La lotta per le investiture (Enrico III – Enrico IV – Clemente III) – riassunto storia medievale

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Ottone III imperatore sacro romano impero
Raffigurazione di Ottone III

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A seguito della crisi delle istituzioni politiche e religiose l’ordinamento ecclesiastico si era trovato
privo del potere politico e non riusciva a fermare le ingerenze dei laici all’interno delle nomine
pontefice e cardinalizie, non riusciva inoltre a sopperire al livello culturale dei monaci e chierici che
continuavano a sottrarre i beni della chiesa per trasmetterli ai propri vassalli od alle proprie
famiglie. Gli aspetti della crisi del X secolo erano collegati tra loro in quanto i metodi clientelari
con i quali venivano reclutati davano origine alla corruzione e all’ignoranza. Era molto comune
specie nell’Italia meridionale che i chierici vivessero in concubinato e che indirettamente
trasmettessero ai loro figli illegittimi delle proprietà ecclesiastiche. Il fatto che agli uomini di chiesa
venisse concessa un’importanza elevata comportava che le loro manchevolezze venissero percepite
come più gravi; ma il fatto che la chiesa disponesse di un vario arsenale culturale diede il via ad un
massiccio movimento riformatore. I primi segni di cambiamento si ebbero nei monasteri, nei quali
era sempre stato attivo un movimento di riflessione teologico che portò già nel X secolo alla
sperimentazione di nuove forme di vita monastica. L’esperienza più fruttuosa fu quella del
monastero di Cluny in cui l’abate coordinava un certo numero di monasteri nella zona ed era
soggetto direttamente all’autorità papale senza passare dal vescovo, garantendo quindi all’abate una
certa autonomia; vennero aboliti i lavori manuali per lasciare più spazio ai monaci per la preghiera
e le funzioni liturgiche

Un costume caratteristico della prima età cristiana tornò in voga nel X secolo e nel mille, l’eremetismo, questo fenomeno diede vita alla fondazione addirittura di ordini monastici basati sull’eremetismo, come i certosini. Alcuni di questi ordini poi si evolveranno negli ordini mendicanti. Un’altra componente della riforma fu il ripristino delle comunità canonicali,
dimenticate dopo Ludovico Il Pio, nel X-XI secolo ci fu un cambio di tendenza, tra l’altro la
promozione della vita comune del clero era prova dell’adesione del vescovo al movimento
riformatore. Dall’XI secolo si poté parlare di un vero e proprio movimento canonicale. Le comunità
canonicali o canoniche regolari non sono da confondere con le comunità monastiche in quanto i
monaci non erano chierici. Prenderanno abitualmente i voti dal XII secolo. Il clero simoniaco e
concubinario era sempre più criticato sia dai laici sia da alcuni predicatori itineranti che predicavano
di rifiutare i sacramenti da loro amministrati. Questi contestatori furono detti paratini ed andarono
incontro alla scomunica. I costumi corrotti vennero criticati anche dai movimenti popolari. Per
riformare totalmente la chiesa era necessario che il movimento di riforma avesse un coordinatore,
questo ruolo venne preso in un primo tempo dal potere politico, prima di passare nelle mani del
papato. Imperatori come Enrico III cercarono di ridurre il potere dei vescovi corrotti per poi volgere
l’attenzione nel 1046 alla chiesa di Roma che a causa del contrasto tra famiglie romane aveva in se
ben tre papi, Enrico III li depose tutti e fece eleggere il suo candidato che prese il nome di Clemente
II. Il nuovo papa dichiarò decaduti gli ecclesiastici colpevoli di simonia. Nello stesso tempo tra gli
intellettuali riformatori si sviluppò il pensiero che per riformare completamente i costumi della
chiesa era necessario interrompere le ingerenze dei laici negli affari della chiesa. Il nuovo papa
Leone IX riunendo intorno a se i maggiori esponenti del mondo riformatore proclamò più volte una
condanna per la simonia. Una battuta d’arresto alla sua attività riformatrice fu causata dallo scontro
con i normanni. Il pontefice nel 1053 mosse contro di loro guidando personalmente l’esercito, venne
sconfitto e fu trattenuto come prigioniero per quasi un anno. Dopo la stipula di un’intesa con i
normanni il papato riconobbe le loro conquiste in cambio di un appoggio politico e militare. Il
potere pontificio comunque si andava via via separando dal potere imperiale e alla morte di Enrico
III nel 1056 si verificarono diverse defezioni dei vescovi che non volevano adeguarsi alle nuove
regole. Il gruppo riformatore alla morte di Enrico III si trovava con due posizioni prevalenti al suo
interno: il primo era più rigoroso e richiedeva una condanna più radicale della simonia compreso
l’annullamento di tutti gli atti effettuati dai simoniaci mentre l’altra, sosteneva che una soluzione
così rigorosa fosse impossibile da attuare per motivi sia politici sia pratici. La seconda tesi
sosteneva infatti che la chiesa non doveva separarsi dall’impero ma dovevano essere ridefiniti i
rispettivi ruoli. Intanto il papato approfittando della minore età di Enrico IV attuò nuove riforme di
carattere amministrativo e organizzativo. Il pontefice Niccolò II nominò il più forte capo normanno
vassallo della chiesa di Roma, convocò poi un concilio in laterano nel quale modificò il sistema di
elezione papale, fu rinnovato l’obbligo del celibato per il clero e fu proibito al clero di ricevere
chiese dai laici, anche a titolo gratuito. Nei due successivi concili vennero stabiliti dei
provvedimenti definitivi nei confronti dei vescovi simoniaci, i vescovi vennero dichiarati decaduti
ma le ordinazioni da loro fatte vennero ritenute valide. In futuro anche questi atti saranno annullati.
Enrico IV nel 1066 uscito dalla giovinezza si accorse subito che con le nuove riforme stava venendo
escluso dal controllo delle sedi vescovili ma nel primo periodo del suo regno fu impegnato a sedare
una rivolta in Sassonia. Nel frattempo saliva al trono pontificio Gregorio VII grande punta dello
schieramento riformatore.

Gregorio rivendicò il primato di Roma sul governo della santa romana chiesa. Ne scaturì una spaccatura che fini col rimescolare le forze. Dalla parte dell’imperatore vennero a trovarsi non solo i vescovi contrari alla riforma ma anche gli ecclesiastici contrari alla concezione gregoriana del primato papale. A versare benzina sul fuoco contribui il testo papale
(dictatus papae) nel quale il pontefice si impossessava del diritto di estendere la propria
giurisdizione temporale attribuendosi la facoltà di deporre oltre che i vescovi anche l’imperatore.
Prendeva cosi corpo l’idea di una monarchia incentrata sul pontefice al quale avrebbero dovuto far
capo tutti i poteri, spirituali e temporali. Enrico IV era deciso a non accettare una concezione del
genere per questo scaturì un lungo conflitto chiamato lotta per le investiture. Si mosse per primo il
pontefice il quale attraverso il concilio emanò un decreto nel quale vietava ai laici di concedere
l’investitura di vescovadi e abazie. Enrico IV a sua volta convocò un’assemblea di nobili ed
ecclesiasti a lui fedeli che deposero e scomunicarono il pontefice. Il papa a sua volta depose e
scomunicò l’imperatore sciogliendo i fedeli dal giuramento di fedeltà. L’imperatore che aveva
appena domato un’insurrezione da parte dell’aristocrazia tedesca si rese subito conto di quanto fosse
pericolosa la situazione. I nobili rivoltosi gli imposero di sottomettersi al giudizio del papa il quale si diresse verso Canossa in attesa della scorta promessa dai principi ribelli tedeschi. Qui venne
raggiunto da Enrico IV che attese tre giorni e tre notti chiedendo perdono al pontefice che ottenne
nel 1077.

L’imperatore potè cosi riprendere l’iniziativa ma i nobili tedeschi non desistettero e nello
stesso anno convocarono una nuova assemblea dove elessero re Rodolfo di Svevia che però non
riuscì ad imporsi. Enrico dopo aver sbaragliato gli oppositori si volse contro il papa che nel 1080 gli
rinnovò la scomunica. Enrico quindi convocò due concili: nel primo fece deporre il papa e nel
secondo fece eleggere pontefice Gilberto di Ravenna. Si diresse poi verso Roma dove giunse nel 1081 mettendo la città sotto assedio. Roma cadde nel 1084 e Giberto venne consacrato papa col nome di Clemente III, dopo essere stato consacrato incoronò imperatore Enrico IV. Nel 1088 salì al soglio pontificio Urbano II che a differenza di Gregorio VII si concentrò sulla costituzione di canoniche regolari più che di monasteri, andando cosi ad assumere un orientamento episcopalista. Questo orientamento diede i suoi frutti, infatti molti vescovi fedeli all’antipapa Clemente III lo
abbandonarono. Negli anni successivi il papa cercò di chiamare a raccolta tutte le forze possibili,
Urbano II acquisto quindi l’iniziativa isolando in maniera sempre più grave sia Clemente III che
Enrico IV. Il successore di Urbano, Pasquale II seguì una politica rigorista cercando ad un certo
punto, col consenso del nuovo imperatore Enrico V di far rinunciare la chiesa ai suoi beni terreni,
nel 1111 venne raggiunto un accordo in tal senso ma nel giro di pochi giorni a causa delle forti
opposizioni da ambo le parti un concilio sconfessò il papa che ormai in balia dell’imperatore fu
costretto ad incoronarlo e a concedergli la facoltà di consacrare i vescovi. L’anno successivo un
nuovo concilio annullò la concessione e nel 1116 scomunicò l’imperatore.

Venne partorito perciò un concordato nato su una concezione che da tempo veniva discussa, ovvero che i vescovi fossero
nominati dal papa ma che l’imperatore avesse dovuto investire i vescovi delle varie autorità
politiche.

Per cui venne stipulato nel 1122 tra l’imperatore Enrico V e il pontefice Callisto II il
concordato di Worms. Il concordato venne ratificato l’anno successivo dal primo concilio
ecumenico tenutosi in occidente, il concilio del Laterano, nel quale venne formalizzato il primato di
Roma all’interno della cristianità. Venne anche ribadita l’esclusione dei laici da ogni ingerenza nei
confronti del clero.

Nel 1139 il concilio riservò capitoli specifici per l’elezione dei vescovi.
Tutto questo portò ad un potenziamento dell’apparato burocratico dell’amministrazione vaticana,
iniziarono a fluire rendite sia dai patrimoni fondiari che dalle tasse pagate dagli stati vassalli, oltre che le rendite ottenute tramite l’obolo di san Pietro, ovvero pagate da quei sovrani che avevano ottenuto la corona dal pontefice. La legazione divenne un’importante strumento di governo nello stato pontificio, i legati inizialmente inviati temporaneamente presso un sovrano per un motivo particolare in seguito sostituiti od affiancati con legati permanenti, il cui potere venne sempre più
ampliato fino a che i legati divennero veri e propri rappresentanti del papa a tutti gli effetti.

Ben presto la santa sede riuscì a diventare il punto di riferimento per tutta la politica europea che
portarono via via il papato alla ierocrazia.

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