La storia dei sigilli e della scrittura nell’antichità

_______________
____________________
____________________
 
 
 
 
 

La scrittura nasce e si sviluppa sulla scorta di quei primi documenti amministrativi costituiti dai sigilli e dalle cretule d’argilla contenenti impronte di sigilli, le quali conobbero una una prima diffusione in numerose regioni dell’Asia e del bacino del Mediterraneo. In Mesopotamia, i più antichi reperti di questo genere risalgono al cosiddetto periodo di Obeid (V e inizio del IV millennio a.C.), mentre sulle sponde del mare Egeo, a Creta come nel Peloponneso, i ritrovamenti di sigilli e delle relative impronte attestano che questi strumenti si diffusero soprattutto a partire dalla fine del III millennio a.C., ovvero durante la terza fase dell’antica età del bronzo, o Bronzo antico III.

Per comprendere i motivi e le necessità che porteranno alla nascita di questi primi documenti amministrativi – i quali, a loro volta, dopo ripetuti perfezionamenti condurranno alle prime forme di scrittura vera e propria – è necessario innanzitutto ripercorrere le dinamiche che furono motivo del sorgere dei primi complessi palaziali, e da questi, grazie anche alla scrittura, alla formazione di uno dei più antichi imperi della storia, quello dell’antico Egitto; sarà qui che troveremo le più antiche forme conosciute di libri illustrati.

Nelle decine di migliaia di anni che precedono la rivoluzione neolitica, l’uomo aveva provveduto al proprio fabbisogno alimentare esclusivamente tramite la caccia e la raccolta di vegetali spontanei. In seguito, divenuto progressivamente agricoltore e pastore, iniziano a mutare profondamente sia il suo rapporto con il territorio, sia la struttura sociale in cui vive.

Lavorare la terra presenta dei rischi notevoli. V’è infatti la possibilità che l’inclemenza del clima determini la scarsa resa di un raccolto; è inevitabile, allora, che vi siano periodi in cui questa produzione riesca a malapena a soddisfare il fabbisogno alimentare della comunità, mentre in altri più fortunati momenti, le eccedenze alimentari possono essere tali da consentire agli abitanti dei villaggi di conservare una parte del raccolto in vista dei periodi di magra. Queste prime urgenze di conservazione e gestione degli alimenti in eccedenza – alle quali sarà l’uomo del neolitico a dare una prima risposta – porterà i villaggi ad espandersi fino allo status di protocittà, e alla conseguente nascita dei primi palazzi e delle relative forme di controllo dell’economia.
Immagazzinare i prodotti

«Immagazzinare significa programmare su vasta scala – scrive l’archeologo Louis Godart nel suo volume dedicato all’invenzione della scrittura – acquisire strumenti e mezzi che permettano la conservazione dei prodotti alimentari provenienti dai raccolti in eccedenza. Occorrerà quindi disporre di grandi vasi ove versare tali derrate, costruire depositi ove conservare questi vasi, provvedere che siano al sicuro e che i prodotti, così conservati, siano distribuiti solo nei casi contemplati dalla logica o dalla legge di colui o coloro che hanno inteso salvaguardare le riserve alimentari.

«È facile capire come il sistema che trae origine dallo stoccaggio dei prodotti provochi profonde trasformazioni sociali. Coloro che sono in grado di gestire le operazioni di immagazzinamento sono precisamente gli stessi che riusciranno a imporsi in seno alla comunità, e che le popolazioni considereranno inevitabilmente leader del gruppo e garanti della loro sopravvivenza. Saranno ancora le stesse persone a inventare il sistema palaziale, basato appunto sullo stoccaggio e la ridistribuzione dei beni e sull’organizzazione del lavoro e dell’economia nella regione sottoposta all’influenza del centro appena creato.»

Il sistema palaziale, che nella Mesopotamia del III millennio a.C. è già all’apice del suo sviluppo, non avrebbe potuto sorgere e svilupparsi senza un adeguato sistema amministrativo che consentisse di monitorare con precisione lo stoccaggio e la ridistribuzione dei prodotti agricoli e artigianali custoditi nei magazzini palaziali, divenuti sempre più capienti e differenziati. Il palazzo è innanzitutto un centro economico, e questa sua funzione sarà la prima e la più importante tra tutte quelle che sarà chiamato a svolgere, mentre l’attività politica, cultuale e amministrativa continueranno a rimanere un corollario della prima.

Nella nascita e nell’evoluzione di questo nuovo assetto sociale, avente struttura di tipo fortemente piramidale, il sigillo, inteso come documento amministrativo, svolge un ruolo di fondamentale importanza. I più frequenti sono i sigilli in pietra, ma ve ne sono anche in terracotta, metallo o avorio, con una grande varietà di forme: dal cono al cilindro, dalle forme quadrangolari a quelle zoomorfe, sui quali vengono incisi motivi geometrici di vario tipo o raffigurazioni di animali. Il loro utilizzo consiste nell’imprimerli nell’argilla morbida tramite una leggera pressione, in modo tale che l’impronta che ne deriva, anch’essa detta sigillo, consenta di risalire al proprietario del sigillo usato per produrla, che in questo modo può essere identificato. In certo qual modo, il sigillo – nel mondo antico, ma non solo – ha una funzione analoga a quella che oggi hanno per noi la carta d’identità o il passaporto.

Ogni persona a cui periodicamente spettano un certo numero di razioni di olio, vino, grano, orzo, legumi o altri prodotti conservati all’interno dei magazzini palaziali – come tessuti, arnesi o armi – nel ritirarli deve imprimere il proprio sigillo su una cretula d’argilla. Questa, verosimilmente, gli viene fornita da uno dei funzionari palaziali incaricati dall’autorità della gestione delle sue ricchezze, che quindi ritira la cretula d’argilla appena impressa e si assicura che venga applicata, ancora molle, sul coperchio del vaso dal quale è appena stato prelevato il prodotto. In questo modo, una volta essiccata la cretula impressa con i sigilli, diviene impossibile prelevare altri prodotti da quel vaso se non rompendo la cretula stessa che ne garantisce la chiusura.

La persona che ha ricevuto dieci razioni di grano, poniamo, avrà consegnato al funzionario una cretula contenente dieci impronte recanti il proprio sigillo. Così facendo i funzionari palaziali possono non solo risalire all’ultima persona che ha prelevato il contenuto di un determinato vaso (in genere vengono incaricati degli intermediari di fare da tramite tra il palazzo e gli agricoltori, artigiani, operai, pastori ecc. di una data regione), ma sono anche in grado di stabilire la quantità di prodotto che di volta in volta è stata prelevata. Al momento di riaprire il contenitore per effettuare una nuova consegna (operazione che può verificarsi anche diverse volte al giorno) la cretula d’argilla precedentemente applicata sul coperchio di un vaso o di un paniere viene fatta saltare dal funzionario, e i suoi frammenti, contenenti un certo numero di impronte-sigilli, vengono accuratamente archiviati per un periodo di tempo prestabilito.3
Disegni di alcune delle cretule d’argilla rinvenute nella cosiddetta Casa delle Tegole di Lerna (Grecia), risalenti al III millennio a.C. In Luois Godart, L’invenzione della scrittura, Einaudi, Torino 1992

A Monastiraki, nell’isola di Creta, tra le rovine di un insediamento protopalaziale distrutto da un terremoto nel 1700 a.C., negli anni Ottanta del secolo scorso sono stati ritrovati alcuni locali adibiti a vere e proprie sale d’archivio, e locali di questo tipo sono già attestati nei secoli precedenti in molte regioni della Mezzaluna fertile e dell’Estremo Oriente. In una di queste piccole stanze sono state rinvenute diverse centinaia di documenti d’argilla contenenti da una a ventisei impronte di sigilli.4 Una volta archiviate, infatti, queste cretule consentono ai responsabili dei magazzini palaziali di ripercorrere in qualsiasi momento le operazioni effettuate nel corso di un ciclo amministrativo. Grazie all’identificazione dei sigilli e al calcolo delle impronte è possibile avere un’idea precisa sia di chi ha prelevato i beni dai magazzini, sia della quantità complessiva dei beni che sono stati sottratti al palazzo.

Tuttavia, prese di per sé, queste cretule d’argilla, comparse la prima volta sul finire del V millennio a.C., forniscono un numero di informazioni ancora estremamente ridotto: nulla dicono sulla natura del prodotto prelevato, né consentono di commentare in modo più articolato il transito dei beni. È probabile allora che per distinguere le operazioni contabili inerenti, ad esempio, l’olio d’oliva da una parte, e i cereali dall’altra, inizialmente le cretule relative a questi due prodotti vengano conservate in spazi nettamente separati tra loro: disposte in modo opportuno all’interno di un’unica sala d’archivio, oppure conservate in due sale distinte adiacenti ai relativi magazzini.

Ma le innovazioni apportate a questi primi strumenti amministrativi si susseguono a ritmo incalzante, tanto che nell’arco di non molte generazioni si giunge all’invenzione della scrittura vera e propria, attestata in Medio Oriente già a partire dalla fine del IV millennio a.C. Fanno così la loro comparsa altri tipi di documenti legati ad atti amministrativi, e questa volta si tratta anche di disposizioni di servizio e di ordini di missione, emanati dal palazzo per essere indirizzati a quei funzionari che esercitano in regioni periferiche dello Stato. Documenti di tal genere possono contenere – oltre alle impronte di sigilli, la cui funzione col tempo consisterà semplicemente nell’autenticare un testo – anche dati ideografici e numerici, tracciati sull’argilla per mezzo di un calamo o di uno stilo a cannuccia. Per le operazioni contabili vengono dunque introdotte le cifre, il cui ruolo sarà fondamentale nell’invenzione della scrittura alfabetica, e che inizialmente vengono rappresentate tramite semplici tratti verticali, a ognuno dei quali viene fatta corrispondere una unità. Ben presto, però, anche questo sistema si evolve in forme più sofisticate.

Tra la fine del IV e l’inizio del III millennio a.C. troviamo le prime tavolette d’argilla a forma di cuscinetto con testi redatti in scrittura cuneiforme, come quello proveniente dallo scavo di Ebla, in Siria, risalente al III millennio a.C. Questo tipo di scrittura si estinguerà all’epoca di Cristo, dopo essere stata adottata da Sumeri, Assiro-Babilonesi, Ittiti, Persiani e da numerosi altri popoli del Vicino e del Medio Oriente. Inizialmente ha carattere quasi pittografico, ma nel corso dei secoli si evolve in forme sempre più stilizzate divenendo, all’apice del suo sviluppo, allo stesso tempo sillabica – per cui a ogni segno corrisponde una sillaba e quindi un valore fonetico – e ideografica, vale a dire che questi stessi segni sillabici possono anche essere usati come ideogrammi, impiegati cioè per esprimere un concetto (da idèa, che significa aspetto, apparenza, ma anche «immagine della mente»).5

Le prime forme di scrittura egiziana, invece, apparsa con uno o due secoli di ritardo rispetto a quella sumerica, risalgono al 3150 a.C. circa, all’epoca dell’unificazione dei regni dell’alto e del basso Egitto avvenuta sotto il faraone Narmer. Una testimonianza diretta di questi accadimenti è rappresentata da una tavolozza in ardesia lavorata a bassorilievo e legata proprio alla celebrazione di questo evento. Le sue convenzioni grafiche e la sua schematizzazione – scrive Luis Godart – «attestano un simbolismo sociale già molto avanzato, e che comporta soprattutto delle didascalie scritte: ai due lati della parte superiore della tavolozza, all’interno di un palazzo reale rappresentato con tratti convenzionali, si vedono due segni, un pesce e uno scalpello da scultore, che hanno entrambi il valore fonetico na, ossia lo schema consonantico del sovrano celebrato. Del pari, un gruppo di geroglifici, dove ritroviamo gli stessi segni raggruppati sopra un personaggio del corteo reale, ci informa che costui è l’addetto a portare le calzature di Narmer. Sembra dunque che gli egiziani abbiano messo a punto in un sol colpo un sistema di scrittura che utilizzava il fonetismo.»

Tavoletta di Narmer (fronte e retro). Altezza cm 64, circa 3150 a.C., Museo del Cairo. Nella parte superiore di ogni lato, affiancato da due teste bovine, si trova iscritto il nome del faraone Narmer, indicato dalle figure di un pesce e di uno scalpello da scultore, aventi entrambi valore fonetico ‘na’.

 

Godart sottolinea anche come questo sistema grafico, inventato dagli scribi egiziani sul finire del IV millennio a.C., rimarrà immutato per millenni, fornendo «l’ossatura intellettuale a uno dei più antichi imperi della storia», mentre l’archeologo Silvio Curto, già soprintendente al Museo delle Antichità Egizie di Torino, osserva che «Fino al 2.800 a.C. la serie grafica allineò circa 300 elementi; salì di poi a 700 (non contando i più rari) sino al principio del Medio Regno, e non mutò più sensibilmente. Il disegno dei fisiogrammi egizi, o geroglifici, appare già in origine ben definito. Più tardi, attorno al 2700, fu determinata la misura relativa dei grafemi sulla base di un reticolo, e la giusta spaziatura di ciascuno».7
Rilievo in calcare con figure di scribi al lavoro, probabilmente colti nell’atto di registrare un discorso del faraone. Circa 1350 a.C., Firenze, Museo Egizio.

Il perfezionamento di quegli strumenti che dapprima furono semplicemente amministrativi (le impronte di sigilli) nelle forme di scrittura più evolute e articolate, diviene per l’Egitto unificato un’urgenza tanto più impellente in quanto questo nuovo impero si estende su un territorio considerevolmente più vasto di quello sottoposto al controllo dei sovrani della Mesopotamia e dell’Egeo. Un’autorità centrale che intende emanare ordini ed editti fin oltre i confini di questo Stato – che dalla Nubia, proseguendo lungo il corso del Nilo, si estende fino alle coste del Mediterraneo – può trarre enormi benefici dall’uso di un siffatto strumento. Si consideri poi che l’economia su cui si regge questo impero è in gran parte legata all’agricoltura, quindi interamente tributaria delle alluvioni del Nilo. Per sfruttare al meglio queste risorse viene messo a punto un sistema di irrigazione dei campi che per la natura stessa del territorio e delle sue alluvioni, risulta davvero efficiente solo se concepito su larga scala. La gestione di un siffatto sistema di irrigazione presuppone il controllo di tutto ciò che avviene tra la sorgente e il delta del fiume, poiché eventuali disordini verificatisi in uno qualsiasi dei punti intermedi può avere delle ripercussioni su gran parte delle coltivazioni e quindi della popolazione, con esiti anche devastanti.

Ben si comprendere, dunque, quanto stretto sia il legame tra la gestione delle risorse, e quindi del potere, da parte di un’autorità centrale e l’invenzione della scrittura, la quale «rimane, ovviamente, un’arma e uno strumento nelle mani di una classe di privilegiati, ma ha iniziato tuttavia un cammino che, attraverso alti e bassi, è irreversibile. Questo cammino è perfettamente percettibile nella storia delle società nelle quali la scrittura ha avuto un ruolo, ma non dobbiamo dimenticare che prima di diventare uno strumento di liberazione – liberazione dalla servitù dei potenti e liberazione dello spirito – la scrittura è stata, per millenni, uno strumento di costrizione per le masse che non avevano accesso alla conoscenza.»

 

Da storiadelleimmagini di M . G h e r s i

   
_______

More Like This


Categorie


Storia

Add a Comment

Your email address will not be published.Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Le pubblicazioni più recenti su Infonotizia.it:


Categorie


Questo sito partecipa al Programma Affiliazione Amazon Europe S.r.l., un programma di affiliazione che consente ai siti di percepire una commissione pubblicitaria pubblicizzando e fornendo link al sito Amazon.it