"La nausea" di Jean Paul Sartre: breve opinione su un buon libro

Libro la nausea di Sartre opinione e commentoOpinione-su-Sartre-La-Nausea

Jean-Paul Sartre scrisse “La nausea” (originariamente Melancholia) nel 1932 ma pubblicò il libro solo dopo il termine di accurate revisioni nel 1938.

Trama del libro:

Dopo aver viaggiato a lungo, Roquentin si è stabilito a Bouville, tra feroci persone dabbene. Abita vicino alla stazione, in un albergo per commessi viaggiatori e scrive una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signor de Rollebon. Il lavoro lo porta spesso alla biblioteca municipale dove il suo amico autodidatta, un umanista, s’istruisce leggendo i libri in ordine rigorosamente alfabetico. La sera Roquentin va a sedersi a un tavolino del “Ritrovo dei Ferrovieri” ad ascoltare un disco – sempre lo stesso: Some of these days. E, a volte, sale in camera al primo piano con la padrona del bistrot. Da quattro anni Anny, la donna amata, è scomparsa. Pretendeva sempre di aver dei “momenti perfetti” e si sfiniva immancabilmente in sforzi minuziosi e vani per rimettere insieme il mondo intorno a lei. Si sono lasciati; attualmente Roquentin perde goccia a goccia il proprio passato, sprofondando sempre più in uno strano e losco presente. La sua stessa vita non ha più senso: credeva di avere avuto delle belle avventure, ma non ci sono più avventure, ha solo delle “storie”. Si attacca al signor de Rollebon: il morto dovrebbe fornire una giustificazione al vivente.
Allora comincia la sua vera avventura, una metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione; è la nausea che vi prende a tradimento e vi fa galleggiare in una tiepida palude temporale: È stato Roquentin a cambiare? O è stato il mondo? Mura, giardini e caffè vengono bruscamente assaliti da nausea; altre volte Roquentin si sveglia in una giornata malefica: qualcosa è in putrefazione nell’aria, nella luce, nei gesti della gente. Il signor de Rollebon torna a morire; un morto non può mai giustificare un vivente. Roquentin si trascina a casaccio per le strade, corpulento e ingiustificabile. E poi, il primo giorno di primavera, capisce il senso della sua avventura: la nausea è l’esistenza che si svela – e non è bella a vedersi, l’esistenza. Roquentin conserva ancora un briciolo di speranza: Anny gli ha scritto, la rivedrà. Ma Anny è diventata una cicciona greve e disperata; ha rinunciato ai suoi momenti perfetti, come Roquentin alle avventure; anche lei, a suo modo, ha scoperto l’esistenza: non hanno più nulla da dirsi. Roquentin torna alla solitudine, sprofondando nell’enorme natura accasciata sulla città e di cui prevede i prossimi cataclismi. Che fare? chiamare in aiuto altri uomini? Ma gli altri uomini sono gente dabbene: si scambiano gran scappellate e ignorano d’esistere. Lui deve abbandonare un’ultima volta Some of these Days e, mentre il disco gira, intravede una possibilità, un’esile possibilità di accettarsi.”

Forse nessun altro romanzo riesce a descrivere meglio di questo la sofferenza dell’uomo rapportata all’esistente, e nessun altro romanzo riuscirebbe a essere più attuale di questo su questo argomento.

La nausea è prima di tutto un’esperienza ontologica, la rappresentazione immaginaria dell’esistenzialismo.

Il rifiuto del borghesismo, molto disprezzato da Sartre, è uno dei temi più cari del libro:

Mi sembra di appartenere ad un’altra specie. Escono dagli uffici, dopo la giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con aria soddisfatta, pensano che é la loro città, una bella città borghese. Non hanno paura, si sentono a casa propria. Che imbecilli. Mi ripugna pensare che sto per rivedere le loro facce solide e rassicurate “.

Roquentin ha un carattere disturbato e ansioso, incapace di relazionarsi e solitario nelle sue meditazioni; si rende conto all’età di 30 anni che la sua vita non è valsa a nessuno e si chiederà per cosa vive.

Il mondo… questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava: senza dubbio non c’era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse. Era impensabile: per immaginare il nulla occorreva trovarcisi già, in pieno mondo, da vivo, con gli occhi spalancati, il nulla era solo un’idea nella mia testa, un’idea esistente, fluttuante in quella immensità: quel nulla non era venuto prima dell’esistenza, era un’esistenza come un’altra e apparsa dopo molte altre.

In sintesi, un romanzo filosofico da far girare la testa, capace di suscitare sensazioni notevoli nonostante i brevi movimenti statici del protagonista, alternati dai dinamici e giganteschi passi del suo stesso pensiero.

Vale la pena leggere questo libro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*