La malinconia nella letteratura del settecento – appunti università

A metà del Settecento, la stagione della melancolia volge al tramonto.

Si aprono a Parigi i primi manicomi moderni
Pinel ed Esquirol pongono le basi perchè il vecchio “umore” possa venir classificato come “semplice” malattia mentale.

Alla fine del ‘700 la “degenerazione” della melancolia è ancora maggiore.

Rimane solo in senso romantico come nostalgia del poeta e dell’artista “relegata” ad illustrare la disperazione di fronte alle catastrofi, il tormento dell’abbandono, lo sconforto della vedova…

La melancolia diventa un’icona che esprime non solo il senso dell’incapacità umana di realizzare
ma anche di comunicare, cioè di mettere in comune le proprie capacità.

Nella versione “positiva” di cui l’antica melancolia era dispensatrice,
la solitudine è introspezione, fonte di ricerca, forza geniale di realizzazione e trasformazione
Nella consueta e diffusa versione limitativa di oggi, l’uomo melancolico
è colui che di rifugia nella solitudine, non riesce a tenere i rapporti con gli altri uomini, perché è oscuro, confuso.

Oggi è colta e rappresentata in senso prevalentemente negativo, mediante una costante sottolineatura della sua componente di asocialità, che si esprime spesso come fuga dal mondo uscita volontaria (bando coatto dalla società).

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