“L’avaro punito”: una favola dell’Africa settentrionale sulla generosità

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C’era una volta un uomo molto ricco: aveva varie mogli, come il Corano permette ai musulmani, una folla di servi, un palazzo con portici di marmo e giardini dove l’acqua giocava in cento fontanelle ricadendo in vaschette rivestite di mosaici d’oro.

Quest’uomo, assorbito dall’amministrazione dei suoi beni, era intelligente e tenace nel lavoro. Disgraziatamente aveva un solo ideale: il denaro. Quando un mendicante si presentava alla sua porta, lo mandava via in malo modo dicendo: «Lavora, e diventerai ricco come me!» La sua avarizia era tanta che proibiva anche ai suoi familiari qualsiasi gesto di generosità.

Ma anche per lui giunse il giorno in cui, come accade ad ogni mortale, dovette morire.

In attesa del giudizio le anime dei morti restano chiuse in una stanzetta dalla quale per una finestrella possono volgere lo sguardo verso il paradiso o l’inferno, oggetti della loro speranza o del loro terrore. In quelle piccole celle trovano di solito un po’ di provviste. Ma il nostro uomo fu chiuso in una celletta senza finestre e nella quale non c’era neppure una ciotola d’acqua.

Sdegnato, cominciò a protestare e gridare contro il trattamento disumano riservato a lui, tanto che Sidna, il guardiano, andò a domandargli la causa delle sue proteste.

Mi hanno chiuso in una stanza buia e senza provviste! gridò il poveretto.

-Non lo sapevi? -rispose meravigliato il guardiano -. Se tu avessi pensato a prepararti qualche provvista quand’eri in terra, ora le troveresti qui.

Il nostro avaro, imbarazzato davanti alla prova evidente della sua negligenza per la vita futura, supplicò Sidna di ottenergli da Dio il permesso di tornare un mese sulla terra per riparare. Il guardiano gli ottenne due mesi di tempo e lo rimandò in terra, a patto che non rivelasse a nessuno il privilegio eccezionale.

Tornato tra i suoi, che pensarono fosse guarito all’ultimo momento dalla malattia, si diede da fare per comperare quintali e quintali di farina, olio, miele, mandorle, zucchero e di altri prodotti. Mobilitò tutte le donne del paese a preparare gallette, biscotti, croccanti, torte e, supremo oggetto della sua golosità, una grande quantità di «kak», piccole ciambelle col buco, tanto buone da mangiare col thè. Aveva preso al suo servizio un fornaio che, con alcuni aiutanti, lavorava giorno e notte a cuocere dolci. Si videro ben presto pendere dai muri e dai travi del palazzo lunghe collane di «kak» infilati in cordicelle di vario colore, mentre le tavole si colmavano di torte e biscotti. Guardando crescere le provviste di giorno in giorno, il nostro uomo si fregava le mani pensando che avrebbe avuto da mangiare per un’eternità.

Giunse finalmente l’ultimo giorno di licenza, e avvenne che proprio l’ultima infornata di «kak», forse per la stanchezza del fornaio, si bruciò. E proprio in quel momento un mendicante bussò alla porta. L’avaro questa volta acconsentì a dargli un dolce, ma per il mendicante scelse il più bruciato tra i bruciati dell’ultima infornata, un piccolo «kak» nero e screpolato come un pezzo di carbone.

Dopo qualche istante giunse Sidna che lo riportò nella cella d’attesa. L’uomo credette di trovarvi la montagna di provviste che s’era preparato in terra. Invece no! Con disperata sorpresa non trovò che il dolce bruciato offerto al mendicante. Allora capì… ma troppo tardi!

Estratto tratto da “Favole Africane” – Ballarin

   
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