La costituzione culturale del conflitto violento – appunti antropologia – riassunto capitolo 6 "Antropologia culturale"

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Capitolo 6 – LA COSTRUZIONE CULTURALE DEL CONFLITTO VIOLENTO

Le persone attribuiscono certi significati alla violenza collettiva e la giustificano, allo scopo di porre le proprie azioni a distanza dalle conseguenze della violenza. Pur condannando gli atti violenti, viviamo in un mondo in cui i governi costruiscono sistemi di significati che consentono loro di progettare e ammettere l’ uso di armi capaci di sterminare milioni di persone. C’ è chi ritiene che la propensione al conflitto sia parte della natura umana. Ma il fatto che gli esseri umani costruiscano significati atti a giustificare il conflitto suggerisce che esso abbia poco a che fare con un istinto naturale verso l’ aggressione. Per capire come le società costruiscono dei significati per il conflitto violento, mascherandone le conseguenze e convincendo le persone che esso è giusto e adeguato, bisogna comprendere innanzitutto come le società creino una propensione alla violenza collettiva che, secondo alcuni, sarebbe una struttura culturale.

Presso i nativi americani delle pianure occidentali, ad esempio, il conflitto violento è giustificato come sistema per acquisire uno status. Le scorrerie presso altre tribù a scopo di razzia di cavalli erano un modo per accrescere lo status personale, dal momento che i cavalli erano simbolo di ricchezza e misura dell’ importanza di un uomo. In casi come questo, dunque, si crea una propensione alla violenza collettiva premiandola.

Presso gli Yanomamo del Venezuela, invece, la violenza collettiva è resa necessaria per difendere risorse preziose, come donne e bambini.

Presso gli abitanti del Kohistan, vige un codice d’ onore che esige la vendetta ogni volta che un uomo vede il proprio onore minacciato. In tal caso, quindi, il conflitto violento è giustificato come mezzo di vendetta per difendere l’ onore o l’ onestà personali.

Un altro modo per giustificare la violenza può fare riferimento a questioni di ordine religioso. Collocando lo scontro ad un livello cosmico, come lotta tra il bene e il male, pare che esso vada al di là di questioni locali per assumere un’ importanza maggiore.

Vi sono, tuttavia, società relativamente pacifiche in cui l’ uso della violenza viene evitato condividendo le risorse, costruendo relazioni di dipendenza reciproca tra i vari gruppi, scoraggiando e disapprovando il comportamento aggressivo e valorizzando i comportamenti collettivi che favoriscono l’ armonia tra i gruppi e all’ interno del gruppo stesso. Gli Ju/wasi, i Semai, gli Inuit, gli Xinguano e i Buid sono esempi in tal senso. Tuttavia, anche nelle società cosiddette pacifiche esiste la violenza.

Sussistono differenze di tipo economico, politico e sociale tra le società pacifiche e quelle violente.

Il filosofo T. Hobbes riteneva che l’ inclinazione naturale degli uomini alla violenza potesse essere arginata attraverso una’ autorità centralizzata. Ma gli antropologi hanno scoperto che le società in cui manca un governo formale sono tra le più pacifiche al mondo. Tuttavia, vi sono società, come quella degli Yanomamo e dei Kohistani, in cui viene incitata la competizione riguardo alle risorse, cosa che costringe gli individui, a causa della mancanza di un’ autorità centrale, a difendere la proprietà privata con mezzi violenti.

E’ stata ipotizzata un’ altra differenza tra società pacifiche e società violente, ed è quella connessa ai ruoli di genere. Nelle società pacifiche, infatti, uomini e donne hanno una relativa parità e vi è un basso livello di violenza istituzionalizzata nei confronti della donna. Viceversa gli Yanomamo e i Kohistani sono caratterizzati da una forte dominanza maschile e giustificano al violenza contro le donne.

E’ stato verificato che le società caratterizzate dalla violenza sessuale contro le donne tendono ad essere più bellicose ed inclini alla violenza collettiva. Tuttavia, c’è chi ritiene che sia l’ incidenza del conflitto violento a favorire il sessismo.

Riassumendo, alcuni fattori come la mancanza di un controllo centrale, la competizione per le poche risorse, la proprietà privata e il sessismo possono portare una società ad alimentare una propensione ideologica per la violenza.

Alcuni antropologi ipotizzano che la guerra possa avere effetti positivi, in quanto limita l’ accrescersi della popolazione, specie nelle piccole società, o influenza la composizione biologica della specie umana attraverso la selezione naturale. Tuttavia, l’ antropologo Livingstone è giunto alla conclusione che, nonostante l’ enorme numero di morti causate dalla guerra moderna, essa in apparenza ha avuto effetti trascurabili sull’ aumento della popolazione. Divale e Harris, invece, sostengono che il conflitto violento agisca da fattore di regolazione della crescita della popolazione, non tanto uccidendo uomini adulti, quanto incoraggiando l’ uccisione delle neonate. Gli studiosi concludono che la guerra favorisce il sessismo solo perché favorisce il controllo selettivo della popolazione.

Gli antropologi affermano inoltre che il conflitto violento può favorire alcune forme di organizzazione politica. Robert Carneiro sostiene, ad esempio, che nel corso della storia dell’ uomo il conflitto violento è stato il principale fattore di trasformazione delle società, che sono passate da piccole comunità autonome a grandi e complessi Stati-Nazione.

Oltre ad avere la funzione di controllo della popolazione e di unione delle società tribali in grandi stati complessi, il conflitto violento può essere considerato un mezzo che incentiva la solidarietà di gruppo, ad esempio la solidarietà maschile. Tuttavia, alcuni ritengono che siano proprio la solidarietà maschile e la conseguente dominazione sulla donna a far aumentare la violenza.

Come la capacità di nascondere le conseguenze del conflitto violento può essere una delle ragioni della sua frequenza, così le persone riescono a nascondere anche a se stesse le conseguenze della massima forma di violenza: l’ utilizzo di armi nucleari. Coloro che si occupano di strategie nucleari utilizzano un linguaggio che consente loro di prendere le distanze dalle conseguenze delle azioni pianificate. Così metafore ed eufemismi offuscano la realtà e la sistemano in modo che ciò di cui si parla veramente, ossia distruggere ciò che l’ uomo ha creato ed uccidere altri esseri umani, venga nascosto.

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