La palinodia al marchese Gino Capponi – analisi scritto di Leopardi

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La palinodia al marchese Gino Capponi analisi leopardi
Giacomo Leopardi

Composta a Napoli forse nel 1835, in duecentosettantanove endecasillabi sciolti, fu pubblicata la prima volta nell’edizione di Napoli 1835.

Il titolo, “canto all’incontrario”, cioè “ritrattazione”, va ovviamente inteso in senso ironico. Si tratta di una falsa sconfessione delle proprie dottrine pessimistiche e materialistiche attraverso la quale Leopardi, in realtà (si vedano i vv. 190-7), conferma tutto il proprio disaccordo verso l’ottimismo progressistico degli “amici di Toscana” (fra cui Capponi), e contro il quale si era già espresso in una lettera a Pietro Giordani del 24 luglio 1828 (“Infine mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa dio ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che o mi entra poi nel cervello, che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica”). Leggi anche il resto >>>

Dal punto di vista tematico, nel “ciclo di Aspasia” ritroviamo la concezione tragica dell’esistenza e l’approdo al pessimismo cosmico, già maturati nelle Operette morali e nei Canti e che ora vengono affrontati col tono aspro con cui si afferma in maniera perentoria il crollo definitivo delle illusioni. In particolare, è la sofferenza amorosa e l’opposizione allo spiritualismo ottocentesco a muovere la penna dello scrittore, che si rivolge sarcasticamente contro la fiducia ottimistica nel progresso materiale e spirituale del genere umano.

 

Ecco il testo di “La palinodia al marchese Gino Capponi”:

Errai, candido Gino; assai gran tempo,
e di gran lunga errai. Misera e vana
stimai la vita, e sovra l’altre insulsa
la stagion ch’or si volge. Intolleranda
parve, e fu, la mia lingua alla beata
prole mortal, se dir si dee mortale
l’uomo, o si può. Fra Meraviglia e sdegno,
dall’Eden odorato in cui soggiorna,
rise l’alta progenie, e me negletto
disse, o mal venturoso, e di piaceri
o incapace o inesperto, il proprio fato
creder comune, e del mio mal consorte
l’umana specie. Alfin per entro il fumo
de’ sigari onorato, al romorio
de’ crepitanti pasticcini, al grido
militar, di gelati e di bevande
ordinator, fra le percosse tazze
e i branditi cucchiai, viva rifulse
agli occhi miei la giornaliera luce

delle gazzette. Riconobbi e vidi
la pubblica letizia, e le dolcezze
del destino mortal. Vidi l’eccelso
stato e il valor delle terrene cose,
e tutto fiori il corso umano, e vidi
come nulla quaggiú dispiace e dura.
Né men conobbi ancor gli studi e l’opre
stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto
saver del secol mio. Né vidi meno
da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo,
e da Boston a Goa, correr dell’alma
felicitá su l’orme a gara ansando
regni, imperi e ducati; e giá tenerla
o per le chiome fluttuanti, o certo
per l’estremo del boa.1 Cosí vedendo,
e meditando sovra i larghi fogli
profondamente, del mio grave, antico
errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

Auro secolo omai volgono, o Gino,
i fusi delle Parche. Ogni giornale,
gener vario di lingue e di colonne,
da tutti i lidi lo promette al mondo
concordemente. Universale amore,
ferrate vie, moltiplici commerci,
vapor, tipi e cholèra i piú divisi
popoli e climi stringeranno insieme.
Né maraviglia fia se pino o quercia
suderá latte e mele, o s’anco al suono
d’un walser danzerá. Tanto la possa
infin qui de’ lambicchi e delle storte,
e le macchine al cielo emulatrici
crebbero, e tanto cresceranno al tempo
che seguirá; poiché di meglio in meglio
senza fin vola e volerá mai sempre
di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Ghiande non ciberá certo la terra
però, se fame non la sforza; il duro
ferro non deporrá. Ben molte volte
argento ed òr disprezzerá, contenta
a pólizze di cambio. E giá dal caro
sangue de’ suoi non asterrá la mano
la generosa stirpe: anzi coverte
fien di stragi l’Europa e l’altra riva
dell’atlantico mar, fresca nutrice
di pura civiltá, sempre che spinga
contrarie in campo le fraterne schiere
di pepe o di cannella o d’altro aroma
fatal cagione, o di melate canne,
o cagion qual si sia ch’ad auro torni.
Valor vero e virtú, modestia e fede
e di giustizia amor, sempre in qualunque
pubblico stato, alieni in tutto e lungi
da’ comuni negozi, ovvero in tutto
sfortunati saranno, afflitti e vinti;
perché die’ lor natura, in ogni tempo
starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
con mediocritá, regneran sempre,
a galleggiar sortiti. Imperio e forze,
quanto piú vogli o cumulate o sparse,
abuserá chiunque avralle, e sotto
qualunque nome. Questa legge in pria
scrisser natura e il fato in adamante;
e co’ fulmini suoi Volta né Davy
lei non cancellerá, non Anglia tutta
con le macchine sue, né con un Gange
di politici scritti il secol novo.
Sempre il buono in tristezza, il vile in festa
sempre e il ribaldo: incontro all’alme eccelse
in arme tutti congiurati i mondi
fieno in perpetuo: al vero onor seguaci
calunnia, odio e livor: cibo de’ forti
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il debole, cultor de’ ricchi e servo
il digiuno mendico, in ogni forma
di comun reggimento, o presso o lungi
sien l’eclittica o i poli, eternamente
sará, se al gener nostro il proprio albergo
e la face del dí non vengon meno.

Queste lievi reliquie e questi segni
delle passate etá, forza è che impressi
porti quella che sorge etá dell’oro:
perché mille discordi e repugnanti
l’umana compagnia princípi e parti
ha per natura; e por quegli odii in pace
non valser gl’intelletti e le possanze
degli uomini giammai, dal dí che nacque
l’inclita schiatta, e non varrá, quantunque
saggio sia né possente, al secol nostro
patto alcuno o giornal. Ma nelle cose
piú gravi, intera, e non veduta innanzi,
fia la mortal felicitá. Piú molli
di giorno in giorno diverran le vesti
o di lana o di seta. I rozzi panni
lasciando a prova agricoltori e fabbri,
chiuderanno in coton la scabra pelle,
e di castoro copriran le schiene.
Meglio fatti al bisogno, o piú leggiadri
certamente a veder, tappeti e coltri,
seggiole, canapé, sgabelli e mense,
letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
di lor menstrua beltá gli appartamenti;
e nòve forme di paiuoli, e nòve
pentole ammirerá l’arsa cucina.
Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,
da Londra a Liverpool, rapido tanto
sará, quant’altri immaginar non osa,
il cammino, anzi il volo: e sotto l’ampie

vie del Tamigi fia dischiuso il varco,
opra ardita, immortal, ch’esser dischiuso
dovea, giá son molt’anni. Illuminate
meglio ch’or son, benché sicure al pari,
nottetempo saran le vie men trite
delle cittá sovrane, e talor forse
di suddita cittá le vie maggiori.
Tali dolcezze e sí beata sorte
alla prole vegnente il ciel destina.

Fortunati color che mentre io scrivo
miagolanti in su le braccia accoglie
la levatrice! a cui veder s’aspetta
quei sospirati dí, quando per lunghi
studi fia noto, e imprenderá col latte
dalla cara nutrice ogni fanciullo,
quanto peso di sal, quanto di carni,
e quante moggia di farina inghiotta
il patrio borgo in ciascun mese; e quanti
in ciascun anno partoriti e morti
scriva il vecchio prior: quando, per opra
di possente vapore, a milioni
impresse in un secondo, il piano e il poggio,
e credo anco del mar gl’immensi tratti,
come d’aeree gru stuol che repente
alle late campagne il giorno involi,
copriran le gazzette, anima e vita
dell’universo, e di savere a questa
ed alle etá venture unica fonte!

Quale un fanciullo, con assidua cura,
di fogliolini e di fuscelli, in forma
o di tempio o di torre o di palazzo,
un edificio innalza; e come prima
fornito il mira, ad atterrarlo è vòlto,
perché gli stessi a lui fuscelli e fogli

per novo lavorio son di mestieri;
cosí natura ogni opra sua, quantunque
d’alto artificio a contemplar, non prima
vede perfetta, ch’a disfarla imprende,
le parti sciolte dispensando altrove.
E indarno a preservar se stesso ed altro
dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
eternamente, il mortal seme accorre
mille virtudi oprando in mille guise
con dotta man: ché, d’ogni sforzo in onta,
la natura crudel, fanciullo invitto,
il suo capriccio adempie, e senza posa
distruggendo e formando si trastulla.
Indi varia, infinita una famiglia
di mali immedicabili e di pene
preme il fragil mortale, a perir fatto
irreparabilmente: indi una forza
ostil, distruggitrice, e dentro il fere
e di fuor da ogni lato, assidua, intenta
dal dí che nasce; e l’affatica e stanca,
essa indefatigata; insin ch’ei giace
alfin dall’empia madre oppresso e spento.
Queste, o spirto gentil, miserie estreme
dello stato mortal; vecchiezza e morte,
c’han principio d’allor che il labbro infante
preme il tenero sen che vita instilla;
emendar, mi cred’io, non può la lieta
nonadecima etá piú che potesse
la decima o la nona, e non potranno
piú di questa giammai l’etá future.
Però, se nominar lice talvolta
con proprio nome il ver, non altro in somma
fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,
e non pur ne’ civili ordini e modi,
ma della vita in tutte l’altre parti,
per essenza insanabile, e per legge

universal che terra e cielo abbraccia,
ogni nato sará. Ma novo e quasi
divin consiglio ritrovâr gli eccelsi
spirti del secol mio: che, non potendo
felice in terra far persona alcuna,
l’uomo obbliando, a ricercar si diêro
una comun felicitade; e quella
trovata agevolmente, essi di molti,
tristi e miseri tutti, un popol fanno
lieto e felice: e tal portento, ancora
da pamphlets, da riviste e da gazzette
non dichiarato, il civil gregge ammira.

Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume
dell’etá ch’or si volge! E che sicuro
filosofar, che sapienza, o Gino,
in piú sublimi ancora e piú riposti
subbietti insegna ai secoli futuri
il mio secolo e tuo! Con che costanza
quel che ieri scherní, prosteso adora
oggi, e domani abbatterá, per girne
raccozzando i rottami, e per riporlo
tra il fumo degl’incensi il dí vegnente!
Quanto estimar si dee, che fede inspira
del secol che si volge, anzi dell’anno,
il concorde sentir! con quanta cura
convienci a quel dell’anno, al qual difforme
fia quel dell’altro appresso, il sentir nostro
comparando, fuggir che mai d’un punto
non sien diversi! E di che tratto innanzi,
se al moderno si opponga il tempo antico,
filosofando il saper nostro è scorso!

Un giá de’ tuoi, lodato Gino, un franco
di poetar maestro, anzi di tutte
scienze ed arti e facoltadi umane,

e menti che fûr mai, sono e saranno,
dottore, emendator: — Lascia — mi disse —
i propri affetti tuoi. Di lor non cura
questa virile etá, vòlta ai severi
economici studi, e intenta il ciglio
nelle pubbliche cose. Il proprio petto
esplorar che ti val? Materia al canto
non cercar dentro te. Canta i bisogni
del secol nostro, e la matura speme. —
Memorande sentenze! ond’io solenni
le risa alzai quando sonava il nome
della speranza al mio profano orecchio
quasi comica voce, o come un suono
di lingua che dal latte si scompagni.
Or torno addietro, ed al passato un corso
contrario imprendo, per non dubbi esempi
chiaro oggimai ch’al secol proprio vuolsi
non contraddir, non repugnar, se lode
cerchi e fama appo lui, ma fedelmente
adulando ubbidir: cosí per breve
ed agiato cammin vassi alle stelle.
Ond’io, degli astri desioso, al canto
del secolo i bisogni omai non penso
materia far; ché a quelli, ognor crescendo,
proveggono i mercati e le officine
giá largamente; ma la speme io certo
dirò, la speme, onde visibil pegno
giá concedon gli dèi; giá, della nova
felicitá principio, ostenta il labbro
de’ giovani, e la guancia, enorme il pelo.

O salve, o segno salutare, o prima
luce della famosa etá che sorge!
Mira dinanzi a te come s’allegra
la terra e il ciel, come sfavilla il guardo
delle donzelle, e per conviti e feste

qual de’ barbati eroi fama giá vola.
Cresci, cresci alla patria, o maschia certo
moderna prole! All’ombra de’ tuoi velli
Italia crescerá, crescerá tutta
dalle foci del Tago all’Ellesponto
Europa, e il mondo poserá sicuro.
E tu comincia a salutar col riso
gl’ispidi genitori, o prole infante,
eletta agli aurei dí: né ti spauri
l’innocuo nereggiar de’ cari aspetti.
Ridi, o tenera prole: a te serbato
è di cotanto favellare il frutto;
veder gioia regnar, cittadi e ville,
vecchiezza e gioventú del par contente,
e le barbe ondeggiar lunghe due spanne.

Ecco alcuni appunti riguardanti l’analisi della Palinodia:

Riguardo a “La palinodia al marchese Gino Capponi” non abbiamo molte notizie per quanto riguarda la sua composizione. “Palinodia” viene dalla retorica classica e significa ritrattazione. Un personaggio che ha parlato di una cosa, si ricrede e scrive un testo nel quale dice che ha sbagliato. Qui si tratta di un titolo ironico per Leopardi non ha cambiato idea. Questo canto che precede la conclusione dell’esercizio poetico dello scrittore è un’operazione costata non poco allo scrittore. Si tratta di un testo lungo in cui egli si difende dalle accuse che spesso gli venivano lanciate di essere un emarginato, un personaggio sgradevole, con idee negative di critica pervicace e crudele nei confronti di tutto e c’è il dramma leopardiano: uno scrittore in contrasto con i suoi tempi. Manzoni per esempio si muove nella corrente culturale del romanticismo mentre Leopardi no. Non è solo questione di adesione a una poetica o pure no. All’ora era indispensabile esser collocati e riconoscibili in una cultura. Leopardi aveva questo problema accresciuto dal fatto che è scettico su tutto ciò che lo circonda. Per un intellettuale di questo periodo si sentiva in modo forte l’esigenza di un impegno diretto nella causa nazionale/democratica: sono periodi difficili (l’Italia aveva assaggiato la libertà grazie ai Francesi che però non dura molti anni quando arrivano gli Austriaci e ritornano i vecchi principi e duchi che frammentano il paese. L’esperienza era troppo recente per cui non si poteva pensare che l’intelligenza italiana coinvolta potesse calare una tela come se tutto fosse finito e si potesse tornare indietro).

Leopardi, che sente la necessità morale di intervenire sul mondo, ma ha una concezione del mondo disincantata, in cui rifiuta la funzione dell’intellettuale impegnato, fatalmente veniva a trovarsi in situazioni non facili. Da un lato si riconosceva la sua bravura, che non è solo la capacità di far versi, e dall’altro veniva riconosciuto il rigore, l’acutezza, l’originalità del suo pensiero che non si concretava in un pensiero filosofico e che però inseriva nella sua scrittura e nella poesia delle argomentazioni che finivano, da un punto di vista argomentativo e ideologico, per scontentare tutti. Questo impegno degli intellettuali italiani non significa che questi assumessero le stesse posizioni. C’è un insieme di elementi di cui bisogna tener conto e questo fa si che si crei una situazione paradossale: questi decenni non esprimono in realtà un alto livello letterario (eccetto Manzoni e Leopardi, gli altri scrittori non raggiungono un alto livello). Una delle ragioni potrebbe essere il fatto che spesso una poesia di tipo patetico-sentimentale, di un romanticismo debole pronto per essere accettato da un pubblico vasto, e dall’altra parte una poesia legata ai valori della patria. La poesia doveva avere uno stile facile per raggiungere i lettori: melodioso. Stabilito questo Leopardi si muove in una direzione completamente diversa consapevole che questo comporta dei rischi. Leopardi in quest’opera finge di dare ai suoi accusatori ragione. Qui usa endecasillabi sciolti che indicano una poesia discorsiva, più facile per certi aspetti ma con delle difficoltà. Al primo verso è forte “errai” come prima parola della poesia, indica che ha sbagliato, ed è riferito a Gino Capponi: liberale di matrice cattolica, toscano, che era diventato importante nel “Circolo dell’antologia” e in Toscana l’atteggiamento del Gran Ducato era meno oppressivo, aveva una maggiore tolleranza anche per ragioni culturali, anche se Firenze non è, in questo periodo, un centro culturale tra i più vivace, più importanti sono Milano e Napoli. Quello che colpisce è l’aggettivo a “Gino” che è “candido”: non ingenuo ma onesto, una persona che crede a quello che gli viene detto (ripresa dell’opera di Voltaire “Candido” dove il personaggio è un po’ ingenuo perchè non si accorge del male). Quando il Capponi lesse quest’epistola satirica (non direttamente riferita a lui) scrisse delle parole di circostanza a Leopardi, ringraziandolo di averlo citato. Abbiamo un “tu” da parte di un intellettuale a un altro, il tu pone un rapporto più diretto e immediato, che non ha bisogno di mediazione (come il tu rivolto al lettore). Il pubblico qui è sia di intellettuali sia di lettori: poesia dove più spesso si parla della “Gazzette”. L’autore si rende conto che nel futuro la cultura su diffonderà più attraverso i periodici e i giornali che attraverso i libri. Dobbiamo prendere atto di questa capacità intuitiva dello scrittore che si rende conto come allargandosi il pubblico di lettori ci sarà un abbassarsi del livello culturale, perchè per arrivare a un pubblico più ampio parli anche ai non intellettuali che voglio essere informati sulla cultura. Il valore del paese si valuta se c’è un pubblico che segue gli intellettuali. I peccati sono due: uno è quello filosofico, ovvero ritiene che la vita non ha senso, e l’altro è storico, ovvero dare una valutazione negativa del presente. Dice con chiarezza che assume una posizione radicalmente negativa. La reazione al duplice peccato fu che i lettori videro la sua scrittura intollerabile, e si prende l’ironia di definire beata la “prole mortal”. Dice Leopardi che bisogna avere una doppia morale se il fine è quello di avere un pubblico ampio. Bisogna organizzare il piacere del pubblico su questi argomenti, omettendo quelli che potrebbero metterlo in crisi. Dire la verità dovrebbe essere il compito prioritario dello scrittore ma se la verità diventa negativa verso un fine positivo che dovrebbe avere allora c si chiede come bisogna fare letteratura. Dice che da un lato il pubblico si meraviglia per le sue tesi e dall’altra parte reagisce sdegnato, e dice questo “dall’Eden odorato in cui soggiorna”, ovvero un posto più in alto, ma in realtà la società non è così paradisiaca. Ride il pubblico perchè si sente superiore, ma qui è un meccanismo di difesa: non si prende sul serio quello che dice lo scrittore che viene attaccato. Leopardi sembra un personaggio segnato, un reietto, sembra un cattivo che è pure sgradevole. Dice che è “incapace e inesperto” di provare i piaceri della vita e anche dell’amore. Le sue idee vengono disprezzate e riportate a una situazione disgraziata del personaggio. Le idee non vengono contraddette o giudicate con argomentazioni ma si dice che se lui è così allora scrive in quel modo (non dovrebbe importare com’è il personaggio ma quello che scrive, le idee andrebbero combattute non derise). Ritorna il discorso del fatto che c’è in questo stile qualcosa pariniano (Parini è importante per Leopardi). Il discorso è una satira intorno a come si comportano coloro che sono i depositari di questa cultura che vengono posti in un caffè, dove bevono e mangia, dove si sentono gli ordini dati ai camerieri e delle tazze e dei cucchiai. Il dibattito culturale che parte dai giornali viene discusso da varie cerchie (dobbiamo pensare alla cultura del caffè letterario: andando in luoghi di ritrovo incontravi avventori che discutevano di argomenti culturali). Il linguaggio parodico è ripreso da Parini: come se stessero facendo una battaglia, ovvero la battaglia delle idee,ma questo è svilito dal fatto che la discussione avviene nel caffè dove sembra più importante il bere e mangiare. Comincia un discorso che si allarga un po’ in cui lui dice che si è sbagliato e che in realtà noi stiamo vivendo un mondo in progresso. Leopardi qui trascura l’evento che ha cambiato la cultura e la società. Il discorso di allarga all’intero mondo perchè l’idea del progresso ero vista come un fenomeno globale: dal nord al sud, e tutto questo ha provocato a gara la felicità di regni, imperi e ducati. Questo è perchè c’è un’idea che le istituzioni variano molto. Uno dei problemi che aveva interessato gli studiosi era quale sia la forma migliore di governo e questo ha interessato molti studiosi. Lui dice che prova vergogna per il suo errore, ma questa vergogna non è quella provata nei componimenti amorosi , qui l’errore citato è assolutamente ironico. Dice che arriverà l’età dell’oro: rivoluzione industriale ancora non arrivata all’Italia ma vi arriverà e porterà “universale amore, ferrate vie, moltiplici commerci, vapor, tipi e cholera (…)” (ferrovia usata molto il letteratura, sia come positivo che come negativo, come mezzo di morte, come in “Anna Karenina”). Dal verso 48 abbiamo un omaggio a Monti per la creazione dei palloni: si inizierà a volare, e questa è un’idea di progresso. Tutto questo renderà felici i sopravvissuti (nel testo tre personaggi biblici sopravvissuti al diluvio universale: cambiamento radicale avuto con la rivoluzione). Ci sono salti continui di riferimenti del nostro immaginario occidentale. Sembra dire la nuova civiltà non baderà più all’oro o all’argento al verso 58) perchè è riferito al fatto che hanno invento nuove forme di pagamento: polizze di cambio. Ma questo progresso non farà finire la fame dell’oro e dell’argento perchè le guerre per questi continuano ad esserci. Fa riferimento anche a quello che avveniva nell’America del Sud dove le colonie si ribellavano alla Francia e alla Spagna. Alcuni scavatori avevano visto in questo nuovo mondo un’immagine più positiva. Le guerre non scoppieranno per principi leali ma per “pepe e cannella”. Quello che conta è il fatto che qualsiasi guerra che avviene ha come fondo il motivo economico. La virtù, la verità e la giustizia sono discorsi che si trovano sono sulle gazzette, è la questione della doppia verità. Ciò che prevale è la frode e la violenza. Fin dall’inizio del genere umano quello che conta è la forza (abbiamo molti spunti di autori diversi come Machiavelli). Fa una storia che rovescia i luoghi comuni del progress
o e la positività di questo. Alla fine tutti avranno l’odio di tutti in perpetuo. Attacca il giornale come megafono di quello che sta accadendo. Quello che cambierà è solo la moda non il mondo. Descrive molti oggetti: con il progresso della rivoluzione industriale e con l’instaurarsi della borghesia avrà un potenziale economico che gli permetterà di comprare vestiti e ornare la casa (mentre secondo Parini sono gli aristocratici potevano).

 

Palinodia: c’è un atteggiamento da parte dell’autore distruttivo e negativo nei confronti della cultura contemporanea e c’è la questione della sua visione del tempo.
Verso 135: definire il pianto del fanciullo appena nato come miagolante significa riportare l’essere umano alla sua natura non nobile, come se il neonato fosse cucciolo di animale. Qui è un gioco tipico di questa letteratura: la tecnica del capovolgimento. In genere i piccoli sono molto amati, non solo dai genitori, ma anche dai parenti e dagli amici hanno un atteggiamento estremamente positivo, mentre qui, Leopardi non vuole degradare il momento della nascita e della felicità, è, invece, una riflessione, perchè questa poesia vuole avere delle reazioni ostili da parte del lettore. Quando noi leggiamo un testo polemico, con una prospettica ideologica nichilistica, e in questo testo leggiamo citati dei personaggi e delle questioni contemporanee, noi possiamo avere nei confronti di questo testo un atteggiamento multiforme, ad alcuni può piacere e altri lo attaccheranno dal punto di vista dei contenuti. Il testo è stato scritto per quei tempi, poi, col passere del tempo, prevale di uno scrittore una certa immagine che diventa stereotipo, e poi dello scrittore si fanno delle selezioni: si leggono solo alcuni testi. Di Gino Capponi sappiamo poco. Il testo impregnato di contemporaneità è più difficile da commentare perchè mentre il lettore del tempo sa percepire i dettagli, noi non siamo in grado, noi abbiamo bisogno delle note. Ma se vogliamo conoscere l’autore e leggere cosa scrive, con un testo così ampio, dobbiamo tenerne conto. Lo scrittore vuole fare un discorso generale che riguardi tutto quello che lo circonda: mette a nudo una società che tende ad essere reticente e sorvolare su discorsi più importanti. La questione che si stava diffondendo dal 700 è quella più scientifica. La fonte del sapere non sarà più lo studio dei libri, perchè la cultura moderna tenderà a semplificare, ad abbassare i toni, la cultura finirà sui giornali, sulle gazzette che devono stringere e quindi da solo dei frammenti perchè tagli: è una cultura spezzata dove manca il profilo e il quadro, sono tante tessere dove il lettore viene a conoscenza di notizie e documentari che danno solo una visione parziale, dove può prevale l’attenzione di un problema e poi per un altro. Questo non vale per tutti, ma è la tendenza nominante.
Al verso 151-152 si spiga l’inesistenza ormai del rapporto col libro.
Più avanti se la prende con la natura, quella distruttiva.
Al verso 170 riprende una tematica tipica sua: fa una disegno dell’esistenza umana dalla nascita alla morte, nella quale l’essere umano si trova di fronte a mali che possono venire da fuori, ma anche dal di dentro, per questo motivo Leopardi non riesce ad essere felice quando nasce una bambino, perchè sa quello che dovrà sopportare. “O spirito gentil” è riferito a Gino Capponi nel senso che è personaggi intellettuale di alto livello, ma anche lui è toccato dalla morte e dalla vecchiaia. Se il bimbo sopravvive avrà un’educazione, ma avrà una serie di difficoltà. Al verso 189 dice che nemmeno il futuro può distruggere il problema.
Il suo scopo è dire il vero, demistificando quelle parole positive del progressismo dell’800. Dice che gli intellettuali di questo periodo hanno trovato una situazione: spostano l’attenzione dalla felicità del singolo creando un’alternativa, il bene è quella comune, della società. La somma delle infelicità individuali diventa per gli individuali una comunità lieti e felici. Fa sentire il vero disprezzo per i pamphlets: il ruolo delle assemblee che avevano la capacità di convincere, viene colto da Leopardi che si accorge della violenza verbale, della capacità di colpire e persuadere, porta il pubblico ad essere un “gregge” (verso 207).
Incamminandosi verso questa cultura, che non è agganciata a fatti reali, è assolutamente superficiale. Non abbiamo più dei gruppi ristretti che studiando e parlano tra loro, l’obiezione che viene fatta è che si tratta da parte di Leopardi un’idea di cultura troppo aristocratica: quando la cultura arriva ai ceti più bassi bisogna adottare tecniche di comunicazioni diversi tenendo il rischio che cultura diventi una specie di parole d’ordine, di slogan. Dice che in questo alternarsi di programmi e di prese di posizione, colui che si fa portavoce di questo prende come bersaglio il tempo precedente: propone la sua valutazione come se fosse un progresso rispetto al passato, perchè ciò che è passato è qualcosa di ormai superato. Questo è un fenomeno tipico della società borghese già analizzato da Parini. Dal verso 227 c’è un attacco a un autore di cui non sappiamo la vera identità, si pensa sia a Tommaseo, perchè era un intellettuale conosciuta, eclettico, ed era un personaggio completamente diverso rispetto al ruolo dell’intellettuale. Tommaseo era molto importante politicamente e inoltre era cattolico, partecipò attivamente alla battaglia risorgimentale, fu uno dei personaggi capitali nella resistenza di Venezia nella prima guerra di Indipendenza. Era linguista importante, cominciò un vocabolario non terminato, ha scritto dei racconti con uno stile originale e ha scritto “Fede e Bellezza”, il primo romanzo psicologico italiano. Non siamo sicuri che il bersaglio sia Tommaseo, ma questo è un intellettuale completamente opposto a Leopardi.
Se questa è una società in movimento, dove stanno prendendo piede nuove scienze, ha ancora senso esplorare la propria interiorità? (verso 236) E’ un dibattito molto ampio in questi tempi. Durante l’800 prevale il modello dell’intellettuale impegnato, che ritengono che il fine della propria letteratura sia farsi portavoce del proprio tempo, non il modello di Leopardi. Mentre nel secondo 800 non abbiamo più gli ideali dell’inizio del secolo, e abbiamo anche degli argomenti sui quali gli intellettuali si dividono.
Si tratta di un componimento anche profetico: è in grado di anticipare quello che può accadere. Quindi ha senso ancora esplorare la propria interiorità? No bisogna descrivere la realtà con i suoi bisogni e inoltre dare una soluzione positiva, dire che i problemi si possono risolvere. Quindi lui dice che farà come gli viene consigliato: ritrae la posizione del mondo e per avere fama “fedelmente adulando e ubbidir”. Nel verso 250 sono citate le stelle, ma non sono descritte come il fato, o nella visione dantesca, ma si riferisce al salire in alto, avere la fama, infatti nella letteratura antica “salire verso le stelle” era tipico degli eroi (dopo la loro morte avevano la certezza che sarebbe stato immortalato nelle costellazioni che avrebbero mostrato la loro immagine). Lui che scrive poesia può solo celebrare la speranza, perchè a raccontare la realtà ci penserà il romanzo.
La storia del “pelo” è geniale: il romanticismo aveva riportato la barba negli uomini, che era il simbolo delle persone mature e sagge. Anche le donne sono affascinate dalla barba.
Termina dicendo che la felicità si diffonderà ovunque, e tutti saranno felici, e la felicità si esprimerà con il movimento ondeggiante delle barbe degli intellettuali giovani e meno giovani. E’ in tratto fisico che deve marcare l’appartenenza: il fatto che avere un tratto fisico che ti marca, e che ti fa rientrare in un gruppo significa che tu ti avvalori. E’ più importante la barba che quello che si ha nel cervello.
Questo testo è importante perchè è stato collocato da un Leopardi che stava già male, alla fine dei canti. La fine è una successione di poesie diverse tra loro.
Leopardi ad un certo punto ha sentito il bisogno di fare una poesia diversa: sente l’esigenza da un lato di difendersi e dall’altro di attaccare. Era in una fase di malattia e di senso della fine e questo diventa un discorso in cui dice quello che pensa. C’è una fase in cui Leopardi cerca di farsi conoscere e costruisce la sua immagine di scrittore attraverso delle composizione che sono lontane da queste, ha un itinerario abbastanza variegato, che si chiude con Bruto Minore, poi c’è la fase dei Grandi Idilli che è quella che gli ha dato la fama. A lanciare Leopardi fu Giordani, un intellettuale non poesia, era un saggista non romantico che aveva molto prestigio ed era conosciuto nelle accademie importanti del tempo. Dopo le varie pubblicazioni, la forza poetica degli Idilli diede a Leopardi molti lettori.

   
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