La storia dei Bulgari, dei cavalieri e dei bojàri: chi erano e dove vivevano

_______
Nell’immagine una lotta tra bulgari e bizantini

La prima impressione che si riceve nel leggere le Cronache Russe, stese peraltro nel XII sec., è

che i Varjaghi di stirpe germanica appaiono nel IX sec. in procinto di fondersi nella Pianura Russa

con gente ugro-finnica e slava per formare una nuova etnia col nome di Rus’ e fondare lo stato

kievano. E questo dopo un andirivieni dal Mar Baltico. Né siamo convinti affatto che i Varjaghi

stessero mettendo a soqquadro i territori dell’estremo nordest della Pianura Russa per un tentativo

del genere senza trovarsi di fronte ad altre organizzazioni, forse ancora non stati veri e propri, che le

genti del luogo avevano già costituito. Ad esempio è inutile spulciare le Cronache Russe per saper

qualcosa di preciso dell’area del Volga e dei Bulgari che nel nordest avevano propri impianti stabili.

Confessiamo di non sapere in verità se tale impostazione sia almeno in parte veritiera o sia stata

concepita dalla fantasia del cronachista, ma è quel che si deduce dalla lettura dei testi impastati con

le tante leggende locali dopo averle riassunte e “ripulite” e finalmente fissate nello scritto. Eppure

le Cronache Russe sono state spacciate come storia fino al XVIII sec.!

Già il paesaggio in sé col clima, con la sua conformazione geologica etc. impedisce delle

conclusioni storiche semplici poiché da vari altri punti di vista è complicato e poco esplorato per

permettere a chi arriva da lontano di muoversi agevolmente senza dipendere dai nativi. Quanto poi

condurre, ad esempio, campagne militari di conquista a largo raggio e per lungo tempo, è persino

folle. Laghi, fiumi e paludi innumerevoli senza una guida locale esperta non portavano da nessuna

parte, per tacere dell’estensione dei laghi stessi come il Làdoga (allora Njevo) grande come la

Lombardia o del lago Onègo di taglia più o meno simile, entrambi attraversabili rapidamente

soltanto d’inverno quando la loro superficie era ghiacciata. Né la densità abitativa degli abitanti era

tale da suggerire frequenti incontri fra estranei. I finni Ingri si vedevano sulle coste baltiche solo

quando la stagione era quella “col sole” visto che vivevano per 6 mesi nella notte polare. Lo stesso

si può dire degli ugri Vepsi intorno a Lago Bianco (russo Bjelo Ozero) e di altre etnie si sapeva

ancor meno. Che aspetto avessero o come vivessero e si nutrissero queste persone era materia di

favole e racconti fantastici ancora nel X e XI sec. addirittura!

I concreti e realisti mercanti musulmani del IX-X sec. si auguravano piuttosto che il nordest

restasse pure pochissimo conosciuto e difficoltoso da attraversare o da raggiungere, ma che

continuasse a fornire merci di scambio altamente lucrative! E infatti nel VII-VIII correva voce che

in uno dei mercati terminali delle Vie della Seta, cioè nella città di Bulgar-sul-Volga, c’era il malik

(arabo per signore, padrone) dei non meglio identificati Saqalibat (forse una lettura corrotta del

greco Sklavoi cioè Slavi) i quali mediavano i carissimi prodotti della foresta nordica fra cui i

bellissimi schiavi e l’argento per coniare i dirhem. Oltre Bulgar-sul-Volga però non si andava nel

nord giacché si diceva che quelle genti uccidevano qualsiasi straniero troppo ardito e curioso che

avesse deviato dal cammino fissato. Si paventava che questi nordici potessero essere i sanguinari

Gog e Magog della Bibbia e del Corano. Gli unici a frequentare il nord erano i Bulgari che per di

più non avevano interesse ad eliminare tali favole poiché con tali paure i mercanti stranieri del

Centro Asia non potevano che affidarsi appunto ai Bulgari e ai loro alleati/collaboratori per fare

affari.

Rileggendo dei documenti come le Cronache Tatare ad es. non redatti dalle centrali storiche della

chiesa russa, si scopre così che la situazione nella Pianura Russa è abbastanza diversa dalle

impressioni di ritrovarsi perennemente in scontri e razzie come ci rifila la Chiesa Russa del XII sec.,

eccetto forse per la zona delle steppe ucraine. A causa purtroppo di varie vicissitudini – moscovite

in particolare, dato che per secoli si conservò l’abitudine di riempire gli archivi della capitale di libri

e di scritti per poi vederli svanire nel fumo di terribili incendi – alcuni popoli e alcuni stati risultano

quasi interamente cancellati dal Medioevo Russo fra cui giusto i Bulgari del Volga e il loro stato.

È da dire qui che la multietnicità dava fastidio alle autorità ecclesiastiche slavo-russe alla ricerca

di persone da battezzare e da rendere suddite del giovanissimo stato Rus’ di Kiev. Il disegno divino

proposto dal cristianesimo auspicava una fusione dei popoli affinché l’esito fosse un’unica grande e

santa gente russa cristiana (ortodossa) con un’unica lingua distinta dalle altre confinanti. Se poi si

aggiunge che ai tempi moderni e con l’abitudine sette-ottocentesca di fare storia nazionale su eventi

straordinari e personaggi eroici, le battaglie e le guerre con numeri esagerati di persone che

combattevano e, nel nostro caso, in spiazzi estesissimi naturalmente immaginari nel racconto scritto

avevano la meglio. In conclusione la visione di un nordest in permanente campagna militare agli

inizi del Medioevo Russo la respingiamo e in più non crediamo che siano sempre degli armati

slavo-russi con intenti benevoli a scontrarsi con degli stranieri brutalmente ostili.

L’archeologia ha scompigliato da qualche decennio le teorie finalistiche della storia in tal senso e

ha portato prove concrete che non è il dio cristiano che guida le azioni umane, ma i numerosi fattori

personali, le situazioni climatiche e economiche, le esigenze e i consumi nuovi, le tradizioni dure a

cambiare etc. Gli eventi e i modi di interpretarli e raccontarli insomma oggi sono altri. Il Medioevo

Russo va riletto, ricorretto e reinterpretato e il presente saggio è un modesto tentativo di farlo

dedicandosi agli sviluppi degli aspetti del “mondo” militare.

In questo capitolo prediligeremo i Bulgari del Volga peraltro senza prescindere da località e città

di cui si parlerà spesso, come Kiev e Grande Novgorod. Di queste realtà antropiche ci occuperemo

qui dato che risultano strettamente legate fra loro da eventi comuni dall’inizio del Medioevo Russo.

Dunque i Bulgari. Parte di una lega di genti nomadi insieme con i Càzari nel gruppo dei Turchi

Ghuz, avevano lasciato gli Altai intorno al III-IV sec. d.C. diretti a Occidente. Con varie tappe

durate secoli erano giunti ai confini con l’Impero Romano a est del Danubio. Dopo aver servito

militarmente gli Unni erano stati attirati da Costantinopoli in un progetto di stato cristiano a

baluardo della conca del Danubio nel VII sec. d.C. e il khan Kubrat ne era diventato il fulcro. Dopo

la sua morte per dissidi interni fra i suoi eredi lo stato bulgaro su modello cristiano ancora in fieri si

era sfasciato e i clan si erano divisi. Uno dei capi-clan, Kotrag, sollecitato dai Càzari era risalito

lungo il Volga e sotto la confluenza del Kama col Volga aveva fondato un nuovo nucleo bulgaro

incaricato della guardia del traffico mercantile lungo la corrente per conto dei Càzari. Un altro capo-
clan, Asparukh, invece era confluito con i suoi nel Danubio e nel dominio affidatogli dall’Impero

Romano non solo vigilava sul delta del grande fiume, ma anche sulla steppa intorno a Poltava

compresa la postazione di Kiev. Preziosa dal punto di vista strategico perché situata su un’ansa del

Dnepr fra steppa e foresta, la città era stata rifondata dai Càzari su un antico sito archeologico e poi

affidata per il servizio militare alle bande previamente selezionate dei Varjaghi venuti dal Mar

Baltico.

Kiev a guardar meglio al volgere del sec. IX era il melting pot etnico più confuso forse dell’intera

regione proprio in ragione della posizione geografica di trovarsi all’incrocio di due maggiori

direttrici di traffico di genti e di merci. Una direttrice, quella est-ovest, era la cosiddetta Via dell’Okà

che collegava Kiev con i Bulgari congeneri del Volga. L’altra, quella nord-sud, andava dal Mar

Baltico al Mar Nero passando per Polozk. Il potere congiunto di Bulgari e Càzari gestiva e

controllava l’intero sistema e più il traffico lungo le direttrici cresceva, più aumentava l’aspirazione

dei Varjaghi a cercare di impadronirsi del potere a Kiev e a imporsi nella regione bulgara del Volga.

Ciò che mancava al momento per fare il colpo grosso e far nascere quel che in seguito sarà la Rus’

di Kiev era la comunanza di intenti fra le diverse bande varjaghe che frequentavano la regione…

contro gli interessi càzari! Anzi! La situazione in quel di Kiev appare essere di estrema diffidenza

reciproca fra i locali slavi, i turcofoni càzari e i turcofoni bulgari e gli imprevedibili varjaghi.

Intanto alla fine del IX sec. una parte dei Bulgari kievani passati all’Islam decidono di lasciare

Kiev e di trasferirsi presso i congeneri del Volga optando per un’evoluzione in stato delle leghe che

andranno a creare da quelle parti. L’intento è di liberarsi in primo luogo dalla servitù dei Càzari che

in quegli anni erano cresciuti in potenza politica e in secondo luogo riuscire dalla posizione

geografica a surclassare le disunite bande varjaghe nel controllo delle risorse. C’è però un problema

da risolvere e cioè in che modo legittimare le funzioni del potere, una volta decisi a rendersi

autonomi.

Bulgar-sul-Volga così com’è non serve più ai principi del X sec. Deve essere ingrandita e fornita

di servizi cittadini come quelli che si raccontano esistere nel Centro Asia e fra questi c’è il

mantenimento di una forza armata sia che faccia da polizia sia che intervenga nella difesa.

Occorre pensare allora a una spesa permanente che però eviti il coinvolgimento in alleanze

militari di offesa. E l’insegnamento coranico viene incontro all’esigenza di pace poiché fa muovere

l’Islam (etimologicamente pacificazione in dio) fra l’Occidente indicato come la Casa della Guerra

(Dar ul-Harb) e l’Oriente che ufficialmente è la grande famiglia musulmana o Umma. Nel 921 d.C.

così la comunità bulgara del Volga entra nell’Umma abbaside del Califfo al-Muqtadir e si trasforma

in emirato con a capo l’illetver (reuccio incaricato in turco) di origini kievane Almyš che prende il

nome di Gia’far e conia le prime monete d’argento bulgare.

Con l’emirato come struttura statale l’Islam almeno in teoria risolve molti problemi. Si parte

dalla figura del mercante che, nella società musulmana, è l’asse portante della vita e dell’economia.

Non è soltanto un tale che sposta un oggetto da un posto in un altro e viene per questo pagato, ma è

colui che genera lavoro e occupazione. Infatti all’interno della sua famiglia e della sua “clientela”

fabbrica e propone ai suoi partner compratori oggetti, tecnologie, nuove materie prime. È lui a

stimolare i suoi nella ricerca scientifica e nella sperimentazione pratica da cui far scaturire novità

tecniche ad alto contenuto tecnico-scientifico da scambiare. Il profitto degli affari così conclusi?

Vanno alla sua persona in primo luogo e ai membri della famiglia che di solito ha coinvolto

numerosi.

L’altro asse portante è il contadino che produce per sé e per la sua famiglia derrate alimentari

oltre al surplus da scambiare. Opera su una terra che non gli appartiene, ma che gli è concessa da

dio per un certo tempo. E infine minore, ma simile, è pure il ruolo del pastore che nomadizza fra le

fertilissime Terre Nere e la steppa.

Su questi centri di produzione veglia con bonarietà l’élite a capo della quale c’è l’emiro

consacrato da dio e la sua famiglia. L’emiro ha un compito più esteso di quanto si creda giacché le

scritture coraniche dominano ogni momento della vita e all’emiro in persona è prescritto istituire e

dirigere ogni istanza dai tribunali alle università, dagli ospedali alle forze armate con saggezza e

misura che ispirano le regole religiose del Corano. Ogni membro della società deve portare in ogni

suo atto rispetto a quelle regole, una volta che si sia dichiarato ad esse sottoposto, e adempiere ai

compiti-doveri assegnati sotto la paterna guida dell’emiro e degli uomini da lui nominati.

Ogni capofamiglia: contadino, mercante, pastore nomade è tenuto così a pagare la decima

annuale dei suoi guadagni all’emiro e le risorse che non riuscisse a spendere per sé e per i suoi

vanno devolute ai più deboli della società concorrendo alla costruzione e alla manutenzione di opere

pubbliche.

E qual è l’uso del militare da parte dell’emiro (amir significa comandante militare in arabo) nel

contesto del commonwealth bulgaro-musulmano creato sul Volga? Dalle fonti apprendiamo che un

corpo di cavalieri armati agiva sia da guardia d’onore che da corpo di polizia a Bulgar-sul-Volga,

pur sempre con giurisdizione limitata ai territori intorno alle diverse capitali bulgare a noi note.

L’interesse bulgaro per sostenere l’intero sistema si concentrava in prevalenza sui cespiti

economici del momento consistenti 1. della foresta coi suoi prodotti e 2. delle vie commerciali con i

loro balzelli. Questo è l’uso del militare nella Bulgaria del Volga e nei territori che ne riconoscevano

la preminenza e cioè ognuno pensi da sé alla propria difesa! E, a quanto ne sappiamo, c’era un

larghissimo consenso a tale atteggiamento ideologico nel nordest e sul Mar Baltico durato fino al

XII-XIII sec. La prova più lampante è l’esperienza del mercante scandinavo alla fine del IX sec. che

in breve raccontiamo, se il lettore ci perdonerà la digressione. Ottar (Oththere in ingl.) raccontò al re

Alfredo d’Inghilterra che con la sua nave aveva aggirato Capo Nord ed era approdato sulle coste

oggi russe del Mar Glaciale. Il posto era abbastanza deserto e le poche persone che incontrò furono i

Finnas e i Beormas. Ora Beormas è la corruzione inglese di Bijar-ma, il nome più diffuso della

regione del nordest fra gli Ugro-finni ossia Terra dei Bijar e si fa gran fatica a riconoscere in Bijar i

Vulzun-beire del Geografo Bavarese (ca. IX sec.) o i Bileri del francescano Giovanni da Pian del

Carpine (XIII sec.) ossia i Bulgari del Volga?

D’altronde le materie prime e i prodotti semi-finiti si trovavano giusto qui nel profondo nord e

specialmente, come accennavamo, nel mercato di lago Bianco (Bjelo Ozero). Col maturarsi degli

eventi comunque stava crescendo l’esigenza di un nuovo grande mercato più moderno lungo una

terza direttrice: Mar-Baltico-Volga-Centro-Asia. I Bulgari del Volga avevano già individuato il

luogo giusto nella zona paludosa sulle sponde del lago Ilmen poco a nord delle sorgenti del Volga e

alla foce del fiume Msta che pure frequentavano. Insieme con i locali si pensò di fondare la nuova

città che, secondo gli usi del tempo, si sarebbe chiamata Bulgar Nuova. Ciò avverrà più o meno nel

930 e quel che è notevole è che sarà imposta un’oligarchia tecnico-politica bulgara al governo. Non

ci sarà l’emiro perché risiede a Bulgar-sul-Volga e gran parte delle decisioni collettive saranno prese

appunto dagli oligarchi bulgari, in russo boljare e in italiano bojari, insieme con il resto dei

cittadini. Col tempo gli oligarchi non esiteranno (vedi i congeneri danubiani) a adottare lo slavo-
russo come lingua veicolare e Bulgar Nuova si chiamerà ora Grande Città Nuova (in russo Velikii

Novgorod) mentre si eviterà una netta scelta religiosa fino al XII sec. in risposta rispettosa della

composizione multietnica della regione circostante.

A grandi tratti questa è la situazione della Pianura Russa, parte forestale, ricostruita nelle prime

decadi del X sec. con alcune ipotesi storiche che richiedono però conferme.

Intanto mettiamo in chiaro che i Bulgari del Volga senza inutili scontri o conflitti dalla loro

posizione nelle fertilissime Terre Nere per anni continueranno a fornire derrate alimentari come

segala e altre granaglie sia a Grande Novgorod che a Kiev ottenendo in cambio forniture di prodotti

della foresta e – importante! – senza tributi o donazioni forzate.

I Bulgari sul mercato di Bjelo Ozero comunque ottengono tutti i prodotti che loro servono e

praticano il cosiddetto commercio muto detto tale perché le persone che scambiano non si vedono

mai di persona. Nella mercatura ciò è basilare per tre ragioni: 1. Si evita di far conoscenza e essere

poi costretti per amicizia a far sconti etc. 2. Ognuno porta il prodotto migliore che ha e evita di

imbonirne la qualità con le chiacchiere e le menzogne pubblicitarie 3. Non è previsto discutere di

pagamenti dilazionati né perder tempo con falsi monetari e con monete da pesare per valore e

autenticità.

Come vediamo la questione “stato” è così abbastanza ben risolta e i Bulgari sono ora pronti a

esportarne il loro modello statale e noi appunto lo notiamo un decennio dopo la nascita dell’emirato

sul Volga riprodotto sul fiume Volhov. Si parlerà di Grande Novgorod come repubblica oligarchica

indipendente e non si dirà da chi e perché tale idea repubblicana sia scaturita.

E invece la mentalità affaristica per così dire da attribuire agli oligarchi ossia ai bojari delle

Cronache Russe di Grande Novgorod a nostro modo di vedere è più o meno la medesima che i

Bulgari diffondono nel nordest e la questione militare in territori dove gli abitanti vivono in accordo

non si pone come necessità indispensabile, ma si risparmia sui costi passivi. Si preferirà investire in

costruzioni sfarzose o di tenere in buona efficienza i servizi per i mercanti compreso, certamente, il

servizio di difesa delle vie fluviali con uomini armati, ma non si sprecheranno risorse per eserciti e

armate di conquista fissi. Sarà questa la tradizionale politica novgorodese fino al 1478…

Grande Novgorod un prodotto politico-culturale di Bulgar-sul-Volga? Non c’è alcuno scandalo

nel prefigurare una tale circostanza. Non solo! L’Islam di taglio bulgaro giunse fin in Svezia a Birka

sotto tanti aspetti. Certo, moschee o armamentari religiosi del genere non ce ne sono a Birka, ma ciò

suggerisce da un lato che il vescovado di Amburgo-Brema stava lavorando egregiamente in

ambiente baltico-svedese e dall’altro sottolinea l’atteggiamento di diffuso “pacifismo” e tolleranza

religiosa dei Bulgari, interessati piuttosto ai contatti mercantili che non a urtare l’eventuale

sensibilità pagana dei collaboratori estranei.

Riportiamo un solo esempio, fra i molti altri, che conferma l’influenza bulgara apportata dai

mercanti che visitano Birka e cioè il gesto di mettere in mostra un capo d’abbigliamento indossato

da chiunque possegga un cavallo: la cintura.

È una parte del vestire abbastanza insolita per l’uso tradizionale europeo del nordovest. E qui ci

rifacciamo all’accurata ricerca della studiosa C. Hedenstierna-Jonson (v. bibl.) che ha appuntato

un’attenzione particolare sugli aspetti “militari” dei reperti archeologici di Birka fra cui ha notato

l’accessorio cintura tenendo presente gli scambi commerciali (e quindi culturali) nel IX e nel X sec.

col nordest slavo-russo.

È noto che il mercato è un luogo non solo di compravendita, ma anche di spettacoli di vario

genere e chi meglio di esperti lottatori, abili lanciatori di pugnali, saltatori, boxeurs e simili può

attirare gli astanti per guardarne le esibizioni e trarne divertimento? E un tipo di lotta marziale di

stampo orientale era battersi agganciando la cintura dell’avversario con una mano per colpirla con

l’altra e scaraventarlo a terra vincendo. In russo è la borbà na pojasàh ancora oggi popolarissima.

Perché orientale? Poiché quasi esclusivamente gli stranieri del nordest indossavano la cintura. In

Occidente era raro vederla in vita a un uomo se non servisse a tenere appesa una spada o un pugnale

ossia era un capo d’abbigliamento strettamente militare. In Oriente e al di qua degli Urali era al

contrario un segno di distinzione sociale civile. In primo luogo la indossava l’uomo e meno spesso

la donna. Il mercante vi infilava la tasca con i vari strumenti che gli servivano in certi momenti del

suo mestiere insieme con il fodero del coltello usato per campionare le pelli, etc. Soprattutto erano

curati nella fattura della cintura: la fibbia e la larghezza, le pietre preziose e semi-preziose incrostate

nel cuoio perché segni di rango.

Di chi si presentava in pubblico sia che facesse o non facesse mercatura, dalla cintura messa ben

in vista col giaccone scostato era possibile dedurne il ruolo e lo scopo della venuta!

Se occorre, porterà inciso sulla cintura il suo nome e i segni di un’impresa andata bene o male, di

un compito ben eseguito e chi sa leggere tali segni saprà come rivolgersi per parlargli.

Addirittura i ca. 300 bojari novgorodesi volgarmente erano chiamati le cinture…

Da quanto scritto sin qui è pure chiaro che gli “orientali” a Birka non potevano che essere i

Bulgari che attraverso la cintura riuscivano a invitare al dialogo il curioso o l’interessato. In quei

tempi infatti stavano rafforzando i loro contatti col Centro Asia e qui questo accessorio aveva un

suo grande valore e, siccome i mercanti musulmani sapevano usare molto bene le loro abilità

multiculturali e fisiche per riuscire a coniugare culture diverse, è da pensare che lo spettacolo della

lotta di un aiutante del mercante esaltasse il ruolo di quest’ultimo.

La cartina è prestata da I.Lébédynsky – Les Nomades (v. bibl.) e mostra nella macchia nera a nord del Caspio l’area comune di Càzari e Bulgari prima della migrazione divisa verso il Danubio (macchia a sinistra) e verso il Volga (macchia a destra). Si vede bene la posizione molto prossima via terra allo sviluppato Centro Asia allora persiano di Buharà e Samarcanda.

L’epoca che stiamo contemplando è chiamata giustamente da S. Frederick Starr l’Illuminismo

Perduto (v. bibl.) quando nel 819 d.C. Merv diventa la capitale del Califfato abbaside di al-Ma’mun,

figlio di Harun ar-Rašid. Ci troviamo nella parte del mondo antico-persiano tecnologicamente più

avanzato che sia mai esistita, talmente sviluppata da diventare invidia e modello persino per

l’orgogliosa Costantinopoli. Samarcanda e Buharà, pur non risparmiate dalla decadenza intervenuta

con i Tataro-mongoli nel 1150 d.C., saranno imitate in Occidente a Parigi e Londra per i servizi che

organizzavano per il cittadino, per come erano pianificate le loro strade, per i loro scarichi e la

distribuzione dell’acqua. Soprattutto impressionavano le loro università, gli strumenti di studio dei

docenti con i testi che pubblicavano e pure perché in quelle città si ammiravano in funzione i primi

macchinari costruiti da scienziati persiani di chiara fama che i greci alessandrini avevano

immaginato, ma mai realizzato materialmente. Tutti i campi dello scibile umano hanno avuto qui

personaggi eterni: dall’astronomia alla medicina, dalla matematica alla fisica sperimentale etc. etc. e

ci basta ricordare il grande Avicenna per farsene un’idea.

E tutto ciò arrivava in Occidente fondato sulle mediazioni di mercanti che attraversavano il

mondo per terra e per mare fino al Mar Baltico. È interessante notare che le mediazioni bulgare

portarono a una trasformazione semantica della parola turca b’lğar (ital. bulgari e antico-russo

boljàre) che non indicò più l’etnia del Volga, ma passò a denominare degli esperti specializzati

nell’organizzazione delle città e dell’economia mercantile. In russo più moderno tuttavia boljàre

sparirà lasciando il posto alla variante bojàre (ital. bojari/bojardi) che diventerà nel XV-XVI secc.

l’ambito titolo nobiliare moscovita.

Per riferimento del lettore ecco qui a sinistra un mercante bulgaro come si mostrava in pubblico e nell’immagine successiva di sotto un fantaccino bulgaro pienamente equipaggiato (il primo è un acquarello di O.R. Gasimov © 2011 e il secondo un disegno a china di M.V. Gorelik © 2011).
In quest’immagine potete vedere un fantaccino bulgaro

 

Come mai si corressero i testi in tal senso? Perché ricorrere a sofisticate ipercorrezioni? Ad

esempio Lombard indica ancora oggi in alcune lingue europee chi presta denaro su pegno e

corrisponde all’italiano lombardo solo in parte e non ha finora suscitato alcuna reazione negativa.

Dobbiamo dire allora che la questione filologica ha un aspetto politico importante nel Medioevo

Russo. Essa non ha valore in sé e per sé, se non vi riconosciamo la trovata subdola degli amanuensi

slavo-russi nel negare un’etimologia considerata imbarazzante e così poter cancellare i Bulgari del

Volga dalla storia di Grande Novgorod. La chiesa kievana del XII sec. in altre parole non poteva

accettare il termine boljàrin come etnonimo da contrapporre a rùsin cioè kievano. Era un atto di

clamoroso paganesimo dell’esecrato Islam! E così lo cambiò nel più neutro bojàrin e poté

raccontare ora più tranquilla come l’orgogliosa casta della repubblica nordica fosse stata

speditamente evangelizzata.

E il bagno di sangue che ci fu di chi rifiutava il battesimo, fosse bojàrin o boljàrin? Tacere.

L’unica politica tradizionale del silenzio da parte dell’autorità ecclesiastica! Piuttosto adesso Grande

Novgorod era occupata per sempre dai cristiani e con sollievo si sarebbe liberata dalla multietnicità

fastidiosa, pagana ugro-finnica e bulgara musulmana.

E le attività mercantili ne risentirono? Certamente sì, perché furono deviate… lungo il Dnepr!

Chiaro no? Con la manovra filologica insomma Grande Novgorod nei documenti restò la città dei

mercanti e fu detta figlia (in linguaggio cronachistico: sottoposta) di Kiev, la città dove invece in

nome del dio cristiano si coltivava l’arte della guerra e dove si lavorava per il trionfo della nuova

gente Rus’.

I Bulgari comunque restano musulmani e non scompaiono. Né possiamo dimenticare che

mantennero la loro abitudine di antichi nomadi di usare il cavallo e dunque vivevano da

cavallerizzi. Se per praticità non apparvero a cavallo in mercati tanto distanti come Birka, a Grande

Novgorod o a Bulgar-sul-Čeremšan non mancavano mai in parata nelle occasioni appropriate.

D’altronde l’animale non era quello della foresta nordica di piccola taglia il pony o il tarpan (Equus

Gmelini), bensì quello allevato nella steppa più alto e più snello (Equus caballus) che in tempo di

pace aveva proprio il compito di mostrare l’alto ceto di chi portavano sul groppone!

Novgorodesi e Bulgari del Volga pertanto vantarono dei piccoli eserciti a cavallo, benché da

come i cavalieri di Grande Novgorod si comportarono in una famosa battaglia del XV sec. in quel

caso mostrarono, ahinoi, tantissima improntitudine.

E chissà se nell’ultima battaglia che Birka combatté e perse ci fossero dei Bulgari a battersi –

stavolta a piedi – per aiutare gli amici di un tempo vestiti da mercanti armati d’arco e frecce come il

Bulgaro raffigurato a sinistra nella pagina precedente e non da fantaccini troppo costosi come il

Bulgaro a destra.

Forse sì, ma sicure prove archeologiche finora non ne sono state trovate e gli scheletri di cavalli

sepolti col loro padrone in Svezia si trovano sempre nelle tombe di persone altolocate la cui

provenienza è locale…

 

© 2017 di Aldo C. Marturano

La bibliografia scelta e consultata è ottenibile su richiesta.

 

   
_______

Altri articoli da leggere:

More Like This


Categorie


Storia

Add a Comment

Your email address will not be published.Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Categorie




Questo sito partecipa al Programma Affiliazione Amazon Europe S.r.l., un programma di affiliazione che consente ai siti di percepire una commissione pubblicitaria pubblicizzando e fornendo link al sito Amazon.it