L'arrivo degli Unni e la fine dell'impero romano d'occidente – riassunto

Una carica a cavallo degli Unni
Una carica a cavallo degli Unni

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Gli Unni, popolazione turco – mongola, travolsero nella loro spinta vero occidente prima gli alani, intorno al 370 e poi gli ostrogoti e i visigoti, i quali erano però legati all’impero da un trattato di alleanza e per questo ottennero dall’autorità imperiale di poter passare il confine stanziandosi in Tracia, nell’attuale Romania, dove si sarebbero mantenuti con i tributi delle popolazioni locali, dovendo provvedere alla difesa di quella regione in qualità di federati. Al momento il pericolo sembrava scongiurato perchè gli unni vedevano affievolirsi la loro spinta propulsiva man mano che si allontanavano dalle loro regioni di origine, per inoltrarsi in terre non del tutto adatte alla vita nomade. Ma la loro pressione e il terrore che essi suscitarono ebbero l’effetto indiretto di provocare un grosso sommovimento tra le popolazioni germaniche che travolsero il mondo romano, riducendo l’impero soltanto alla sua parte orientale. L’insediamento in Tracia dei visigoti si era rivelato più difficoltoso del previsto a causa dell’ostilità della popolazione e delle azioni gravose ai danni della città, a cui i nuovi venuti si dicevano costretti per le inadempienze dei funzionari imperiali. Ne nacque una guerra aperta, che terminò il 9 agosto 378, con uno dei più grandi disastri militari della storia romana ovvero la distruzione dell’esercito imperiale da parte della cavalleria gotica presso Adrianopoli e la scomparsa sul campo dello stesso imperatore Valente.

L’impressione che l’evento suscitò nell’opinione pubblica del tempo fu enorme e a tutt’oggi alcuni studiosi tendono a dare ad esso un valore emblematico, considerandolo l’inizio della fine dell’impero. Di li a poco sembrò tuttavia che si potesse riprendere il controllo della situazione grazie al generale Teodosio, il futuro imperatore, il quale riuscì a stipulare un nuovo accordo con i Visigoti, che prevedeva il loro trasferimento nell’Illirico. Vi fu una progressiva separazione tra la parte orientale e quella occidentale. Con Teodosio fu possibile restaurare negli anni 392 – 395 l’unità imperiale, assai labile per buona parte del IV secolo per effetto della riforma istituzionale di Diocleziano, ma alla sua scomparsa l’impero venne diviso, questa volta definitivamente, tra i due figli Onorio e Arcadio, che ereditarono il primo l’occidente con capitale Milano e il secondo l’oriente con capitale Costantinopoli. Essendo entrambi molto giovani (rispettivamente 12 e 18 anni) il padre impose ad Onorio la tutela del generale vandalo Stilicone e mise Arcadio sotto la tutela del goto Rufino, prefetto del pretorio. La scelta dei due tutori ovviamente non fu casuale, ma si inquadrava nella politica di Teodosio di apertura verso le popolazioni germaniche sia attraverso il loro accoglimento all’interno dell’impero come federati sia attraverso l’inserimento nell’esercito dei contingenti armati da esse provenienti. Una politica di tale genere, comportando come conseguenza l’ingresso dei germani nel senato, non mancò ovviamente di provocare tensioni all’interno dell’aristocrazia senatoria ma l’operazione, in occidente almeno, diede qualche frutto e portò alla convergenza tra famiglie senatorie e alti gradi della gerarchia militare. Il personaggio che sembrò incarnare questo processo al più alto livello fu Stilicone. La sua posizione si faceva tuttavia sempre più delicata per effetto di due fenomeni convergenti ovvero

– il crescere all’interno della corte l’opposizione verso gli elementi di origine barbarica
– i visigoti e gli altri germani orientali diventavano sempre più inquieti per la pressione che gli unni avevano ripreso ad esercitare alle loro spalle

La situazione precipitò nel 406 —> il confine del Reno, che Stilicone era stato costretto a sguarnire per far fronte in Italia prima a un’incursione di bande di ostrogoti e altri germani guidati da Radagaiso e poi alla rinnovata minaccia dei visigoti di Alarico, nella notte di San Silvestro fu superato da vandali, alani e svevi diretti in Gallia, e da qui in Spagna, dove giunsero nel 409. Ad essi si aggiunsero franchi e burgundi. Il prestigio di Stilicone ne fu scosso in maniera irrimediabile, per cui, una volta abbandonato dallo stesso imperatore Onorio, finì vittima di una sollevazione delle truppe di nazionalità romana, aizzate da un alto funzionario di corte del partito antigermanico. La scomparsa del generale vandalo aprì le porte dell’Italia ai visigoti guidati da Alarico i quali attraversarono l’intera penisola e il 24 agosto del 410 arrivarono a Roma dalla porta salaria, sottoponendo la città per tre giorni a un saccheggio. In realtà, a segnare un punto di non ritorno fu il crollo della frontiera del Reno. Alarico scomparve qualche mese dopo presso Cosenza e i visigoti risalirono l’Italia e ottennero di potersi stanziare come federati in Aquitania, nella Gallia meridionale, tra Tolosa e Bordeaux, contribuendo poi a sospingere sempre più verso il sud della Spagna vandali e alani. Tutti questi popoli citati va detto che in tempi e modi diversi furono comunque tutti riconosciuti da Onorio e dai suoi successori come federati dell’impero e quindi posti a carico dei proprietari romani sulla base dell’istituto dell’”hospitalitas”, che prevedeva l’obbligo per i proprietari di cedere un terzo delle loro terre ai germani. Apparentemente si trattava della continuazione di una pratica già in atto dal I secolo ma in realtà la situazione era adesso completamente diversa, soprattutto per il fatto che i nuovi federati non erano più soldati stanziati lontano dalle loro sedi di origine ma vivevano con i loro beni e le loro famiglie sotto l’autorità di un re e sulla base di proprie leggi. Di qui una libertà d’iniziativa che li rendeva praticamente autonomi. E questo lo si vide con i vandali. Sconfitti ripetutamente in Spagna dai visigoti, nell’estate del 429 sotto la guida di Genserico passarono in Africa, regione granaio dell’impero. Sbarcarono a Tangeri, si diressero verso Cartagine seminando terrore e imponendo un dominio che non si mitigò neanche quando nel 435 furono considerati federati dell’impero, ma anzi si impadronirono della Corsica, della Sardegna e delle Baleari e tenendo sotto continua minaccia l’Italia e la Sicilia. Nel 455 giunsero a saccheggiare Roma, anche se questo saccheggio, durato più dell’altro, per due settimane, fu più che altro una mossa politica di Alarico, un gesto dimostrativo verso Onorio, con il quale aveva tentato invano di giungere ad un accordo per lo stanziamento dei visigoti sul territorio dell’impero. La residenza dell’imperatore, per ragioni di sicurezza, era stata spostata fin dal tempo di Onorio da Milano a Ravenna, ma va detto che la sua autorità adesso si esercitava su un territorio molto piccolo ovvero sull’Italia e sulle province con essa confinanti (Provenza, Rezia, Norico e Dalmazia). La scomparsa di Stilicone aveva creato per un momento l’illusione che anche in Italia potesse aversi un rigurgito di orgoglio nazionale e l’estromissione definitiva dei germani dai vertici dello stato, e ciò anche grazie all’aiuto di Costantinopoli che faceva ascendere nel 425 al trono d’occidente Valentiniano III sotto la tutela della madre Gallia Placidia, sorella dell’imperatore Onorio, che prese ad esercitare una sorta di protettorato sull’Italia. Ma ben presto apparve chiaro che l’apporto dell’elemento germanico era essenziale per la sopravvivenza di quello che restava dell’impero d’occidente per cui si tornò a una politica di convergenza tra romani e barbari. Di essa si fece interprete Ezio, un generale d’origine romana ma cresciuto tra gli unni, che riprese la politica di Teodosio e Stilicone, per utilizzare questa volta i germani contro gli unni i quali sotto la guida di Attila avevano invaso la Gallia e minacciavano l’Italia. Infatti Ezio riuscì nel 451 a batterli sui campi catalunici, presso Troyes, alla testa di un esercito formato in gran parte da visigoti e burgundi. Nel 452 Attila penetrò in Italia attraverso il Friuli, distruggendo Aquileia i cui abitanti cercarono rifugio nelle isole della laguna, dando vita così al primo nucleo di quella che sarà poi Venezia. La sua marcia si arrestò sul Mincio, dove gli andò incontro papa Leone I in qualità di ambasciatore di Valentiniano III. La tradizione cristiana attribuisce lo scampato pericolo a un miracolo operato dal pontefice. Probabilmente il ritiro di Attila nacque invece dal timore di un attacco di Costantinopoli ai suoi immensi domini che diventano sempre più vulnerabili man mano che crescevano d’estensione. Dopo la scomparsa di Attila, l’impero degli unni si sfaldò.
454 Ezio fu ucciso dallo stesso Valentiniano, il quale a sua volta cadde l’anno dopo per mano di due seguaci di Ezio. La loro scomparsa creò ai vertici dello stato una situazione sempre più confusa con il succedersi veloce di imperatori privi potere effettivo. Un personaggio importante fu Odoacre il quale, dopo aver deposto nel 476 l’ultimo imperatore ovvero il giovanissimo Romolo Augustolo rimandò a Costantinopoli le insegne imperiali dichiarando di voler governare quello che restava dell’impero d’occidente in nome dell’imperatore d’oriente con il solo titolo di patrizio. Nello stesso tempo assunse il titolo di re degli eruli, degli sciti e degli altri germani che avevano sostenuto il suo colpo di stato.

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