La morte di Adelasia di Torres – racconto

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La morte di Adelasia di Torres

In quella notte illuminata di Giugno il vento scuoteva lentamente le foglie degli olivariusu.

Quel lieve soffio d’aria fresca era interrotto a tratti dal rumore campagnolo e dal suono dei passi che picchiavano sulla strada per Burgos.

Il castello era coricato sul colle guardando le incertezze e i fantasmi delle terre nel tempo che fu: fra quelle mura invecchiate trovavano ancora rifugio i vecchi corvi ammalati e stanchi che ammiravano stanchi gli immensi campi solcati nei voli della gioventù.

Fra quelle pietre vissute una donna di rara bellezza, dal viso semplice e leggermente infantile, ma allo stesso tempo capace di trasmettere in modo inconsapevole il capolavoro della sua dolcezza, stava nella sua stanza e nel buio più totale.

Adelasia non stava bene ed era stata forzata dalla salute a stare coricata.

L’unica sua richiesta per alleviare quelle giornate di dolore era la vista dei petali punteggiati di bianco della digitale rossa.

Per sollevarle l’animo ne avevano portato dai campi grandi quantità, usate per addobbare l’interno del castello.

L’apotecario, affezionatissimo a lei, si era ripromesso in cuor suo di curare Adelasia trovando la causa dei suoi mali, adoperando, intagliando e cercando come un dissennato.

Ma quello che lui non capiva adoperando, intagliando e cercando come un dissennato era che ad Adelasia mancava Enzo, i suoi baci, le sue effusioni, le sue carezze, lo specchiarsi nei suoi occhi e nella sua anima.

Forse anche lo intuiva, ma finì per convincersi di aver trovato la cura per la maledizione che colpiva Adelasia in un filtro. Lo finì di preparare la notte sotto il debole chiarore di un lume costernato dalle piante di digitale rossa.

Felice come un bambino che per la prima volta vede la luna, andò da Adelasia e la pregò di berlo.

Dopo pochi lenti secondi che ella ebbe bevuto, il respiro affannoso di Adelasia si fece più lento.

Come il ritmo di petali che cadono da una rosa che appassisce.

Come uno spossato fuoco abbandona la sua fierezza e si spegne per sempre.

Come la poesia di un fiore che muore.

Soffriva il suo dolore e sentiva la sua mente farsi sempre più fosca.

Soffriva il veleno scorrergli nelle vene come fosse sangue.

Sapeva che non aveva più speranze.

Sapeva che non sarebbe vissuta ancora a lungo.

Pochi attimi dopo le sue lacrime si fermarono.

Il suo cuore smise di battere.

Mai la sua voce avrebbe attraversato il castello di Burgos.

Mai il suo passo lento e cadenzato sarebbe risuonato ancora tra quelle mura.

Mai il suo sguardo sarebbe tornato a vedere di nuovo.

Ella abbandonava la vita come una fiera si ritira dalla caccia per l’ultima volta.

Ella, come un malandato fiore diventato terra oscura di cui però per sempre si ricorda il colore e la purezza del suo odore, spirava la vita.

 

 

Simone Puligheddu @2010

   
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