La ricostruzione di Diplodocus nel museo Geologico Capellini (Bologna)

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Il magnifico scheletro del grande dinosauro Diplodocus è da sempre un simbolo familiare della città di Bologna. Da oltre 100 anni è l’illustre ospite del grande salone del museo, di cui rappresenta anche l’icona mediatica. Lo scheletro venne donato dal magnate dell’acciaio Carnegie al re Vittorio Emanuele III nel 1909 e per decisione della Corona d’Italia assegnato al Regio Museo di geologia e paleontologia di Giovanni Cappellini. Forse è giusto chiedersi come mai la città di Bologna sia stata scelta per ospitare un dono di tale importanza, da essere riservato alle grandi capitali europee e mondiali. La risposta è semplice. Bologna è la sede della prima università d’Europa e del primo museo di storia naturale, quest’ultimo fondato dalla grande mente di Ulisse Altrovandi, lo scienziato che ha coniato la parola “geologia”. A Bologna inoltre insegnava Giovanni Capellini, uno dei maggiori organizzatori di studi e il congresso internazionali sui temi geologici, paleontologici e antropologici. Infine, la città ospita uno dei più grandi e prestigiosi musei geologici d’Europa. Alla luce delle importanti scoperte che si sono susseguite nel novecento e per garantire ai visitatori un migliore uso dello spazio espositivo e una migliore comprensione del reale aspetto del Diplodocus, il museo Capellini ha deciso di intervenire sull’allestimento dello scheletro, senza alterare la sua maestosità all’interno della sala che lo ospita da oltre un secolo.

Fu Carnegie in persona, un tempo povero emigrante nel nuovo mondo, a decidere di fare omaggio di una replica perfetta del Diplodocus, realizzata da artigiani italiani (al re Edoardo VII di Inghilterra) per essere esposto nelle sale del British museum.

Lo scheletro venne presentato al pubblico nel 1905, due anni prima che l’originale venisse mostrato ai visitatori nelle sale appositamente modificate del nuovo Carnegie. L’omaggio di Carnegie scatenò le richieste di molte case regnanti ed in breve altre repliche giunsero a Berlino (1908), Parigi (1908), Bologna (1909) e Vienna (1909). Fu William Hollande che in seguito autorizzò per conto del Carnegie Institute altre repliche destinate all’Argentina (La Plata, 1911), Russia, Spagna, Messico.

L’imponente scheletro del Diplodocus venne assemblato e studiato per la prima volta nel 1902 dal paleontologo John Bell Hatcher: la sua prima ricostruzione, con gli arti in posizione colonnare e perpendicolari al corpo venne adottata in tutti i musei rimanendo quella di riferimento per oltre un secolo. Nel 1909, il paleontologo Oliver P.Hay propose una diversa interpretazione anatomica, suggerendo che l’habitat di questi grandi erbivori fosse estremamente legato alla presenza di acqua (fiumi, laghi, paludi) per supportare l’immenso peso. La postura “a lucertola” venne tuttavia confutata l’anno successivo da William J.Hollande sulla base di semplici considerazioni anatomiche. Tuttavia il binomio Diplodocus-acqua è rimasto impresso per oltre ottant’anni nelle ricostruzioni del mondo del Giurassico. Le considerazioni di Hollande sono state consolidate nel tempo e gli studi più recenti indicano come la coda fosse sollevata da terra e il collo teso in avanti. Le piste fossili lasciate da dinosauri come il Diplodocus sono state un contributo fondamentale: non sono mai state rinvenute le tracce lasciate da una lunga coda trascinata sul terreno. Anche la stima del peso è considerevolmente cambiata: un tempo considerato un gigante da ottanta tonnellate, gli studi più recenti hanno ridimensionato il peso intorno alle venti tonnellate.

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