La famosa battaglia di Pian delle Beccacce Kulikòvo Polie 1380 d.C – uno scritto di Aldo C.Marturano

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Quando inizia il medioevo

Ringrazio personalmente Aldo C. Marturano per averci consentito di pubblicare il suo interessante articolo sulla battaglia di Pian delle Beccacce

– Simone Puligheddu – Ceo Infonotizia.it

Battaglia delle beccacce Aldo C Marturanodi Aldo C. Marturano

La famosa battaglia di Pian delle Beccacce
Kulikòvo Polie
1380 d.C.

Siamo così giunti alla seconda metà del XIV sec. eppure Mosca non si è ancora trasformata in una capitale o città-stato come Rostov rinomata perché antica o come Suzdal nota come sede di un vescovado importante né addirittura ha sfiorato per l’importanza in campo internazionale Grande Novgorod. E’ rimasta insomma una cittadina parte dell’udel di Vladimir-sulla-Kliazma benché proprietà privata e inalienabile della famiglia dei Lungamano dove possono risiedere di diritto soltanto i membri legittimi di quella famiglia per di più ormai decimata dalla peste e ridotta, come abbiamo visto, a dei ragazzetti di 8-9 anni che non fanno paura a nessuno. In conclusione ha un ridottissimo peso politico e economico e il jarlyk di Principe Anziano dato a un Lungamano moscovita si riferisce in tale circostanza all’udel di Vladimir-sulla-Kliazma dove ha sede il Gran Baskak e dove risiede più o meno stabilmente il vescovo nominato da Kiev o di Suzdal.
La situazione dei jarlyk però non è così chiara come sembrerebbe poiché siamo nel periodo decadente dello stato tataro che, come detto prima, alla morte violenta del khan Berdibeg va in piena confusione per trovare un successore legittimo. Ci furono litigi fra Demetrio di Mosca e Demetrio di Suzdal a questo proposito dopo che Alessio, Metropolita ormai residente di fatto a Mosca, si fece mediatore nel 1362 presso il nuovo khan Murad per il jarlyk al suo protetto. Una volta ricevuto il titolo tuttavia il prelato pensò bene di richiederlo in copia pure a Abdullah, khan marionetta di Mamai, e qui l’espediente non sortì gli effetti voluti di tener contenti tutti giacché non appena Sarai lo viene a sapere, invalidò il jarlyk di Demetrio e lo passò al cugino omonimo di Suzdal accendendo nuovi litigi. Nel 1366, sempre per mediazione di Alessio, i due composero ogni stortura fra di loro quando la figlia di Demetrio di Suzdal, Eudocia, sposò Demetrio di Mosca.
Queste manovreseguite dall’autorità tatara qualunque essa sia, come già sappiamo, sono pratiche solite per ricavare risorse spendibili e in questi affari non dobbiamo nemmeno dimenticare che Algirdas è sempre in agguato dietro le quinte pronto ad usare le sue parentele. Infatti, non appena è certo della decadenza fisica del potere tataro di Sarai, ne approfitta per intrufolarsi nelle beghe in atto fra i clan che fanno capo a Mamai onde allargare le sue influenze e diretto verso le rive del Mar Nero. Nel nordest al contrario, sapendo bene che Sarai non potrebbe interferire anche se lo volesse, spinge Michele di Tver’ contro Demetrio costringendo i due a scontri violenti e tentando così di allargarsi diretto stavolta verso il Volga. Allo stesso tempo il lituano è ormai padrone di Kiev dal 1363 e si sente in diritto di lamentarsi presso il Patriarca di Costantinopoli, Filoteo, contro il comportamento ostile e non collaborativo di Alessio.
Quest’ultimo però aveva previsto da tempo che gli attacchi alla “sua” Mosca sarebbero stati più duri da molti lati e consigliò in quegli anni a Demetrio, dopo un tremendo incendio, di investire quanto più potesse delle ricchezze accumulate da suo padre nel far ricoprire il Cremlino moscovita di lastre di pietra bianca porsi così al sicuro contro qualsiasi attacco esterno in un futuro prossimo. Vladimiro di Serpuhov si incaricò persino delle cave di pietra e dei trasporti.
Nel 1368 è Michele di Tver’ a sperimentare l’inutilità di un assedio davanti ai bastioni di pietra incombustibile di Mosca. Persino Algirdas farà un’analoga esperienza e oltre alla nomea di città bianca, a Mosca si affianca quella abbastanza inutile di città inespugnabile. Sia come sia, malgrado dei sacrifici territoriali si decide per la pace almeno con Tver’. Fu una pace temporanea, quando pensiamo che Mosca ricorrendo, dobbiamo dirlo, all’inganno e alla perfidia incarcerò Michele invitato a un banchetto falsamente amichevole. Tuttavia in quei momenti mancavano le risorse umane e materiali e a Demetrio una buona esperienza militare e diplomatica. Eppure, con la scusa che gli attacchi di Tver’ e dei Lituani avevano devastato l’hinterland e impedivano l’esazione e la raccolta e visto che Sarai non era intervenuta a mettere ordine, nel 1371 Mosca ne approfittò per interrompere i pagamenti del famigerato tributo. E lo fece con tranquillità in quanto effettivamente gli affari del nordest non sembravano aver grande risonanza al di là di quella locale e l’Orda d’Oro e Mamai non se ne preoccuparono granché. Pertanto nella pace conclusa con l’epocale trattato nel 1375 Michele di Tver’ (Cipriano di certo ci mise lo zampino) riconobbe come Principe Anziano Demetrio di Mosca superando a piè pari il riconoscimento eventuale da parte dell’Orda d’Oro e rafforzando – seppur di poco – l’autorità dei moscoviti. Tver’ rinunciava persino ad alleanze preferenziali con la Lituania e accettava che Demetrio si presentasse a Grande Novgorod come l’unica autorità in grado di imporre truppe armate dei principi che Demetrio in persona raccomandava. Con quest’ultimo atto, si faccia ben attenzione, implicitamente e all’unisono si ammetteva che la repubblica nordica fosse l’ultimo udel di confine facente parte della Rus’ di nordest, questione giuridicamente importante che verrà fuori negli eventi successivi.

Il Cremlino di Mosca in pietra bianca (da un famoso quadro di A. M. Vasnecov, 1856-1933)

E il controllo del fiume Volga che finora aveva mantenuto Tver’ in posizione preferenziale e in concorrenza coi Bulgari? Ci si sarebbe conformati a piani concordati con Mosca. Non solo! Mosca otteneva una specie di via-libera pure da Novgorod-della-Bassa che permetteva ai Lungamano di allungare avidamente lo sguardo sui territori novgorodesi.
Alla fine, nel guardare meglio gli eventi, ci accorgiamo che si sta fomentando un nuovo conflitto fra i Metropoliti e i potentissimi arcivescovi di Grande Novgorod e che noi sappiamo che si trascinerà fino al 1478, anno della caduta della repubblica in mano moscovita. Non dobbiamo dimenticare che il secondo prelato della Chiesa Russa era proprio l’Arcivescovo novgorodese sin dalla fondazione e conservava dei diritti abbastanza particolari e concorrenti con il Metropolita kievano e non appena si sparse la voce dell’intenzione di Alessio di creare un nuovo vescovado suffraganeo di Mosca nell’estremo nordest i vecchi contrasti vennero al pettine. Tuttavia, siccome Filoteo da Patriarca Ecumenico di Costantinopoli aveva l’ultima parola sull’organizzazione ecclesiastica e siccome il Patriarcato era ridiventato “ortodosso” con Michele VII Paleologo, sebbene costui rimanesse in trattativa coi latini per l’Unione con Roma, sulle relazioni e i ranghi fra prelati abbiamo una corrispondenza abbastanza nutrita fra Costantinopoli e Mosca che si è conservata e che era certamente nota anche all’Arcivescovo novgorodese.
Il Patriarca scrive fra l’altro: “Il Metropolita che io ho nominato è un’immagine terrestre di Dio ed è allo stesso tempo il mio rappresentante e quindi chiunque si sottomette alle sue decisioni… in realtà si sottomette a Dio e alla nostra umiltà.” E c’è pure un’epistola patriarcale rivolta genericamente ai riurikidi dove si sottolinea chiaramente che chi si ponesse in antagonismo con Alessio I e col suo protetto Demetrio compirebbe una sfrontatezza e noi sappiamo che già Michele di Tver’ per questo motivo era stato scomunicato quando si era alleato e imparentato con il pagano Algirdas senza l’autorizzazione della chiesa.
Eppure la preoccupazione di Filoteo era quella di conservare l’unità della Chiesa Russa e, se da una parte Algirdas premeva contro le posizioni del Patriarca su Tver’, dall’altra c’erano anche le pressioni del re Casimiro di Polonia, cattolico e padrone della Galizia, che pretendeva di avere un Metropolita separato per questa parte della Rus’ di Kiev. Per risolvere le tante questioni era stato posto già al lavoro nel 1373 il bulgaro Cipriano, nominato Metropolita di Kiev e di Lituania a bella posta da Filoteo, che però aveva il dovere di mantenere legami preferenziali con Mosca perché la sua funzione sarebbe stata piena solo alla morte dell’anziano Alessio e pertanto Cipriano non fu mai ben accetto da parte di Demetrio come successore dell’amato educatore.
Alessio muore nel 1378 lasciando in eredità al giovane Demetrio una situazione in cui il potere che Mosca ha acquisito è davvero molto limitato e incongruente, ma in cui si disegna più che altro la pesante incisività della Chiesa Russa in ogni atto politico e culturale. Vale la pena chiedersi a questo punto del nostro racconto se è possibile immaginare la realtà socio-politica in questa parte della Pianura Russa che i novgorodesi chiamano la Bassa (Nizòvie) che Mosca tenta di dominare.
Innanzitutto è bene dire che poco si ricava dai documenti a disposizione. Ad esempio, sebbene non si parli di “acquisti” veri e propri o di lasciti in eredità da altri riurikidi di terreni e villaggi relativi né di conquiste armate, un aumento del territorio dominato verso il nordest della Pianura Russa in particolare è evidente. Quanto poi avevamo detto dei molti signorotti delle zone vicine (capi-villaggio di solito chiamati nelle CTP boiari) invitati e migrati nei territori sotto Mosca portando con sé artigiani e tecnici, ciò corrisponde abbastanza all’accrescersi della deforestazione nei dintorni della città che, come abbiamo detto per la ristrutturazione delle mura esterne, è ora ben differenziata in una parte sopraelevata o Cremlino dove risiede il potere, principe e cortigiani, e si scorge anche la nuova chiesa cattedrale e il territorio limitato esterno tutt’intorno alle mura detto posad ossia un insieme di case e orti dove abitano gli artigiani e i contadini al servizio dell’élite.
D’altronde la politica di Giovanni il Borsello mescolava l’esosità con le minacce di rappresaglie armate quando la riscossione non corrispondeva alla somma da lui esatta per il tributo a Sarai. Il debitore riurikide allora premeva fino a alienarsene la soggezione sugli artigiani e sui capi-villaggio per mettere insieme il dovuto, non avendo altra scelta! All’insufficiente o mancato pagamento seguiva infatti inesorabilmente la requisizione vera e propria di tratti di territorio dell’udel e in aggiunta i boiari locali abbandonavano il riurikide al suo destino per sistemarsi nelle vicinanze di Mosca o addirittura per accontentarsi di un incarico di corte. Alla fine anche il riurikide coinvolto era costretto a sottomettersi a Giovanni. Con la Morte Nera poi tali situazioni si erano aggravate e l’inimicizia fra i parenti superstiti si era riacutizzata.
A parte lo spopolamento, se ricordiamo che in Occidente era il signore – laico o ecclesiastico – a distribuire spazi ai contadini per colonizzare nuove terre da coltivare e ad amministrare il surplus che si produceva nei mercati che il signore stesso creava e proteggeva quasi da primo mercante con sede fissa nella sua città-stato, nella Russia del Medioevo le città e i riurikidi locali non ebbero mai un ruolo di uguale portata nell’economia del proprio territorio. Essi stessi ignoravano dove i sudditi abitassero e quanti fossero favorendo così l’arretratezza di tutto il sistema. I Tatari coi censimenti avevano in parte corretto la situazione, ma ancora nel XVIII sec. come sappiamo dalle informazioni dei visitatori stranieri la popolazione cittadina rappresentava soltanto il 3 % circa rispetto al resto (come calcola A. Burovskii) dei contadini e produceva esclusivamente quanto serviva al proprio fabbisogno, restando inadatta a gestire le attività artigianali per adeguarsi ai volumi e alla mutevole domanda dei mercati. In più la parte economica giocata dalla città russa continuò a diminuire anche qui col colpo di grazia della Morte Nera e dei suoi strascichi.
Intanto Algirdas è morto nel 1377 e i disordini nell’Orda d’Oro in contrasto con Mamai lungo il Don si sono talmente accentuati e arroventati che molti capetti tatari (o che si spacciano per tali) alla ricerca di bottino o cacciati per punizione dai signori locali sciamano verso il nord del Volga per imperversare nella Bassa dove, a seconda dei casi, o sono accolti a volte fin da Mosca proprio come i boiari appena detti se disposti a cambiare vita e capo o sono combattuti (non sempre con successo) se si dedicano al contrario a saccheggiare i villaggi o le città.
Che cosa è mai successo in realtà nell’Orda d’Oro? Alla morte di Berdibeg il clan cinghizide si era estinto nella linea maschile e così il potere era stato spartito nei domini stabilendo una specie di confine lungo le due rive del Volga fra le fazioni antagoniste più grosse. Pertanto a partire dalla riva destra fino al Dnepr e cioè la Crimea e i territori situati immediatamente a nord erano sotto i khan marionetta di Mamai il quale in ogni caso non si considerava del tutto un usurpatore avendo sposato una figlia di Berdibeg e invece le terre ad est del Volga restavano, almeno nominalmente, sotto Sarai. Non solo! A causa del temporaneo vuoto di potere un capo-clan tataro, Bulak Timur, si era sentito in diritto di occupare Bulgar detronizzando l’emiro Hassan che aveva il jarlyk del defunto Berdibeg. Aiutato dai russi Hassan aveva ripreso il potere e cacciato via Bulak Timur, ma quest’ultimo si era rivolto a Mamai e Hassan aveva dovuto definitivamente sloggiare e si era trasferito nella nuova città sulla riva opposta del Kama, Kazan, che in seguito diventerà la città-bersaglio dei Moscoviti.
Sarai restava pur sempre la capitale della vecchia Orda d’Oro, legata però alla cosiddetta Orda Blu appartenuta nel passato a Orda khan, il fratello maggiore premorto a Batu khan, e adesso che la genealogia di Batu si era estinta l’Orda Blu entrava nella tenzone politica della Pianura Russa.
Quanto abbiamo detto fin qui creava difficoltà nelle comunicazioni commerciali internazionali e, se s’aggiungeva la voglia di un’indipendenza dall’Orda d’Oro auspicata dai riurikidi guerrafondai come quelli di Mosca e di Tver’, a Grande Novgorod cominciavano a sorgere gravi preoccupazioni per la situazione. Nella repubblica le relazioni con i mercati occidentali europei erano alquanto cambiate sui prodotti da vendere e l’Hansa di Lubecca aveva rifondato il suo Kontor (ufficio-deposito con chiesa cattolica annessa) in città e si era concentrata a immagazzinare e a rivendere pellicce pregiate di scoiattolo, miele, cera e seta piuttosto che importare spezie e seta. Nel passato il traffico delle pellicce in special modo era già una volta entrato in un turbolento vortice d’interessi contrastanti con Ust-jug e Mosca e, se gli approvvigionamenti di questi articoli preziosissimi fossero sconvolti da nuovi concorrenti o messi in pericolo da battaglie lungo i fiumi, risorgevano i vecchi problemi avuti con l’avido Giovanni il Borsello. A nostro modo di vedere i traffici “in discesa” lungo il Volga dopo la batosta della Morte Nera in verità erano lentamente aumentati. Erano diminuiti invece quelli “in salita” ossia i più costosi, se si tiene conto che le barche dovevano essere alate dalle rive per risalire il fiume e i convogli avevano in più i giorni contati per ritornare al nord prima che la corrente cominciasse a gelare. In altre parole si può dire che era aumentata l’esportazione verso l’Europa e diminuita l’importazione dal Centro Asia sulla cui ultima attività mercantile si fondava il budget rispettivamente di Tver’ e di Nižnii Novgorod e poi di Kazan che riscuotevano ognuna i balzelli sull’alaggio e sui piloti aumentando le fermate e costi dei convogli. Gli ultimi viaggi della stagione inoltre portavano solitamente i carichi alimentari per la grande città del nord per l’inverno venturo e noi sappiamo che il tallone di Achille di Novgorod era proprio la sussistenza. La repubblica, come sappiamo già, possedeva Toržok che faceva da magazzino e che spesso era stata occupata dalla vicina Tver’ (situata più a valle) per ricattare i novgorodesi.
Tenendo a mente ciò, torniamo alle lotte per il potere a Sarai e vediamo che in ambito tataro Mamai intanto si era affrettato a passare al contrattacco sul Volga nel tentativo di affermare la sua sovranità e restaurare l’Orda d’Oro nelle sue mani. Aveva intrapreso a tale scopo una spedizione punitiva nella Bassa comandata dal suo generale Begič (è un soprannome e ne ignoriamo l’identità vera) il quale purtroppo a detta delle CTP era stato sconfitto e messo in fuga sfiorando appena il territorio moscovita. Nel frattempo probabilmente era giunto dall’Orda Blu il nuovo cinghizide Tohtamyš ed era già al lavoro a Sarai per ripristinare la legittimità nel potere tataro. Naturalmente prima di muoversi autonomamente sul territorio Tohtamyš dovette rendersi conto della situazione dei rapporti con tutta la Bassa oltre che studiare il modo di eliminare il potente oppositore Mamai.
E qui appare un evento forse inventato dai cronografi di parte russa o comunque gonfiato artificialmente nelle sue implicazioni ideologiche e religiose a favore della dinastia moscovita. E’ la battaglia fra il khan Mamai e Demetrio di Mosca a Pian delle Beccacce nel 1380.
Un racconto apocrifo ci ha tramandato che quando Demetrio aveva ormai deciso di dar battaglia a Mamai che era in procinto di assalire Mosca e i suoi amici alleati la Chiesa moscovita era al momento senza capo e l’unico metropolita disponibile per benedire i principi e la loro santa impresa era Cipriano appoggiato da Sergio di Radonež. Cipriano ricevette i riurikidi, ma tentò di dissuaderli dallo scontro, consigliando di mandare doni a Mamai e fermarlo prima che fosse troppo tardi. Il tentativo fu fatto, ma non riuscì e perciò il Metropolita suo malgrado dovette benedire il gruppetto assicurando loro l’assistenza divina. Lo scopo dello scritto assolutamente improbabile è di tacere sull’inimicizia fra Demetrio e Cipriano e di giustificare allo stesso tempo la necessità della battaglia come un’azione di difesa di Mosca contro il proditorio assalto di Mamai.
Secondo la storiografia tradizionale l’evento ebbe luogo e dovrebbe aver preparato in positivo il ruolo di Mosca sulla via di diventare la Terza Roma (vedremo meglio questo punto più oltre) ossia la futura capitale di un nuovo Impero Universale Cristiano. Un impero che, erede dell’Impero Romano e persino di quello di Cinghiz Khan, si estenderà negli anni fino alle sponde del Pacifico!
Per questo motivo alla Battaglia di Pian delle Beccacce (Kulikòvo Polie in russo, da non confondere con quella di poco successiva di Kosòvo Polie ovvero Pian dei Merli nelle terre slave dei Balcani) abbiamo pensato fosse giusto dedicare uno spazio speciale lasciando qualche passo più romanzato nel testo e vedremo quindi come Demetrio di Mosca con tutti i riurikidi a lui in qualche modo soggetti o alleati si mosse contro il bieco tataro Mamai con l’auspicio e l’appoggio materiale e spirituale di tutta la Chiesa Russa e apparentemente in aiuto a Tohtamyš.
Pian delle Beccacce è un’estesa piana a sud di Mosca oltre il Don vicino alla città di Tula dove c’è la più famosa fabbrica russa di samovar (il bollitore dell’acqua per il tè, re dell’arredamento in tutta la Russia e del Medio Oriente) e sulla battaglia che qui ebbe luogo è fiorita, specialmente negli scriptoria dei conventi russi, una ricca letteratura e, aggiungiamo, non solo in lingua russa e non solo nei conventi russi, già subito dopo la sua conclusione. Molti sono i poemi e le varianti che circolarono nel mondo ortodosso, ma di queste composizioni che volevano in parte far rivivere gli antichi epici scontri della Rus’ di Kiev di santa Olga e di san Vladimiro, la più importante è la raccolta chiamata l’Epopea dell’Oltredon (Zadonščina) in cui furono messi insieme relazioni, racconti, testimonianze raccolti senza interruzione fino al XVII sec. ad eterna gloria della nascita della nuova Russia sotto l’egida dei Lungamano! Ripetiamo che in questi scritti sono nascoste gran parte delle nostre informazioni, sebbene quasi a metter in dubbio la loro veridicità è il loro stile che richiama immediatamente il Cantare di Igor, un poema epico russo della fine del XII sec. dove si esalta l’eroismo sfortunato del principe Igor contro i Cumani (Polovzi). In questo Cantare si esalta della battaglia in sé, s’inneggia all’eroicità del protagonista e non alla vittoria o alla sconfitta tanto che alcuni passi dell’epos di Pian delle Beccacce sembrano copiati pari-pari da quel Cantare ed ecco perché viene il dubbio che Igor abbia influenzato moltissimo il personaggio di Demetrio e il suo atteggiamento e che la figura del riurikide alla fin fine sia un tantino forzata. Lo schema dell’epos è dunque quello classico già usato per glorificare i Riurikidi nelle loro imprese prima di diventare Imperatori. Da una parte c’è l’armata del santo principe Demetrio che è sceso in una santa crociata e dall’altra i pagani infedeli del khan Mamai alleato degli eretici genovesi contro i quali può vincere solo chi agisce nel nome della vera fede cristiana, la fede russa, brandendo la Croce di Cristo come l’arma più importante!
L’archeologia ha dato qualche contributo e qualche conferma alla realtà della battaglia e molto probabilmente ciò che racconteremo qui di seguito è più o meno ciò che veramente accadde, ma sicuramente gli eventi vanno sfrondati dell’immaginazione e della fantasia “edificante” degli ispirati monaci amanuensi che ce li hanno tramandati. I numeri sono esagerati e riportiamo qui i conti fatti da E. Razin, storico militare russo. Densità antropica media in zona Mosca: 5 individui per kmq ossia al massimo 300 mila abitanti. Da questi si potevano mobilizzare (età, armi etc.) il 10 % ossia ca. 30 mila persone armate delle quali però almeno 5000 restavano “a casa” di guardia a Mosca e a qualche altra città vicina. Insomma l’esercito raccolto da Demetrio non superò 25-30 mila armati. E passiamo allora ai fatti.
Demetrio ha chiamato alle armi i riurikidi e, benché qualcuno di loro non si sia sentito coinvolto, quasi tutti – secondo la Zadonščina – si sono dichiarati disposti a fornire uomini armati al progetto che Demetrio espone a grandi linee in un gran consiglio tenuto nel villaggio, diventato poi famoso, di Čòrnovo prima di mettersi definitivamente in marcia. Le opinioni che qui si esprimono non sono unanimi. Alcuni insistono di passare immediatamente sulla riva destra del Don e andare avanti per attaccare i tatari, altri addirittura vorrebbero rinunciare e tornare indietro. Passare il Don, dicono ancora altri, è un atto senza ritorno e, una volta compiuto, bisognava dare battaglia senz’altro indugio perché immediatamente dopo il guado si è subito in vista del nemico che non indugerebbe a attaccare neppure un minuto. Infine c’è chi insiste sul fatto che, una volta passati sull’altra riva, bisogna distruggere i ponti affinché i lituani alleati dei Tatari non abbiano più la possibilità di usarli per sferrare un attacco di sorpresa sulla retroguardia russa.
Demetrio ascolta tutti, ma è impaziente e vinta la sua innata irrisolutezza chiude ogni ulteriore discorso e dice: “Ci conviene o fratelli sacrificare le nostre terre per la vera fede cristiana affinché non siano catturate le nostre città dai pagani e non vengano saccheggiate le sante chiese di Dio !” e ancora “Fratelli miei (questo era il modo in cui i principi si chiamavano fra di loro), è meglio una morte onorevole e visto che siamo già qui è impensabile, senza disonore, decidere di ritornare. Perciò andremo avanti e affidiamo le nostre sorti al Signore per la difesa della nostra fede e della nostra chiesa!” A queste parole i principi russi non hanno altri argomenti contrari e rispondono con altrettanta solennità: “O signore e principe russo! Abbiamo deciso di sacrificare la nostra vita al tuo servizio ed è giunta l’ora di versare il nostro sangue per te e col nostro sangue ci sentiremo battezzati ancora una volta!”
Il dado insomma è tratto. Si chiamano i genieri e i pontieri, si costruiscono le strade e i ponti per attraversare il fiume e il 6 settembre 1380 comincia la traversata. Il fiume qui è abbastanza largo, i guadi giusti sono stati individuati e c’è il tempo per traversarli.
Com’è consuetudine, Demetrio ha tenuto un discorso agli uomini armati e dopo che tutti hanno pregato inginocchiati all’alba di un fosco nebbioso mattino fa pure leggere la lettera di benedizione del venerabile Sergio di Radonež, monaco conosciutissimo e veneratissimo nelle terre moscovite dopo la morte del Metropolita Alessio I (Cipriano non è nominato).
E finalmente, dopo aver ascoltato le notizie degli esploratori mandati in avanscoperta che hanno confermato la presenza e il numero degli uomini del khan Mamai nella pianura oltre il Don, l’insegna moscovita con la figura del Salvatore ricamata in oro viene benedetta e innalzata. E’ il segnale di mettersi in marcia. La processione di uomini, carri, animali e materiali è lunghissima, ma è ordinata e spedita dicono le CTP e quando tutti hanno attraversato il Don si smontano e si distruggono i ponti. Demetrio vuol forse con questo atto impedire un ripiegamento dei suoi uomini in caso di tracollo momentaneo e, se è così, questa è una manovra innovativa nella solita tattica russa negli scontri fra principi, secondo gli esperti russi militari moderni (E. Razin). Si decide poi di proseguire di notte onde scegliere le postazioni migliori poiché di giorno sarà difficile muoversi a causa della fitta nebbia che copre il terreno umido e acquitrinoso e delle micidiali zanzare.
In effetti, passando da una riva all’altra, c’è un cambiamento quasi improvviso del paesaggio poiché si passa da una quota un po’ più alta ad una quota sensibilmente inferiore e qui già comincia la steppa dove gli alberi si fanno più rari e dove ci sono soltanto macchie con bassi cespugli lungo le rive. E’ difficile descrivere Pian delle Beccacce come dovette apparire agli occhi di Demetrio e dei suoi ben più di cinque secoli fa. Persino le correnti fluviali hanno modificato parzialmente i loro letti e la cittadina di Kašira dove era stato scelto il guado si è oggi spostata dalla riva dov’era una volta su quella opposta. La morfologia del terreno tuttavia è ancora riconoscibile. Da ovest ad est lungo una specie di gola non molto profonda la Nepriadva scorre dal sud verso nord e facendo un ansa intorno ad un’altra collinetta dove oggi c’è il villaggio di Rodžestvènko. Di qui la Nepriadva confluisce nel Don che proviene invece da nord qualche decina di km più ad est e ormai diventata tutta acqua del Don la corrente scorre verso l’attuale villaggio di Kulikovo svoltando qualche chilometro più avanti leggermente verso sud dove incontra un altro piccolo affluente, la Smolka. Quest’ultimo rio scorre anch’esso dentro una specie di fossato profondo a sud di un rialzo che lo divide dal Don più a nord. Tuttavia, se oggi partite da Mosca in direzione di Tula, subito dopo la cittadina di Bogoròdick, nelle vicinanze del palazzo comitale che una volta apparteneva ai conti Bobrinski si arriva ad un incrocio dove è indicato Kulikovo Polje ovvero Pian delle Beccacce. Non molto lontano a ca. 7-8 km dall’annesso villaggio di Monastìršin c’è sulla cima della collinetta (la famosa Collina Rossa ca. 100 metri s.l.m.) al centro del vasto piano una colonna di ghisa eretta nel 1850 a ricordo della battaglia. Vicino c’è anche una chiesa dedicata a san Sergio di Radonež che fu costruita successivamente per accogliere e seppellire molti dei cadaveri intrasportabili dei caduti. Alla chiesa è annesso un piccolo museo dove è possibile ammirare alcuni dei reperti archeologici ritrovati a Pian delle Beccacce.
Insomma sia ad ovest sia ad est i russi ebbero a disposizione due collinette boscose dove fu schierata a sinistra fra gli alberi e sotto il comando di un altro Demetrio (il figlio ostracizzato del defunto Algirdas) una piccola armata di rinforzo che sarebbe dovuta intervenire in caso di necessità. A destra nascosti fra i cespugli Vladimiro di Serpuhov e Bobrok si schierarono invece con un’altra grossa forza pure di riserva. Qualche chilometro più a sud si elevava la cosiddetta Collina Rossa sulla cui cima si vedeva sventolare il vessillo di Mamai giacché qui in serata era stato disposto il grosso dell’accampamento tataro. Intorno alla collina si era accampato il contingente genovese a piedi che avrebbe dovuto affiancare la terribile cavalleria tataro-mongola con gli archi lunghi e che avrebbe deciso le sorti della battaglia. Dietro ancora c’era il resto degli armati con le salmerie: una vera marea di gente e di cavalli.
I russi durante la notte dopo varie esplorazioni e ricognizioni fatte sul campo distribuiti si schierarono su cinque linee. Al centro del Piano con alle spalle le due collinette e i due fiumi sopraddetti si trovava il grosso del contingente moscovita al comando del boiaro Timoteo Veliaminov e di altre figure minori. Poi c’era la copertura di Demetrio di Mosca con i suoi e le truppe frontali che si sarebbero scontrate per prime agli ordini di Simeone Obolenskii e Giovanni Tarusskii. Il lato destro dell’armata è in attesa dietro la collinetta e il lato sinistro in vista è agli ordini di Basilio di Jaroslavl e di Teodoro Maložskii. Vladimiro di Serpuhov e Bobrok, come abbiamo visto, rimangono appostati sull’altura a sinistra chiamata il Querceto Verde (Zelionaia Dubrava) nel territorio di Monastiršin in attesa di ordini.
Demetrio si affretta ora a passare fra i suoi incoraggiando ogni armato: “Fratelli miei carissimi, figli di Cristo, piccoli e grandi, la notte sta per passare e il giorno ci porta la minaccia nemica. Ognuno mantenga il posto assegnatogli e, state sicuri, che ciascuno di noi berrà dalla stessa tazza del dolore o della vittoria.”
Accesi i fuochi e dopo aver lasciato gli armati a riposare, Demetrio e Bobrok si avventurano fra i cespugli in avanscoperta e, resisi conto della situazione, ritornano all’accampamento.
E qui si aggiunge una nota favolistica su un evento poco prima della battaglia, sebbene risponda allo spirito del tempo che è pieno di segni presagi e predizioni magiche e astrologiche. Sembra infatti che Bobrok, oltre ad avere un talento militare indiscusso, possedesse anche delle facoltà divinatorie ed infatti mentre è con Demetrio gli chiede se non voglia sapere in anticipo ciò che accadrà a Pian delle Beccacce. Naturalmente Demetrio accetta e Bobrok lo conduce sulla piana fra la Nepriadva e il Don. Gli dice: “Principe voltatevi verso i tatari ed ascoltate!” Nel silenzio della notte dal campo tataro arrivano tutti i tipi di suoni minacciosi e spaventosi, compresi quelli degli ululati dei lupi che annunciano perciò una grande disgrazia. Subito dopo Bobrok gli dice di volgersi ora dalla parte del campo russo e di ascoltare. Da questa parte tutto è tranquillo e tutti dormono. A questo punto Bobrok svela che questi due segnali del destino indicano che andrà bene ai russi e male ai tatari, ma quando pone l’orecchio sulla nuda terra e ascolta, ne trae un altro presagio. Quando si rialza infatti ha il viso stravolto e Demetrio gli chiede che cosa ha sentito, ma non ottiene risposta. Alle insistenze di Demetrio Bobrok risponde che gli svelerà quanto lui ha sentito, ma che rimanga un segreto per tutti gli altri. Demetrio promette e Bobrok gli svela che è vero, lui vincerà perché Dio ha disposto così, ma moltissimi cadranno sul campo e molto sangue russo arrossirà le acque del fiume. “Che sia fatta la volontà del Signore !” dice Demetrio e se ne ritornano al campo.
E’ chiaro che tutti questi movimenti, bene o male, sono notati da Mamai e dai suoi. Anzi! Gli esploratori tatari al comando di un certo Melik (è il nome tramandato anche se probabilmente è solo un generale – in arabo malik – il cui nome proprio è rimasto ignoto) si sono spinti quanto più vicino possibile all’accampamento russo e così hanno raccolto qualche dettaglio in più che Mamai stesso vorrebbe controllare dall’alto della collina, se non fosse così buio.
Arriva l’8 settembre, la festa della Vergine Santissima. L’alba è piena di densa nebbia e non ci si può muovere finché il sole non la disperde ossia intorno alle 11.
L’andamento della battaglia non è noto esattamente in tutti i suoi particolari, a causa delle diverse e contrastanti notizie riportate dai testimoni sopravvissuti, ma a grandi linee la ricostruzione è abbastanza agevole. Di solito nelle guerre di quei tempi non sempre i due gruppi armati avversari venivano allo scontro diretto e frontale e c’era sempre in testa alle schiere il cosiddetto “campione”, un gigante forzuto che doveva impersonare la potenza di tutto il resto dei compagni. Costui doveva scontrarsi per primo con il suo pari dello schieramento avversario tentando di far piazza pulita davanti a sé. Chi dei due prevaleva permetteva al proprio esercito di avanzare e attaccare per primo oppure persino di dichiararne la vittoria. A questo scopo san Sergio di Radonež aveva mandato un suo monaco, fratello Peresvet, un gigante di grossa mole e di forte corporatura affinché fosse lui ad aprire la battaglia “in nome di Dio” e cioè, visto che ai monaci era interdetto uccidere esseri umani, aveva dato il permesso al monaco di spogliarsi dell’abito monacale per scendere in campo.
Se Peresvet resta il campione dei russi, dalla parte dei tatari allo stesso scopo era stato scelto un altro gigante, Čelubei, un nomade lottatore artista del corpo-a-corpo.
Così, mentre il grosso di ciascuna armata rimane in attesa dietro il rispettivo campione, Peresvet e Čelubei si scontrano, ma il destino vuole che il tataro riesca a tirar giù Peresvet da cavallo. La lotta è all’ultimo sangue e alla fine entrambi i giganti cadono vittime dei loro stessi formidabili colpi! E’ un cattivo segno perché annuncia una battaglia senza quartiere e con molti morti per tutti.
Demetrio intanto non è più dietro la sua insegna perché ha preferito mescolarsi fra i giovani dell’avanguardia in modo da essere sempre nel pieno della battaglia e poter decidere le mosse strategiche con più cognizione di causa e sotto la sua insegna ha messo un giovane boiaro, Michele Brenko, facendogli indossare la sua armatura.
Mamai invece rimarrà a guardare dall’alto della collina…
E la battaglia continua. La prima grossa mossa è di Mamai che scatena i suoi arcieri lasciando che all’improvviso la cavalleria mongola irrompa come un fiume in piena che si riversa a gran velocità nel piano quasi scaturendo improvvisamente dalle viscere della Collina Rossa.
E’ ormai passata un’ora e la battaglia infuria al centro della piana e, benché gli armati cadano da entrambe le parti, i russi continuano a perdere posizioni sotto l’impeto della focosa cavalleria tatara.
Ecco come è descritto il culmine della battaglia: “Si scontrarono con grande forza. Con rabbia si uccisero gli uni con gli altri e non solo con le armi, ma, a causa della calca, molti morirono schiacciati dagli zoccoli dei cavalli, perché non c’era posto dove muoversi in quel Pian delle Beccacce: Quel posto fra il Don la Nepriadva era stretto, in verità. Si vedeva sangue dappertutto mentre brillavano come lampi le lame delle spade. Il rumore era forte e assordante sia per i colpi d’ascia che per l’incrociarsi delle spade, tanto che non era possibile avere una visione completa di tutta la battaglia. Già muoiono in tanti, molti eroi russi cadono come alberi colpiti dal fulmine. Anche l’erba è secca sotto il sole e calpestata dagli zoccoli…”
Sono le quattro del pomeriggio e la battaglia sembra ormai persa per i russi.
Bobrok e Vladimiro di Serpuhov però sono nella loro postazione impazienti di intervenire.

C’è vento contrario e sarebbe pericoloso scendere ora col rischio di non veder nulla per la polvere negli occhi, ma non appena cambia la direzione del vento ecco che i loro uomini freschi si lanciano sul campo al galoppo. Bobrok e Vladimiro per fortuna o per ispirazione divina (!) hanno scelto il momento giusto proprio quando i tatari stanno inseguendo i resti dell’ala sinistra russa in rotta. Uscendo dai cespugli e riuscendo ad attaccare dal fianco e da tergo i tatari, il nemico è respinto e la tradizione racconta che i tatari, non appena videro i nuovi armati russi, per la sorpresa gridarono disperati: “Ahinoi ! Ahinoi ! I cristiani ci hanno superati nei piani. I migliori di loro si sono tenuti nascosti ed ora che le nostre membra sono stanche, dopo ore di battaglia, ci attaccano, loro freschi. Chi li potrà battere ora ?”
La sorpresa ha il suo effetto. Costretti contro la riva della Nepriadva i tatari combattono ormai sulla difensiva e appena possono scavalcano i cadaveri dei compagni e ripiegano verso la Collina Rossa dove sicuramente possono trovar rifugio e riunirsi ai loro capi. Ormai le sorti della battaglia sono chiaramente a favore dei russi e Mamai che ha visto la disfatta del suo esercito non può far altro che fuggire coi genovesi verso la steppa del sud. I russi lo inseguiranno finché potranno e finché converrà, ma non oltre il rio Mečà per timore di finire in zona sconosciuta e troppo lontana dal resto dell’armata.
Per Mamai è finita perché neppure i lituani sono arrivati a dargli man forte. Ha saputo dai suoi esploratori che il principe Jagellone (in lituano Jogaila, futuro re di Polonia col nome di Ladislao V) è rimasto attestato a poche decine di chilometri dal Pian delle Beccacce, decidendo di non intervenire.

Sembra che la ragione dell’improvvisa decisione sia a seguito di una lite con Oleg di Rjazan, il rivale di Demetrio di Mosca. Tutti l’hanno sentito quando Jagellone ha urlato: “La Lituania non è mai stata presa in considerazione da Rjazan’ ed io adesso dovrei unirmi a questo principe (solo per far dispetto a Demetrio di Mosca). Perché mai ? Che follia!” E difatti, appena sa che Mamai è in fuga, al galoppo se ne ritorna a Vilnius. L’importante per Jagellone è che i tatari non abbiamo sconfinato nel territorio ucraino e inoltre, pensando forse che i russi ormai imbaldanziti dalla vittoria, potrebbero rivolgersi contro di lui e batterlo, decide che è meglio non scontrarsi.
Intanto a Pian delle Beccacce si cominciano a contare le perdite e molti si chiedono dove sia Demetrio. Nessuno lo sa e non lo si vede. Qualcuno dice che è stato ferito proprio quando era andato all’attacco ed era o pesantemente impedito o è certamente morto fra gli altri cadaveri.
Non appena i russi ritornano dall’inseguimento dei tatari in fuga, si dà fiato alle trombe per il raduno dei superstiti e Vladimiro di Serpuhov comanda di cercare Demetrio almeno per poterlo seppellire con onore mentre nel frattempo si contano i vivi e i morti e si controlla quali siano feriti ancora curabili e quali invece siano intrasportabili o da lasciare sul campo. I numeri sono quelli che sono: 40 mila armati soltanto sono ancora in condizioni di proseguire il cammino con le proprie forze!

Due terzi dell’armata è andata perduta! Demetrio intanto è stato ritrovato. Era sotto i rami di un albero cadutogli addosso ed è gravemente ferito, incosciente e coperto di sangue. Viene lavato per apparire di nuovo in pubblico e non appena i suoi lo rivedono tornare in sé gli astanti gli gridano: “Sire! Abbiamo vinto!” Anche le insegne sono state recuperate e piantate ritte nel suolo e c’è già qualche notizia sull’identità dei caduti. Fra i morti ci sono il porta-insegne di Demetrio, Michele Brenko, Nicola Veliaminov, quaranta giovani boiari moscoviti, dodici principi della regione di Lago Bianco e una decina di boiari novgorodesi!
I grandi eroi da portare subito in trionfo sono Vladimiro di Serpuhov e Bobrok che hanno realmente risolto la battaglia a favore dei russi e non ci sarebbe altro di notevole, se non si tenessero presenti i seguenti punti:
Intorno a Demetrio come abbiamo detto si era raccolto un grande esercito che a parte le esagerazioni numeriche contava uomini addestrati e equipaggiati visto che era riuscito a battere Mamai i cui armati erano sicuramente più dei russi e contavano sulla presenza di esperti fantaccini genovesi oltre che degli arcieri tatari a cavallo rinomati per la loro prontezza e perizia persino nell’Europa Occidentale. Dove aveva trovato družiny riurikidi così efficienti?
Per la prima volta nella storia militare russa a quanto sembra c’era stato un solo comandante supremo che decideva strategie e manovre seguendo dei piani prestabiliti scegliendo le persone giuste.

Eppure, mentre la presenza dei novgorodesi è inaspettata e assolutamente improbabile e può darsi che i documenti si riferiscano a piccoli contingenti magari da Toržok o che siano stati degli uškuiniki, come aveva, Demetrio, invece attirato Andrea di Polozk dalla sua parte insieme al di lui fratello, Demetrio di Novosil mentre Jogaila (costoro erano tutti e tre figli del defunto Algirdas) partecipava nell’impresa in campo avversario?
Come mai Vladimiro di Serpuhov una volta resosi conto che Demetrio è in pratica in fin di vita o forse già morto e che il comando è passato ora nelle sue mani, perché non lo abbandona al suo destino e non s’impadronisce del potere?

Chi si sarebbe opposto? Vladimiro ha tutte le carte in regola per succedere al cugino e Bobrok del quale conosciamo bene il valore in guerra da altri documenti rimarrebbe fedele al suo fianco. Comunque sia, se qualcosa in questo senso sia stato mai teorizzato in piani d’azione, non risulta negli scritti della Chiesa Russa, ma resta sospetto il fatto che Demetrio solo nel 1988 fosse canonizzato santo e che la Battaglia di Kulikovo Polie sia stata sbandierata come una santa vittoria d’una crociata condotta contro i pagani! Secondo noi uno spirito di riscossa ”russo-moscovita” in funzione anti-tatara (e anti-russa “non moscovita”) e l’idea della creazione di un eventuale impero-nazione che inglobasse le Terre Russe non erano concetti già chiaramente delineati nel XIV sec. fra i diversi riurikidi.
A parte le fantasie, le CTP affermano che la fama della vittoria russa si sparse in tutta l’Asia anteriore e addirittura che essa fermò anni più tardi le truppe del Tamerlano prima che giungessero sul Volga. Lo stesso Demetrio la etichettò come un evento rilevante sì, ma per giusta prudenza per lui fu una specie di spedizione punitiva ben eseguita per conto di Tohtamyš contro il ribelle Mamai, come lo si deduce dalle scritte commemorative sulle monete coniate a Mosca proprio a ricordo della battaglia in cui con chiara e umile lode si legge del khan “legittimamente in carica a Sarai”.

© 2015 di Aldo C. Marturano
estratto, rivisto e corretto da A.C. Marturano – PIAN DELLE BECCACCE, Poggiardo 2005

   
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