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La palinodia al marchese Gino Capponi – analisi scritto di Leopardi



Composta a Napoli forse nel 1835, in duecentosettantanove endecasillabi sciolti, fu pubblicata la prima volta nell’edizione di Napoli 1835.

Per quanto riguarda il tema del ciclo di Aspasia siamo di fronte a una sintesi dell’esistenza in chiave tragica, è presente il tema della sofferenza d’amore e la contrapposizione alla speranza di un percorso in meglio, di un evoluzione e progresso costante del genere umano.

Ci si ritrova quindi immersi nel pessimiso cosmico leopardiano e alla caduta delle illusioni.

Ecco il testo di “La palinodia al marchese Gino Capponi”:

Errai, candido Gino; assai gran tempo,
e di gran lunga errai. Misera e vana
stimai la vita, e sovra l’altre insulsa
la stagion ch’or si volge. Intolleranda
parve, e fu, la mia lingua alla beata
prole mortal, se dir si dee mortale
l’uomo, o si può. Fra Meraviglia e sdegno,
dall’Eden odorato in cui soggiorna,
rise l’alta progenie, e me negletto
disse, o mal venturoso, e di piaceri
o incapace o inesperto, il proprio fato
creder comune, e del mio mal consorte
l’umana specie. Alfin per entro il fumo
de’ sigari onorato, al romorio
de’ crepitanti pasticcini, al grido
militar, di gelati e di bevande
ordinator, fra le percosse tazze
e i branditi cucchiai, viva rifulse
agli occhi miei la giornaliera luce

delle gazzette. Riconobbi e vidi
la pubblica letizia, e le dolcezze
del destino mortal. Vidi l’eccelso
stato e il valor delle terrene cose,
e tutto fiori il corso umano, e vidi
come nulla quaggiú dispiace e dura.
Né men conobbi ancor gli studi e l’opre
stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto
saver del secol mio. Né vidi meno
da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo,
e da Boston a Goa, correr dell’alma
felicitá su l’orme a gara ansando
regni, imperi e ducati; e giá tenerla
o per le chiome fluttuanti, o certo
per l’estremo del boa.1 Cosí vedendo,
e meditando sovra i larghi fogli
profondamente, del mio grave, antico
errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

Auro secolo omai volgono, o Gino,
i fusi delle Parche. Ogni giornale,
gener vario di lingue e di colonne,
da tutti i lidi lo promette al mondo
concordemente. Universale amore,
ferrate vie, moltiplici commerci,
vapor, tipi e cholèra i piú divisi
popoli e climi stringeranno insieme.
Né maraviglia fia se pino o quercia
suderá latte e mele, o s’anco al suono
d’un walser danzerá. Tanto la possa
infin qui de’ lambicchi e delle storte,
e le macchine al cielo emulatrici
crebbero, e tanto cresceranno al tempo
che seguirá; poiché di meglio in meglio
senza fin vola e volerá mai sempre
di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Ghiande non ciberá certo la terra
però, se fame non la sforza; il duro
ferro non deporrá. Ben molte volte
argento ed òr disprezzerá, contenta
a pólizze di cambio. E giá dal caro
sangue de’ suoi non asterrá la mano
la generosa stirpe: anzi coverte
fien di stragi l’Europa e l’altra riva
dell’atlantico mar, fresca nutrice
di pura civiltá, sempre che spinga
contrarie in campo le fraterne schiere
di pepe o di cannella o d’altro aroma
fatal cagione, o di melate canne,
o cagion qual si sia ch’ad auro torni.
Valor vero e virtú, modestia e fede
e di giustizia amor, sempre in qualunque
pubblico stato, alieni in tutto e lungi
da’ comuni negozi, ovvero in tutto
sfortunati saranno, afflitti e vinti;
perché die’ lor natura, in ogni tempo
starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
con mediocritá, regneran sempre,
a galleggiar sortiti. Imperio e forze,
quanto piú vogli o cumulate o sparse,
abuserá chiunque avralle, e sotto
qualunque nome. Questa legge in pria
scrisser natura e il fato in adamante;
e co’ fulmini suoi Volta né Davy
lei non cancellerá, non Anglia tutta
con le macchine sue, né con un Gange
di politici scritti il secol novo.
Sempre il buono in tristezza, il vile in festa
sempre e il ribaldo: incontro all’alme eccelse
in arme tutti congiurati i mondi
fieno in perpetuo: al vero onor seguaci
calunnia, odio e livor: cibo de’ forti

il debole, cultor de’ ricchi e servo
il digiuno mendico, in ogni forma
di comun reggimento, o presso o lungi
sien l’eclittica o i poli, eternamente
sará, se al gener nostro il proprio albergo
e la face del dí non vengon meno.

Queste lievi reliquie e questi segni
delle passate etá, forza è che impressi
porti quella che sorge etá dell’oro:
perché mille discordi e repugnanti
l’umana compagnia princípi e parti
ha per natura; e por quegli odii in pace
non valser gl’intelletti e le possanze
degli uomini giammai, dal dí che nacque
l’inclita schiatta, e non varrá, quantunque
saggio sia né possente, al secol nostro
patto alcuno o giornal. Ma nelle cose
piú gravi, intera, e non veduta innanzi,
fia la mortal felicitá. Piú molli
di giorno in giorno diverran le vesti
o di lana o di seta. I rozzi panni
lasciando a prova agricoltori e fabbri,
chiuderanno in coton la scabra pelle,
e di castoro copriran le schiene.
Meglio fatti al bisogno, o piú leggiadri
certamente a veder, tappeti e coltri,
seggiole, canapé, sgabelli e mense,
letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
di lor menstrua beltá gli appartamenti;
e nòve forme di paiuoli, e nòve
pentole ammirerá l’arsa cucina.
Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,
da Londra a Liverpool, rapido tanto
sará, quant’altri immaginar non osa,
il cammino, anzi il volo: e sotto l’ampie

vie del Tamigi fia dischiuso il varco,
opra ardita, immortal, ch’esser dischiuso
dovea, giá son molt’anni. Illuminate
meglio ch’or son, benché sicure al pari,
nottetempo saran le vie men trite
delle cittá sovrane, e talor forse
di suddita cittá le vie maggiori.
Tali dolcezze e sí beata sorte
alla prole vegnente il ciel destina.

Fortunati color che mentre io scrivo
miagolanti in su le braccia accoglie
la levatrice! a cui veder s’aspetta
quei sospirati dí, quando per lunghi
studi fia noto, e imprenderá col latte
dalla cara nutrice ogni fanciullo,
quanto peso di sal, quanto di carni,
e quante moggia di farina inghiotta
il patrio borgo in ciascun mese; e quanti
in ciascun anno partoriti e morti
scriva il vecchio prior: quando, per opra
di possente vapore, a milioni
impresse in un secondo, il piano e il poggio,
e credo anco del mar gl’immensi tratti,
come d’aeree gru stuol che repente
alle late campagne il giorno involi,
copriran le gazzette, anima e vita
dell’universo, e di savere a questa
ed alle etá venture unica fonte!

Quale un fanciullo, con assidua cura,
di fogliolini e di fuscelli, in forma
o di tempio o di torre o di palazzo,
un edificio innalza; e come prima
fornito il mira, ad atterrarlo è vòlto,
perché gli stessi a lui fuscelli e fogli

per novo lavorio son di mestieri;
cosí natura ogni opra sua, quantunque
d’alto artificio a contemplar, non prima
vede perfetta, ch’a disfarla imprende,
le parti sciolte dispensando altrove.
E indarno a preservar se stesso ed altro
dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
eternamente, il mortal seme accorre
mille virtudi oprando in mille guise
con dotta man: ché, d’ogni sforzo in onta,
la natura crudel, fanciullo invitto,
il suo capriccio adempie, e senza posa
distruggendo e formando si trastulla.
Indi varia, infinita una famiglia
di mali immedicabili e di pene
preme il fragil mortale, a perir fatto
irreparabilmente: indi una forza
ostil, distruggitrice, e dentro il fere
e di fuor da ogni lato, assidua, intenta
dal dí che nasce; e l’affatica e stanca,
essa indefatigata; insin ch’ei giace
alfin dall’empia madre oppresso e spento.
Queste, o spirto gentil, miserie estreme
dello stato mortal; vecchiezza e morte,
c’han principio d’allor che il labbro infante
preme il tenero sen che vita instilla;
emendar, mi cred’io, non può la lieta
nonadecima etá piú che potesse
la decima o la nona, e non potranno
piú di questa giammai l’etá future.
Però, se nominar lice talvolta
con proprio nome il ver, non altro in somma
fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,
e non pur ne’ civili ordini e modi,
ma della vita in tutte l’altre parti,
per essenza insanabile, e per legge

universal che terra e cielo abbraccia,
ogni nato sará. Ma novo e quasi
divin consiglio ritrovâr gli eccelsi
spirti del secol mio: che, non potendo
felice in terra far persona alcuna,
l’uomo obbliando, a ricercar si diêro
una comun felicitade; e quella
trovata agevolmente, essi di molti,
tristi e miseri tutti, un popol fanno
lieto e felice: e tal portento, ancora
da pamphlets, da riviste e da gazzette
non dichiarato, il civil gregge ammira.

Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume
dell’etá ch’or si volge! E che sicuro
filosofar, che sapienza, o Gino,
in piú sublimi ancora e piú riposti
subbietti insegna ai secoli futuri
il mio secolo e tuo! Con che costanza
quel che ieri scherní, prosteso adora
oggi, e domani abbatterá, per girne
raccozzando i rottami, e per riporlo
tra il fumo degl’incensi il dí vegnente!
Quanto estimar si dee, che fede inspira
del secol che si volge, anzi dell’anno,
il concorde sentir! con quanta cura
convienci a quel dell’anno, al qual difforme
fia quel dell’altro appresso, il sentir nostro
comparando, fuggir che mai d’un punto
non sien diversi! E di che tratto innanzi,
se al moderno si opponga il tempo antico,
filosofando il saper nostro è scorso!

Un giá de’ tuoi, lodato Gino, un franco
di poetar maestro, anzi di tutte
scienze ed arti e facoltadi umane,

e menti che fûr mai, sono e saranno,
dottore, emendator: — Lascia — mi disse —
i propri affetti tuoi. Di lor non cura
questa virile etá, vòlta ai severi
economici studi, e intenta il ciglio
nelle pubbliche cose. Il proprio petto
esplorar che ti val? Materia al canto
non cercar dentro te. Canta i bisogni
del secol nostro, e la matura speme. —
Memorande sentenze! ond’io solenni
le risa alzai quando sonava il nome
della speranza al mio profano orecchio
quasi comica voce, o come un suono
di lingua che dal latte si scompagni.
Or torno addietro, ed al passato un corso
contrario imprendo, per non dubbi esempi
chiaro oggimai ch’al secol proprio vuolsi
non contraddir, non repugnar, se lode
cerchi e fama appo lui, ma fedelmente
adulando ubbidir: cosí per breve
ed agiato cammin vassi alle stelle.
Ond’io, degli astri desioso, al canto
del secolo i bisogni omai non penso
materia far; ché a quelli, ognor crescendo,
proveggono i mercati e le officine
giá largamente; ma la speme io certo
dirò, la speme, onde visibil pegno
giá concedon gli dèi; giá, della nova
felicitá principio, ostenta il labbro
de’ giovani, e la guancia, enorme il pelo.

O salve, o segno salutare, o prima
luce della famosa etá che sorge!
Mira dinanzi a te come s’allegra
la terra e il ciel, come sfavilla il guardo
delle donzelle, e per conviti e feste

qual de’ barbati eroi fama giá vola.
Cresci, cresci alla patria, o maschia certo
moderna prole! All’ombra de’ tuoi velli
Italia crescerá, crescerá tutta
dalle foci del Tago all’Ellesponto
Europa, e il mondo poserá sicuro.
E tu comincia a salutar col riso
gl’ispidi genitori, o prole infante,
eletta agli aurei dí: né ti spauri
l’innocuo nereggiar de’ cari aspetti.
Ridi, o tenera prole: a te serbato
è di cotanto favellare il frutto;
veder gioia regnar, cittadi e ville,
vecchiezza e gioventú del par contente,
e le barbe ondeggiar lunghe due spanne.

Ecco alcuni appunti riguardanti l’analisi della Palinodia:

La Palinodia è un componimento poetico che interpreta la sconfessione e la reinterpretazione delle proprie posizioni, tuttavia all’interno del titolo “La palinodia al marchese Gino Capponi” ci accorgiamo ben presto che la Paolinda è inserita in chiave ironica: infatti Leopardi è piuttosto lontano dall’avere cambiato il proprio pensiero e la propria visione delle cose, e nel componimento oltre a difendersi attacca.

Nel testo Leopardi esercita le proprie difese a fronte di chi invece lo ha sempre accusato; le accuse più sentite e rivolte allo scrittore erano quelle di essere un segregato dalla società, uno scrittore non apprezzato e dal pessimismo insopportabile e caratterizzato da crudeltà cinica.

Leopardi fra l’altro fugge la catalogazione, a differenza di altri autori come il Manzoni; Leopardi inoltre non si impegnò mai politicamente e pertanto non si interessò particolarmente impegnandosi nella lotta di liberazione nazionale, sfuggendo alle logiche classiche degli intelletuali schierati.

All’interno di “La palinodia al marchese Gino Capponi” Leopardi, di fronte a una lettura superficiale, darebbe conferma a chi lo critica, accettando le proprie colpe, tanto che già a partire dal primo verso ci dice che in passato “errò”, riferendosi a un intellettuale cattolico toscano, ovvero a Gino Capponi. Firenze in quel periodo era governata dal granducato di Toscana, che andava assumendo un atteggiamento di tipo culturale conciliante.

Gino Capponi viene definito “candido”, un aggettivo che in qualche modo ci ricorda l’ingenuità, qualcuno che crede a ogni cosa; fra l’altro questo aggettivo richiama uno dei personaggi di Voltaire, personaggio incapace di riconoscere il male.

Una circostanza buffa è quella per cui Capponi una volta letta l’epistola ringraziò Leopardi per essere stato citato.

La palinodia al marchese Gino Capponi” è rivolta a un pubblico di intellettuali.

Leopardi ci informa che la sua posizione è effettivamente e in maniera radicale di tipo negativo, si fa beffa delle parole rivolte al pubblico ampio, che presto sovrasterà il pubblico degli intellettuali, anche con la diffusione dei periodici, e chiama “prole mortal” la massa, definendola come beata.

Leopardi ci comunica che la realtà e la verità dovrebbero essere i compiti privilegiati dai letterati e che se tuttavia la verità è di carattere negativo allora si pongono degli interrogativi.

Il pubblico abita in “un Eden odorato”, arriva a provare persino scandalo per le tesi leopardiane, sentendosi più elevato rispetto allo scrittore, ma per Leopardi questo significa solo avviare un tentativo di difendersi da quanto espresso da lui stesso.

Leopardi si definisce “incapace e inesperto” riguardo ai pipaceri del vivere, così come per l’amore; pertanto trova facilmente disprezzo e le sue idee vengono rigettate solo perché chi le dice è Leopardi, andando a contestare il personaggio che le ha dette.

Vengono citate le innovazioni industriali che attendono l’Italia, viene omaggiato Monti nel verso 48, viene invocata la felicità e la giunta di una nuova età dell’oro.

Eppure le guerre non si fermeranno, e scoppieranno per questioni economiche (Leopardi parla di “pepe e cannella”) e non di ideali. Si ha una doppia verità. Nei giornali si parla di virtuosità e di giustizia ma òa natura dell’essere umano è quella della forza: la doppia verità consiste anche nella violenza e nel ladrocinio.

Cambieranno le mode ma non cambierà il mondo.

Intorno al verso 170 viene ripresa la tematica tipica di Leopardi riguardante la natura umana e di conseguenza la mortalità dell’uomo. Leopardi non resta felice di fronte alla nascita di nuovi nati, definiti da lui in precedenza “miagolanti”, proprio in quanto è presente la natura mortale dell’uomo.

Secondo Leopardi gli intellettuali hanno creato una felicità diversa da quella individuale, costruendo quella che viene a definirsi come una sorta di felicità della società, delle comunità.

Eppure Leopardi non solo non è convinto di questa felicità ma addirittura parla delle assemblee e della loro violenza nei discorsi, spesso persuasivi, arrivando a definire il pubblico di queste assemblee, nel verso 207, come “gregge”.

Leopardi ritiene che per via del mezzo utilizzato lo scivolamento della cultura verso metodologie di diffusione rivolte verso ceti più bassi possa generare una cultura fatta più che altro di frasi fatte e pertanto una perdita di tono della cultura stessa.

Altro elemento che emerge nell’analisi di “La Palinodia al marchese Gino Capponi” è quella che troviamo intorno al verso 227, dove si riscontra quello che sembra essere un attacco a Tommaseo, un intellettuale cattolico, attivo politicamente e noto per la sua partecipazione al risorgimento.

Leopardi ci parla poi di una società in continua evoluzione, grazie alla dinamicità delle scoperte scientifiche e ci pone un interrogativo: ha ancora senso chiedersi a riguardo e andare a scoprire la propria spiritualità?

Secondo la sua opinione è doveroso descrivere la realtà per quello che è realmente, cercando di trovare una soluzione ai problemi di quest’ultima.


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