Le migliori poesie di Archiloco – poeta greco

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Nato nell’isola di Paro (Cicladi), Archiloco fiorì verso la metà del VII secolo, (in un frammento egli ricorda un’eclissi totale di sole, forse quella del 648 a.C. e in un altro nomina Gige, che regnò sulla Lidia dal 687 al 652). Di origine aristocratica, la sua famiglia aveva partecipato alla colonizzazione di Taso, e in quest’isola Archiloco emigrò, forse spinto dall’indigenza. Combatté contro i Traci e, tornato a Paro, durante uno scontro con gli abitanti di Nasso, sarebbe stato ucciso da un certo Calonda. Altri particolari biografici (tra cui il racconto della sua iniziazione poetica) si possono ricavare dalle iscrizioni dedicate al poeta, come quella di Mnesiepes, risalente al 250 a.C., relativa ad un santuario dedicato al poeta, che testimoniano, al di là delle critiche (vedasi Pindaro e Crizia), di quale ammirazione Archiloco fosse oggetto da parte dei suoi concittadini. Restano a noi circa 300 frammenti di Elegie e di Giambi (comprendendo in questo termine anche i frammenti in versi trocaici e gli Epodi).

Poesie greche di Archiloco:

Io sono scudiero di Enialio signore,
e conosco il dono amabile delle muse.

 

* (letteralemente “servo di Enialio”)

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Assieme alla grande coppa ti rechi sovente in mezzo ai banchi
della nave veloce, e rimuovi i tappi agli otri più grandi;
sino alla peggiore esce il vino rosso: noi,
in questa veglia, non potremo essere sobri.

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Sopra il banco della nave c’è la mia focaccia impastata;
sopra il banco della nave c’è il mio vino d’Ismaro;
stirato sul banco bevo.

**

Qualcuno si pavoneggia del mio scudo, che in un cespuglio
– arma eminente – abbandonai non volendo.
Ma salvai la mia vita. Dello scudo, che importa?
Che si rovini pure. Un altro ne comprerò, non meno eminente.

**

La ricchezza di Gige, ricoperto d’oro, non mi appassiona;
non ebbi mai invidia, né la gelosia
delle opere divine; non desidero smisurato potere;
è distante dai miei occhi.

**

Lei, con un ramo di mirto, e un appariscente fiore
di rosa, e ne era felice.
(…)
I capelli di lei
facevano ombra alle mie spalle e alla mia schiena.

 

Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio,
sorgi, difenditi, opponendo agli avversari
il petto; e negli scontri coi nemici poniti, saldo,
di fronte a loro; e non ti vantare davanti a tutti, se vinci;
vinto, non gemere, prostrato nella tua casa.
Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori
non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.


 

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