La visione politica di Aristotele: la politìa aristotelica – spiegazione

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platone-aristotele

*Appunti riguardanti la visone politica di Aristotele e la politìa mandatici via mail

La domanda fondamentale che si pone Aristotele, circa la costituzione politica di una città è quale sia la migliore. In tal senso sappiamo che prima di formulare un giudizio impegnativo egli raccolse 158 diverse costituzioni, analizzandole minuziosamente insieme ai suoi allievi.
Purtroppo questo prezioso lavoro di ricerca storico – politico è andato perduto e rimane disponibile la sola COSTITUZIONE DEGLI ATENIESI.

Oltre che studiare le costituzioni realmente esistenti, Aristotele prende anche in esame gli scritti di Platone, in particolare REPUBBLICA e LE LEGGI, contenstandole in grande misura.
Secondo Aristotele, Platone sbagliò nel proporre l’abolizione della famiglia e della proprietà privata, perché si tratta di disposizioni naturali, e perché oltretutto la proprietà è indispensabile alla famiglia per mantenersi. Anche le LEGGI che pure ammettono l’esistenza della famiglia, sono criticabili perché tendenti ad instaurare un’oligarchia, cioè il governo di pochi cittadini in una formulazione in cui prevale per la gran massa solo l’obbligo dell’obbedienza, mentre sembra escluso il diritto alla partecipazione. Su queste basi Aristotele riprende la classificazione delle varie costituzioni attingendola dal POLITICO; dialogo platonico molto importante, nel quale era stato introdotto il concetto di governo a secondo di chi lo esercita: se uno, se pochi, se molti.
Aristotele dice che la bontà di un qualsiasi governo non è data dal sistema, ma dal suo grado di degenerazione. Il regno (cioè il governo di un re); ha la sua degenerazione nella Tirannide, l’aristocrazia (cioè il governo dei migliori per merito) decade nell’oligarchia (cioè il governo dei ricchi indipendentemente dal merito); e la politìa nella democrazia, che è spesso sinonimo di demagogia. Col termine politìa Aristotele intende la “costituzione” ideale per le città più sviluppate, dunque la più adatta a città come Atene, “società di liberi ed uguali”. La politìa è di fatto la città nella quale tutti i capifamiglia possono partecipare al governo della città mediante l’elezione ed il sorteggio delle cariche e delle magistrature e deliberare nelle assemblee, come appunto accadeva ad Atene.

Aristotele insiste su quale sia il più adatto ad ogni città e popolazione, la politìa è un buon sistema in quanto realizza una mediazione tra 2 difetti opposti; l’oligarchia e la democrazia. In sostanza, secondo Aristotele, la politìa, esprime gli interessi della classe media è questa è una garanzia di moderazione e tendenzialmente di buon governo, e di giustizia distributiva. A questo proposito c’è da notare che per Giustizia distributiva; Aristotele non intende la distribuzione delle ricchezze, ma la distribuzione delle cariche e degli oneri fiscali. C’è giustizia distributiva quando tutti gli uomini liberi possono accedere alle cariche pubbliche e pagare le tasse in egual misura nell’interesse della città e non per arricchire ulteriormente gli oligarchi. L’altra forma di giustizia considerata da Aristotele è la GIUSTIZIA CORRETTIVA, la quale ha il compito di punire i reati e risarcire i danneggiati da azioni prepotenti o delittuose.
LA STABILITA’ DELLE COSTITUZIONI
Secondo Aristotele, la politìa rappresenta in assoluto la costituzione più stabile, perché è la meno esposta ai cambiamenti rivoluzionari, molto più possibili in regimi oligarchici e democratici in senso deteriore. Le rivoluzioni si rendono inevitabili quando il popolo è oppresso da gravi ingiustizie ed i “buoni” capifamiglia sono esclusi dalle cariche e dagli onori della città. Una grave offesa all’onore ed alla dignità dell’individuo può provocare reazioni ancora più violente di quelle originate dalla penuria e dall’indigenza. In realtà per Aristotele, c’è solo un modo per garantire la stabilità: quello del “buon governo” cioè un modo di comandare che sia finalizzato alla felicità dei cittadini anziché all’interesse di chi governa. In sostanza questo è il fine del governo e tale dovrebbe essere sempre. Secondo Aristotele, la città più felice (dove il termine non va frainteso in senso moderno) è quella armoniosa e pacifica che realizza l’ideale del Tempo libero a disposizione dei capofamiglia, i quali potranno così dedicarsi alle attività teoretiche che sono le sole che realizzano l’uomo nella sua integrità. Ciò non significa che il darsi alla politica, essa è l’attività più nobile dopo quella teoretica, ma deve essere svolta in modo disinteressato, rivolta al bene di tutti, e non solo al bene egoistico. In alcuni passi si ha però la sensazione che Aristotele consideri l’Attività politica, cioè il partecipare alle assemblee ed a svolgere le cariche e le magistrature più come un dovere ( e quindi un obbligo per diversi aspetti fastidioso) che un diritto ed un piacere.

Per questo egli applaude alla Carnificazione ateniese, dove il servizio politico, non diversamente dal servizio militare, è svolto solo per periodi limitati. In generale, dunque, Aristotele vide nell’attività politica più un mezzo che un fine in sé. Il mezzo per realizzare una società pacifica, non aggressiva, anche se in grado militarmente di difendersi da aggressioni.

   
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