Le frasi ed i frammenti più famosi di Saffo

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Saffo e Alceo a Mitilene, Lawrence Alma-Tadema (1881)

In questa pagina riportiamo alcune delle frasi più famose di Saffo (650 AC – 590 AC), poetessa greca dalla fama intramontabile.

Nata nell’isola di Lesbo, probabilmente di nobile famiglia, da bambina seguì la famiglia in esilio a Palermo, ma poi ritornò a Mitilene, dove insegnò poesia a gruppi di giovani donne alle quali dedicò epitalami (canti nuziali).

Secondo leggende non avallate il poeta lirico Alceo fu da molti ritenuto il suo amante. Sposò forse un certo Cercila dell’isola di Andro ed ebbe una figlia di nome Cleide. Sempre secondo la leggenda, Saffo morì gettandosi da una roccia per amore di un giovane battelliere, Faone. Il poeta Anacreonte, vissuto una generazione dopo Saffo (metà del VI secolo AC), accreditò la tesi che la poetessa nutrisse per le fanciulle che educava alla musica, alla danza e alla poesia un amore omosessuale; tale credenza, sostenuta anche dai numerosi frammenti poetici ritrovati, ha generato i termini moderni “lesbico” e “saffico”.

Dell’opera di Saffo rimangono pochi frammenti di una certa ampiezza e numerosi di piccola mole e stentata comprensione. La poesia di Saffo, nitida ed elegante, si espresse in diverse forme metriche tutte tipiche della lirica monodica, fra cui un nuovo modello di strofe, dette “saffiche”, composte di quattro versi ciascuna: i primi tre endecasillabi e il quarto di cinque sillabe. Tale forma metrica fu ripresa da molti poeti, fino alla “metrica barbara” di Carducci.

Frasi importanti da leggere di Saffo da leggere sono le seguenti, riportate di sotto:

  • O Venere dal soglio | Variopinto, o germoglio | Di Giove, eterno; o d’amorosi furti | Artefice: a te supplico: di rea | Cura e d’angoscia non gravarmi, o Dea. (da A Venere, 1863, fr. 1)
  • Venere eterna in vario adorno trono | Sedente, a Giove figlia, ingannatrice, | Deh! con dolori non domarmi e dammi | santa, l’alma. (1886)
    Venere eterna, in variopinto soglio, | Di Giove fìglia, artefice d’inganni, | O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio | Di noje e affanni. (citato in Ippolito Pindemonte, Giornale de’ letterati, Tomo XLI, in Pisa, per Jacopo Grazioli, 1781)
  • C’è chi dice sia un esercito di cavalieri, c’è chi dice sia un esercito di fanti, c’è chi dice sia una flotta di navi, la cosa più bella sulla nera terra, io invece dico che è ciò che si ama. (fr. 16)
  • Donna, beato, uguale, | Parmi a un Dio quel mortale | Che ti siede di fronte, e, a te ristretto, | Soavemente favellar ti sente, | Sorridere ti mira amabilmente. (da All’amata, 1863, fr. 31)
  • Colui mi sembra essere ai Numi eguale, | Che a te dinanzi si rimane assiso, | E a te da presso udire puote il dolce | Tuo favellare. (1886)
    Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto | Ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente | I dolci detti e l’amoroso canto! (citato in Ugo Foscolo, Opere edite e postume di Ugo Foscolo, poesie raccolte e ordinate da F.S.Orlandini, Felice le Monnier, Firenze, 1856)
    Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto | ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente | i dolci detti e l’amoroso canto! – | A me repente, | con più tumulto il core urla nel petto: | more la voce, mentre ch’io ti miro, | sulla mia lingua; nelle fauci stretto | geme il sospiro. || Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo: | un indistinto tintinnio mi ingombra | gli orecchi e sogno: mi s’innalza al guardo | torbida l’ombra. || E tutta molle d’un sudor di gelo, | e smorta in viso come l’erba che langue, | tremo e fremo di brividi ed anelo | tacita, esangue…
  • A me beato sembra come un dio | l’uomo che siede a te dinnanzi, ed ode | da vicino le tue dolci parole | ed il tuo dolce | riso amoroso. (1935)
    Fortunato quanto gli dei a me pare colui che siede di fronte a te e da vicino ode la tua voce e il riso melodioso. (1966)
  • Le stelle intorno alla bella luna | celano il volto luminoso | quando, al suo colmo, più risplende | sopra la terra. (2010, fr. 34)
  • Sia che te Cipro o Pafo [abbia] o Panormo. (da Frammento d’un inno a Venere, 1863, fr. 35)
  • Io desidero e bramo. (2010, fr. 36)
  • Quelle, agghiacciate in core, abbassàr l’ale. (da Delle colombe impaurite, 1863, fr. 42)
  • Eros ha sconvolto il mio cuore, | come un vento che si abbatte sulle querce sulla montagna. (2010, fr. 47)
  • Perché chi è bello, non è bello che il tempo di guardarlo, | chi è nobile sarà subito anche bello. (2010, fr. 50)
  • Morrai, tutta morrai; né ricordanza | Di te dopo l’avello | Sorviverà nessuna: | Però che mai non dispiccasti rosa | Nata in Pieria: bruna | Tragitterai dell’Orco | La dolente laguna. (da Ad una femmina ricca e ignorante, 1863, fr. 55)
  • Giacerai morta, e memore | Niun di te sarà mai, | Chè le rose di Pierïa | Tu non cogliesti mai, | E ignota avrai tu d’Aïde[2] | Nelle case soggiorno: | Niun fia, che lieve guarditi | Volante ai morti intorno. (1886)
    [Ad una ricca del suo tempo] Morta che tu sia, giacerai senza che di te | resti memoria, perché fior non cogliesti delle rose | che crescono sul monte Pierio ; oscura discenderai | nella magione interna, né sperar più di ricomparire | nel tuo fasto di fanciulla, volata che tu sia fra le | ombre : quanto maggiore diritto non hai tu d’inorgoglire e d’esser soddisfatta di te stessa? Giacché non ai canti solo e ai fiori tu partecipi, ma anche ai frutti che le Muse producono, e ch’esse danno a coloro che amano le lettere e la filosofia. (citato in Cesare Cantù, Biografie per corredo alla storia universale, 1845)
  • Penso che nessuna fanciulla che ha mai visto la luce del sole, | avrà la tua saggezza. (fr. 56)
  • Costei, sciatta e di rozzi abiti cinta, | Costei t’entra nel core; ella che ignora | Come insino ai calcagni imi dispieghe | La gonnella ondeggiante a larghe pieghe? (da Contro Andromeda, 1863, fr. 57)
  • Ma il corpo giovane, una volta vecchio, ormai ha preso i capelli bianchi invece di scuri. […] Di questo io mi lamento, ma cosa fare?[3] (fr. 58)
  • Sinceramente vorrei esser morta; | lei mi lasciò, tra le lacrime | e mi disse: come è terribile, | Saffo, questa nostra sorte, | perché è contro il mio volere che ti abbandono. (2010, fr. 94)
  • Io non sono di carattere maligno, | ma ho un temperamento calmo.[3] (fr. 120)
  • Scuote l’anima mia Eros | come vento sul monte | che irrompe entro le querce | e scioglie le membra e le agita, | dolce, amaro, indomabile serpente. (1966, fr. 130)
  • Eros, bestia invincibile, dolce e amara insieme.
    Eros, ancora oggi, scioglie le membra e le agita, agrodolce creatura incontrollabile.[3]
  • Ho una bella bambina, che assomiglia a fiori d’oro, | Cleis amatissima, | non la cambierei con la Lidia intera, né con l’amata. (2010, fr. 132)
  • Pommiti innanzi, amico; e raggia fuori | Le grazie dello sguardo. (da Ad un giovine di famosa bellezza, 1863, fr. 138)
  • Fermati, amico mio, | e rivela ai miei occhi la tua grazia. (2010)
  • O bella, o soave fanciulla. (2010, fr. 153)
  • E a te, leggiadro | Donzello, Amore. (da Venere ad Amore, 1863, fr. 159)
  • Tramontata è la luna, | tramontate le Pleiadi. | È a mezzo la notte; | trascorre il tempo; | io dormo sola.

“Subito a me il cuore si agita nel petto solo che appena ti veda, e la voce non esce e la lingua si spezza. Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, e gli occhi più non vedono e rombano le orecchie”
(Saffo)

Una delle poesie più belle di Saffo è “Cosa c’è in fondo ai tuoi occhi?” che puoi leggere qui.

Un’altra poesia molto celebre scritta da Saffo è “A me pare simile a un Dio”, che riportiamo qui sotto:

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
5 il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

 

 

Venite al tempio sacro delle vergini
dove più grato è il bosco e sulle are
fuma l’incenso.
Qui fresca l’acqua mormora tra i rami
dei meli: il luogo è all’ombra di roseti,
dallo stormire delle foglie nasce
profonda quiete.
Qui il prato ove meriggiano i cavalli
è tutto fiori della primavera
e gli aneti vi odorano soavi.
E qui con impeto, dominatrice,
versa Afrodite nelle tazze d’oro
chiaro vino celeste con la gioia.

 

Da leggere di Saffo è sicuramente il “Frammento 34″ a noi pervenuto:

Gli astri d’intorno alla leggiadra luna
nascondono l’immagine lucente,
quando piena più risplende, bianca
sopra la terra.

Da leggere anche il frammento 36 di Saffo:

O mia Gòngila, ti prego:
metti la tunica bianchissima
e vieni a me davanti: intorno a te
vola desiderio d’amore.
Così adorna, fai tremare chi guarda;
e io ne godo, perchè la tua bellezza
rimprovera Afrodite.

 

Altre poesie di Saffo sono:

 

E’ tramontata la luna,
e le Pleiadi;
e la notte è a metà,
ed il tempo trapassa,
ed io riposo in solitudine.
E mi prende un desiderio di morire,
e di vedere le rive dell’Acheronte
coperte di rugiada, fiorite di loto.

 

 

O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico,
non forzare l’anima mia
con affanni né con dolore;
ma qui vieni.
Altra volta la mia voce
udendo di lontano la preghiera
ascoltasti, e lasciata la casa del padre
sul carro d’oro venisti.
Leggiadri veloci uccelli
sulla nera terra ti portarono,
dense agitando le ali per l’aria celeste.
E subito giunsero.
E tu, o beata,
sorridendo nell’immortale volto
chiedesti del mio nuovo patire,
e che cosa un’altra volta invocavo,
e che più desideravo
nell’inquieta anima mia.
” Chi vuoi che Péito spinga al tuo amore,
o Saffo? Chi ti offende?
Chi ora ti fugge, presto t’inseguirà,
chi non accetta doni, ne offrirà,
chi non ti ama, pure contro voglia,
presto ti amerà.”
Vieni a me anche ora:
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l’anima mia vuole:
aiutami, Afrodite.

 

Saffo appare tragica nel frammento 58:

 

Tu morta, finirai lì.
Né mai di te
si avrà memoria;
e di te nel tempo
mai ad alcuno nascerà amore,
poi che non curi le rose della Pieria.
E sconosciuta anche nelle case dell’Ade,
andrai qua e là fra oscuri
morti, svolazzando.

 

Sfumature di gioia e di felicità sono presenti invece nella poesia su Dico di Saffo:

 

Tu, o Dico
sulle belle chiome metti ghirlande,
dalle tenere mani intrecciate con steli di aneto,
poichè le Càriti felici accolgono
chi si orna di fiori:
fuggono chi è senza ghirlande.

 

 

 

Vorrei veramente essere morta.
Essa lasciandomi piangendo forte,
mi disse: ” Quanto ci è dato soffrire,
o Saffo: contro mia voglia
io devo abbandonarti.”
“Allontanati felice” risposi
“ma ricorda che fui di te
sempre amorosa.
Ma se tu dimenticherai
(e tu dimentichi) io voglio ricordare
i nostri celesti patimenti:
le molte ghirlande di viole e rose
che a me vicina, sul grembo
intrecciasti col timo;
i vezzi di leggiadre corolle
che mi chiudesti intorno
al delicato collo;
e l’olio da re, forte di fiori,
che la tua mano lisciava
sulla lucida pelle;
e i molli letti
dove alle tenere fanciulle joniche
nasceva amore della tua bellezza.
Non un canto di coro,
né sacro, né inno nuziale
si levava senza le nostre voci;
e non il bosco dove a primavera
il suono…

 

 

Dedicato al dio Ermes il frammento 97:

Ermes, io lungamente ti ho invocato.
In me è solitudine: tu aiutami,
despota, ché morte da sé non viene;
nulla m’alletta tanto che consoli.
Io voglio morire:
voglio vedere la riva d’Acheronte
fiorita di loto fresca di rugiada.

Apprezzabile anche il frammento 120, uno dei più noti scritti da Saffo:

Hesperus, tutto riporti
quanto disperse la lucente Aurora:
riporti la pecora,
riporti la capra,
ma non riporti la figlia alla madre.

   

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