tantissimo dal suo sale, merce importante nel Medioevo per la
conservazione dei cibi.
Se abbiamo capito bene come funzionano le cose, è evidente che il consumo di sale stava
crescendo per conservare le derrate alimentari come il pesce di piccola e grossa taglia (una
delle industrie più famose di Halič) specialmente in quei luoghi d’Europa dove il clima
condannava a vivere lunghi inverni e richiedeva perciò un accumulo di provviste. Un nostro
autore (Ernst Schubert) chiama il sale l’Oro Bianco del Medioevo per i costi di produzione
(estrazione dalle miniere o evaporazione) e per la lontananza dei grandi consumatori (abbazie,
corti signorili) dalle fonti d’approvvigionamento. In conclusione possiamo arguire che il sale
fosse una delle più fruttuose industrie estrattive per un’élite che sapesse gestirle bene…
Conosciamo infatti le miniere di Peremyšl, sappiamo del trasporto di sale raffinato lungo il
Prut, affluente del Danubio, e del pesce salato fornito alle truppe. Addirittura ci saranno volte
in cui Halič rifiuterà forniture di sale ai Riurikidi vicini e che, a causa dell’embargo, il
Monastero delle Grotte di Kiev ne regalasse alla gente che ne aveva bisogno! Né dobbiamo
dimenticare i prodotti forestali come il miele e la cera o il legno o infine gli schiavi giovinetti
lituani o bielorussi diretti a Praga (“centro di produzione” di medici ebrei rinomato per gli…
eunuchi!) su una rotta mercantile che passava giusto di qui (Raffelstetten) e che erano una
delle merci più richieste e costose sui mercati cristiani e musulmani.
In questo quadro, scioltasi la riunione, ecco che cosa accadde nei Carpazi.
Gli antefatti erano che ai tempi quando Vsevolod (lo zio di Sviatopolk prima nominato e il
padre di Vladimiro Monomaco) era stato Gran Principe a Kiev, aveva dato la Volynia in
appannaggio al nipote Jaropolk (secondogenito del Monomaco da non confondere con
l’omonimo figlio di Rostislav). Tutto sarebbe andato per il verso giusto, se questo nipote non
avesse dovuto difendersi dai due cugini Rostislavidi che gli contendevano le città carpatiche
vicine.
Un giorno, mentre Jaropolk era in viaggio da Vladimir-di-Volynia alla vicina Zvenigorod
nella sua carrozza, per chissà quale vendetta finora tenuta nascosta, un uomo della sua armata
personale attentò alla sua persona colpendolo nel fianco con la spada. Senza poi preoccuparsi
di vedere se Jaropolk fosse morto oppure no, se ne fuggì via a cavallo, rifugiandosi nella
vicina Peremyšl, dove risiedeva a quel tempo Riurik, il maggiore dei tre figli di Rostislav.
Naturalmente sorse subito (e giustificato) il sospetto che Riurik per averlo accolto avesse pure
prezzolato l’improvvido attentatore e ci fosse stato un qualche accordo segreto fra cugini
invidiosi. Per varie ragioni la faccenda si fermò a quel punto e restò così fin dopo la morte di
Riurik e quando la Volynia passò nelle mani del cugino Davide figlio di Igor. In realtà non
tutta la Volynia era andata a Davide perché si erano già previsti dei “ritagli” del territorio
riservati ai fratelli Vasilko e Volodar, diventati ora abbastanza grandi. A Davide naturalmente
non andava che i suoi cognati avessero delle città che, secondo lui, erano più grandi e più
ricche e si riservò l’occasione per sottrarre i territori ai cugini, malgrado il famoso giuramento
di Liubeč.
Sembra che un giorno qualcuno dei suoi gli avesse svelato che Vasilko stava preparando un
complotto contro di lui con l’aiuto dei turchi della steppa e così, ormai deciso a togliere di mezzo almeno qualcuno degli odiati cugini e cognati, Davide con la scusa di vendicare quanto
era successo al tempo di Jaropolk ricorse all’intervento del Gran Principe di Kiev quale terzo
giudice. Infatti siamo ai giorni dopo la riunione di Ljubeč quando i principi erano sulla strada
del ritorno, ognuno nel territorio assegnatogli. Davide naturalmente si preparava a tornare a
Vladimir-di-Volynia e pensò bene di fermarsi qualche giorno a Kiev, ospite di Sviatopolk, per
sondare l’opinione di costui sui fatti che abbiamo appena detto e farlo intervenire. Nelle sue
conversazioni insinuò che Vladimiro Monomaco insieme con Vasilko, secondo le
informazioni che aveva avuto, stavano preparando un colpo di stato per impadronirsi di Kiev
e togliere il trono a Sviatopolk che sarebbe passato a Vladimiro Monomaco. Avrebbero fatto
fuori anche lui, Davide, per prendersi Vladimir-di-Volynia e passarla a Vasilko. Non si era
forse accorto che in quei giorni, prima di venire a Liubeč, Vasilko era stato molto indaffarato a
ingaggiare forze armate fra i vicini popoli della steppa? Era evidente che stava preparando
una qualche campagna militare. E contro chi, se non contro Kiev?
Sviatopolk al principio non voleva credere. Aveva riposto una certa fiducia in Vladimiro
Monomaco, ma quando Davide gli ricordò che Jaropolk era morto proprio a causa degli
intrighi di Vasilko e che ora avrebbe potuto vendicarsi e Davide gli avrebbe dato una mano. Si
dava il caso che Vasilko in quei giorni si era anche lui trattenuto nei dintorni di Kiev. Erano i
primi di novembre e il tempo era ancora bello, sebbene un po’ freddo, lungo il Dnepr e
Vasilko, dopo aver traghettato le sue cose sulla riva destra, si godeva un po’ del verde,
pensando alla neve che avrebbe probabilmente trovato sulla via del ritorno in Volynia. Si era
sistemato nel Monastero di Vydubizkii non lontano da Kiev (oggi parte della città
metropolitana) dove i monaci lo avevano accolto molto bene.
Un giorno a tavola nel refettorio prima di riprendere la strada conversava con l’egumeno…
Poi, sul far della notte, si era accomiatato ed era andato coi suoi a dormire e la notte era
passata tranquilla. La mattina dopo però arrivò inaspettato un gonèz (messo celere a cavallo)
che lo invitava a pranzo da Sviatopolk. Il Gran Principe infatti, visto che si trovava da quelle
parti, avrebbe avuto piacere che passasse a salutarlo e, siccome era anche l’8 novembre, la
festa di san Michele e l’onomastico del defunto padre di Vasilko, perché non commemorarlo insieme?
Vasilko fece riferire che aveva fretta di ritornare sui Carpazi perché temeva che in sua
assenza i Polacchi avessero già invaso le sue terre e che quindi preferiva rinunciare all’invito.
Questo fu quanto il gonez raccontò al ritorno e Davide, presente, fece subito notare a
Sviatopolk come, respingendo un formale invito, Vasilko aveva disobbedito all’autorità del
Gran Principe e che, secondo lui, aveva fretta di tornare a casa perché stava preparando la
campagna contro Sviatopolk facendo il giro da Turov e da Brest per poi scendere a Kiev
prima che l’inverno l’impedisse del tutto. In realtà Davide voleva l’imprigionamento o, peggio
che mai!, l’eliminazione fisica del cognato e non in uno scontro armato di esito incerto.
Tuttavia non voleva prendersi tutte le responsabilità e quindi cercava di coinvolgere
Sviatopolk e lo storico della corte moscovita N. Karamzin molto pittorescamente dice che
Davide suggerisse a Sviatopolk: “Dà ordine di catturarlo e consegnalo a me che poi ci penso
io!” Quel che accadde è comunque raccolto e fissato nelle CTP nella testimonianza scritta di
un certo Basilio, forse un prete, il quale lasciò una relazione dei propri contatti con Vasilko e
con gli altri principi implicati nei fatti. E vediamo di che si trattò.
Sviatopolk indignato del rifiuto manda un altro gonez con l’ordine perentorio a Vasilko di
passare da Kiev ad ogni modo, anche per solo un giorno! E Vasilko già sul cavallo per partire
deve ubbidire e devia per Kiev. Uno dei suoi giovani armati lo avvisa che tanta amabilità
accompagnata dall’insistenza da parte di Sviatopolk è molto strana e sospetta, ma Vasilko
risponde che dopo Ljubeč tutto è stato chiarito e quindi è meglio andare a far visita a suo zio,
se questi lo chiede.
Quando arriva nel terem (palazzo principesco) Davide è ancora lì e con indifferenza lo saluta, evitando tuttavia di guardarlo dritto negli occhi. Sviatopolk, invece, apparve cordiale
ed amabile ed anzi, fattolo accomodare, lo prega di scusarlo un momento perché deve dare gli
ordini per la colazione. Non sarebbe stato via molto…
Rimasto solo con Davide, Vasilko cerca di avviare la conversazione col cognato, ma
quest’ultimo è impacciato e improvvisamente si allontana e, di nascosto, dà il segnale ai suoi.
Vasilko è solo per un istante quando le guardie gli saltano addosso e l’incatenano.
Sviatopolk però è indeciso se consegnare Vasilko a Davide o detenerlo presso di sé.
Riunisce il consiglio dei suoi boiari e spiega quello che è successo. Dice che è stato
necessario agire in quel modo perché Vasilko sta preparando il suo l’assassinio, in seguito al
quale poi, d’accordo con Vladimiro Monomaco, si sarebbe spartito Kiev e tutto il resto.
I boiari furono molto laconici nel giudizio: “Tu o principe devi naturalmente stare attento
alla tua testa, e se l’accusa a Vasilko è vera la sua punizione è necessaria, ma se ciò non
fosse, allora lascia che Davide che ti ha raccontato forse delle bugie dia conto a Dio!”
Intanto la notizia dell’arresto di Vasilko e dei retroscena giunge anche al monastero che lo
aveva accolto nei giorni precedenti al sopruso e, l’egumeno e i diaconi, in tutta fretta si
recarono da Sviatopolk per implorarlo di liberare Vasilko e di non credere a Davide che aveva
parlato nei fumi dell’alcol. Davide si schernì prontamente e disse che nessuno aveva
intenzione di far del male a Vasilko e che una volta avuti tutti i chiarimenti necessari il Gran
Principe lo avrebbe lasciato libero.
Rimasti soli, Davide invece suggerisce a Sviatopolk la punizione inflitta agli usurpatori a
Costantinopoli, come sua moglie ben sa, cioè l’accecamento. La terribile operazione è
indolore e non avrebbe avuto luogo a Kiev, dove la reazione della gente sarebbe stata
pericolosa, ma in una località sperduta non lontana dove c’era un non-cristiano (turco) capace
di eseguirla a puntino.
Lo sgomento di Sviatopolk di certo cedette alla sua più forte ambizione e Vasilko fu
lasciato nelle mani di Davide. Il prigioniero, sempre in catene, fu così trasferito da Kiev in
un’izbà in mezzo alla foresta dove aspettava il turco con le cesoie, quelle che si usano per
tosare le pecore, nelle mani. Quando Vasilko entrò e vide il suo aguzzino, pensò subito al
peggio ossia che volessero ucciderlo, ma non fece in tempo nemmeno a dire una parola che fu
subito spinto sul pavimento e disteso supino su un tappeto appena srotolato per terra.
Gli gettano un asse di legno di traverso sul petto e uno degli uomini di Kiev gli si siede
sopra per tenerlo fermo. Vasilko cerca di divincolarsi, ma gli altri lo immobilizzano e già
svenuto per la paura alla fine il turco esegue il suo turpe lavoro. Ancora in condizioni di
incoscienza, lo mettono su un carro e prendono la strada per Vladimir-di-Volynia per
rinchiuderlo definitivamente nelle cantine del terem di Davide.
Intanto si era fatto mezzogiorno e la compagnia si fermò a mangiare presso una chiesa e
solo qui, quando lo svegliarono per dargli da mangiare, il povero Vasilko si accorse che lo
avevano accecato! Che fare? Scoppiò in dolorosissime lacrime, invocando la vendetta divina
sui malfattori, mentre la moglie del prete amorosamente lo lavava dal sangue che gli colava
dalle orbite.
Ancora non riusciva ad immaginare chi avesse potuto architettare tutto questo e quando si
riebbe completamente a Vladimir, riuscì a far sapere ai fratelli che, malgrado le sue
condizioni, avrebbe comunque condotto la campagna prefissa contro i Polacchi e finalmente
messo fine alle loro incursioni. Gli sarebbero stati sicuramente grati! Per questo si era
attardato presso il cognato Davide perché in quei giorni stava ancora raccogliendo gli
armati…
In altre parole o per timore di ulteriori vessazioni da parte di Davide o perché continuava
ad ignorare la verità sulle responsabilità, non indicò nessuna persona in particolare sulla quale
esercitare la vendetta. Nel frattempo però la notizia del misfatto era giunta alle orecchie di
Vladimiro Monomaco il quale, indignatissimo si recò a Kiev per sapere che cosa fosse realmente successo. Nella breve e sommaria indagine tutto fu chiaro benché Sviatopolk desse
tutta la colpa dell’accaduto a Davide che lo aveva raggirato con le sue calunnie. Vladimiro gli
disse solennemente che non era degno di restare Gran Principe e che perciò poteva prepararsi
ad andar via da Kiev. In quel momento si annunciarono la matrigna di Vladimiro e il
Metropolita Nicola dal convento Vydubezkii. Avevano saputo delle liti di famiglia e
dell’indegno delitto compiuto e venivano a dire che tutti a Kiev non ne potevano più! Erano
stanchi di tutte queste cose! I Polovzi dalle steppe stavano preparandosi ad attaccare e qui ci si
preoccupava solo di beghe fra cugini, senza tener conto della Rus’ di Kiev tutta intera… Così
vedeva la questione la chiesa russa!
Vladimiro si convinse della priorità delle richieste molto probabilmente fatte a nome della
gente di Kiev e impose a Sviatopolk di recarsi immediatamente da Davide per far giustizia. Li
giudicava entrambi conniventi e complici e in più colpevoli di aver infranto il sacro
giuramento fatto a Ljubeč.
Volodar dal canto suo era già a Vladimir a trattare l’immediata consegna di suo fratello
accecato e, solo quando l’ottenne, si ritirò. Non in pace naturalmente, ma promettendo
vendetta.
Fu proprio in quel frangente che il prete che avevamo nominato sopra, Basilio, tentò di far
da paciere e lo raccontò in un brano del rapporto che costui fece avere all’egumeno del
Monastero delle Grotte di Kiev e quindi al Metropolita Nicola.
“In quel tempo io mi trovavo a Vladimir-di-Volynia. Il principe Davide mi mandò a
chiamare di notte. Lo trovai lì, circondato dai suoi boiari quando mi ordinò di sedermi e mi
disse: “Vasilko dice che è possibile far pace con Vladimiro Monomaco. Vai allora dal
prigioniero e consigliagli di mandare un messo da Vladimiro per convincerlo a lasciarmi in
pace una volta per tutte. In segno di gratitudine, se Vasilko fa questo, sono disposto a dargli
qualsiasi altra città della Rus’ di Cerven’ che lui voglia: Vsevolož, Šepol’ o Peremyšl.” Io ho
fatto quanto dettomi e lo sfortunato Vasilko ha ascoltato quanto poi gli ho raccontato. Con
molta ragionevolezza mi ha risposto. “Io non ho mai detto una parola in tutto questo finora.
Ma, siccome non voglio che si versi ancora sangue russo a causa mia, farò quanto è utile per
Davide. Quello che mi irrita è che dica di volermi cedere una qualsiasi città della Rus’ di
Cerven’ quando sa bene che Šelon’ mi apparteneva già e che comunque, anche se ora sono in
catene, rimango sempre il principe di Terebovl e delle città annesse. Di’ dunque a Davide che
farò ciò che mi chiede…”
Durante varie rappresaglie la città di Vladimir-di-Volynia viene posta più volte sotto
assedio, malgrado la stagione e la neve. Lo scopo era far estradare tutti coloro che avevano
aiutato Davide a compiere materialmente il fattaccio nelle mani di Vasilko e Volodar, perché
fossero puniti adeguatamente. Si chiede ai cittadini e alla assemblea cittadina (in russo vece)
che, pur esistendo anche a Kiev, qui era molto più influente e poteva persino sospendere le
funzioni del principe residente. Anzi! Si minacciò alla fine che solo a queste condizioni
avrebbero tolto l’assedio. Ed ecco che due dei delinquenti sono accompagnati fuori delle mura
e impiccati senza indugio davanti alle porte di Vladimir-di-Volynia mentre la popolazione
guarda in apprensione dagli spalti.
Se la vendetta appariva in parte compiuta, non era però finita la lite perché i due figli di
Rostislav fecero avvisare il cognato Davide che Sviatopolk con i suoi erano stati avvistati a
Brest e fra poco sarebbero arrivati qui per la conclusione finale. Come mai da nord? In parte
perché c’erano le paludi di mezzo e in parte perché il Gran Principe aveva, attraverso un giro
vizioso, voluto visitare prima gli altri cugini per assicurarli della sua buona volontà e della sua
estraneità per quanto era accaduto e che perciò lo lasciassero al suo posto di Gran Principe di
Kiev. Sapeva chi aveva la colpa e ora si stava recando da Davide per punirlo.
In realtà questa è una delle ragioni della manovra. Sviatopolk era passato a nord pure per
verificare la situazione dei Polacchi sui confini occidentali e del loro appoggio prima di imbarcarsi nella “riconquista di diritto” delle città carpatiche che, suo malgrado, doveva
condividere coi nipoti.
Il primo a non credere alla supposta “missione di giustizia” di Sviatopolk fu naturalmente
Vasilko che aveva vissuto la tragica avventura sul proprio corpo e così con l’aiuto del fratello
cominciò uno scontro che durò anni fra i Rostislavidi e Sviatopolk lungo i declivi della
montagne. Le Cronache riportano che in una prima battaglia Vasilko si presentasse con una
croce nelle mani sul campo gridando: “Ecco chi mi vendicherà! La vedi questa croce, o
fedifrago? Mi hai tolto la vista ed ora vuoi togliermi anche la vita!”
La lotta infuriò, ma la sorte volle che, non conoscendo bene l’ambiente, Sviatopolk fosse
battuto e dovesse rifugiarsi coi suoi a Vladimir, inseguito dai vincitori. Questi però non
osarono oltrepassare il confine con la Volynia e si fermarono a vedere che cosa sarebbe
successo. Davide era riparato in Polonia e Vladimir-di-Volynia fu così occupata da Sviatopolk
e l’appannaggio passato nelle mani del figlio, Mstislav. Temendo ora l’intervento del cugino
ungherese di Volodar e Vasilko, Koloman, mandò l’altro suo figlio in Ungheria a parlamentare
con l’anziana Lanka affinché non permettesse di forzare la situazione e lasciasse le cose come
erano mentre lui si affrettava a tornare alla “sua” Kiev.
Siamo ormai alla fine del secolo XI e noi non ci fermeremo più a lungo su queste faccende,
ma concludiamo dicendo che fra Vasilko e Volodar, da una parte, e Davide, dall’altra, una
pace alla fine fu fatta e consacrata in una riunione simile a quella di Liubeč che si tenne
stavolta a Vyticev.
Davide comunque la pagò cara giacché si dovette accontentare di una somma di denaro e
di una fortezza lungo il Bug, Bužsk, fino alla morte, mentre la Volynia passava tutta sotto il
controllo dei Rostislavidi.

A questo punto si consolidano due nuove realtà politiche subcarpatiche, benché anch’esse
molto frammentate: la Galizia, con i suoi traffici lungo il Prut e il Dnestr e l’Ungheria a sud e
la Volynia con i suoi legami con l’Occidente, attraverso la Polonia, a nord.

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