La storia delle corti padane: letteratura padana (appunti università)

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Ha molto peso l’Umanesimo padano nella storiografia italiana, dal Valla al Poliziano. Da

tempo si vede la storia come “narrazione”, come “racconto” e questo le Corti padane trovano la loro

collocazione. Si trovano una quantità elevata di generi letterari entro cui si articolano i testi

storiografici in senso lato dell’area padana: diari, memorie, cronache, traduzioni, storie ufficiali e

annali, opere storiche a sfondo encomiastico, laudes di città, biografie a Ferrara, Mantova, Bologna,

Rimini. Introducono una concezione “laica” del tempo, ripresa da Guicciardini e Machiavelli per

Firenze, e segnerà la nascita del pensiero storico moderno. Questa serve per costruire l’identità della

propria città – necessità geografica, culturale ed economica – rispetto alle realtà vicine sia rispetto

all’intero contesto italiano. Le città infatti sono il centro della comunità, delle credenze;

contribuiscono a trovare le radici della città notai, umanisti di corte, frati. Le signorie infatti

insistono nel farsi accreditare come portatori di pace e benessere della città, avvalendosi di

umanisti, personaggi colti che diffondono la cultura per un livello di prestigio e di potere verso la

realtà “esterna”.

Il caso di Ferrara, ad esempio, è centro di volgarizzamenti e di traduzioni nelle corti, in

particolare di opere storiche classiche (inizia a fondersi il dualismo tra letteratura e storia). Questo

avviene perché la corte estense (Ferrara) rafforza l’acquisto dei classici attraverso il mecenatismo

(opere classiche alternate ad opere d’epica cavalleresca). Vi sono due casi emblematici:

 Leonello d’Este, poco incline al volgare; riprende il patrimonio letterario antico,

connesso con le traduzioni dal greco in latino. Guarino, invece, attraverso la sua

scuola riprende certa conoscenza del volgare.

 Traduzioni in volgare: accelerato processo della Corte, chiamando illustri umanisti e

sconosciuti letterati all’opera. Vi è il Fidelfo, Cornazzano al cimento di Livio,

Sallustio, Ovidio, il latino Petrarca e Leonardo Bruni. Vi è la vicenda traduttoria del

Boiardo, in cimento sulla storia medievale ferrarese attribuita al Riccobaldo.

Vi è innanzitutto l’assoluta prevalenza della narrativa, dalla storiografia al romanzo all’epos alla

favolistica. È importante la presenza di preziosi maestri di retorica (Guarino), di testi teatrali, viatici

per comprendere la storia di Ferrara. Non si trovano testi filosofici, politici, trattatistici in quanto si

puntava evidentemente alla letteratura narrativa. È anche vero che si diffonde la pratica del cimento

diretto in poesia latina e greca, dunque è ampia la produzione di liriche, latine e volgari, che

conducevano a Ovidio e Properzio. Si punta molto sulla letteratura in quanto si ha la

consapevolezza diffusa di una realtà come divenire, come trasmutarsi di cui nessuna disciplina con

pretese dogmatiche è in grado di definire la verità ma di cui solo la letteratura e le sue fabulae

possono discorrere i paradossali sentieri. A Ferrara l’auctor per eccellenza è Riccobaldo, consacrato

dagli umanisti come archetipo e modello, volgarizzato, ed è punto di partenza per delineare i modi

per narrare le vicende storiche.

Il caso di Bologna, invece, presenta le laudes della città, volte alla celebrazione dei

Bentivoglio. Bologna guarda a Firenze e Roma e all’Europa, inoltre la sua vocazione classica è

profondamente influenzata dall’università e dalla chiesa, oltre che dai Bentivoglio. Nemmeno i

signori della città desiderano una vera storiografia di corte: vi sono le laus urbis – Morandi,

Achillini. La narrazione viene sostituita dalla lodi, in una vena antiquaria, erudita e filologica tipica

della cultura bolognese. Caso importante per la città: spazialità e temporalità fanno i conti con la

pluralità di referenti in campo (Università e Chiesa).

Rimini, al contrario, diventa con la corte malatestiana, sviluppo essenziale dei generi

storico-encomiastici, con una strategia d’impianto più nettamente umanistica. Emblematica la figura

di Baldo Branchi, la cui storia è costruita su un “assillo delle origini” (romana, o etrusca – i

fondamenti antichi della sua identità storica) e il verticale procedere verso la storia più recente,

secondo uno schema che tende a scandire le tappe significative della crescita della città.

A Forlì, invece, piuttosto che l’annalistica predomina il modello biografico, sulle orme di

Livio e Sallustio.

A Mantova, invece, il classicismo riconosce una grande stagione di rilievo. Il binomio

eccellente presso la corte Gonzaghesca si fonda su vocazione classica e archeologica e fisionomia

della dinastia – esempio del Pisanello – anche se le inquietudini del XVI secolo rimangono (con la

presenza, anche, di un Giulio Romano). Bonamente Aliprandi, ne Cronaca de Mantua, è un

personaggio singolare: scrive in terza rima in un volgare a spiccate venature padane. Coglie nella

Commedia un nuovo modo, verticale, di “narrare” la storia. Ricerca la fondazione della città, le sue

origini, il glorioso passato medievale sino alle vicende più recenti quando nel 1328 i Gonzaga

diventano i signori della città. Aliprandi getta le fondamenta di uno schema interpretativo della

storia di Mantova facendo si che tale modo non venga modificato da storici seguenti. Lo storico

Platina, 1464, affronta tre intenti:

 Dimostrare l’eccellenza e l’antichità delle origini della città;

 Legare a questa specificità il ruolo dei Gonzaga;

 Recuperare il modello-biografico plutarcheo.

Platina, come l’Aliprandi, delinea le fondamenta e tenta di ricondurre poi il senso stesso dei

Gonzaga, giovandosi del modello plutarcheo: la narrazione diviene narrazione di biografie

esemplari – incarna bene il dualismo tra vocazione erudita ed antiquaria e istanze dinastiche della

committenza.

 

Rielaborato da uno studente universitario e riassunto dall’originale di G.M. Anselmi, Narrare storia e storie. Narrare il mondo, libro che consigliamo di acquistare a chi fosse interessato.

   
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