La chiesa tra crisi istituzionale e dissenso religioso – riassunto di storia medievale

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Nel 1309 a seguito del conflitto tra Bonifacio VIII e Filippo il bello la sede papale era stata spostata
da Roma ad Avignone. La nuova sede papale subì la pesante influenza della corte francese, tutti i
papi del periodo avignonese furono di origine francese, come la maggior parte dei cardinali
nominati. La tranquillità di Avignone contribuì allo sviluppo dell’organizzazione della curia, il
nascere del nuovo apparato burocratico-amministrativo consentì ai pontefici di accentrare in loro il
controllo della chiesa , anche la nomina di vescovi e abati maggiori dei monasteri divenne esclusiva
competenza papale. Questo nuovo sistema si era reso necessario per sottrarre la chiesa dalle
ingerenze delle comunità locali. D’altro canto anche i vescovi restarono scontenti poiché si
vedevano privati dei loro benefici derivanti dalla loro condizione. Dato che il papato si occupava
anche di materie in ambito giurisdizionale, i tribunali curiali iniziarono a produrre documenti di
ogni genere. Vennero regolamentati diversi uffici come la cancelleria o la camera apostolica che si
occupava della gestione delle finanze. Tutto questo si pose quindi come coronamento di secoli di
sviluppo della monarchia papale che comunque nel periodo avignonese subì una forte
accelerazione. Dato che la chiesa aveva quasi abbandonato il suo ruolo di guida spirituale per
acquistarne uno prettamente temporale, iniziò ad attirarsi l’inimicizia di molti illustri personaggi del
tempo. La reazione papale fu dura, anche i disobbedienti, non strettamente correlati alla dottrina
furono dichiarati eretici, come nel caso dei ghibellini italiani. Già nel concilio di Lione del 1274 si
era cercato di limitare la fondazione di nuovi ordini religiosi, specialmente se si trattava di ordini
mendicanti. Venne imposto agli ordini nati dopo il 1215 di non accettare nuovi membri, imponendo
altresì ai restanti membri di trasferirsi presso ordini già approvati dalla santa sede. Gli apostolici
non accettarono l’imposizione e vennero perseguitati come eretici. Il nuovo leader degli apostolici,
Dolcino, dotato di una profonda preparazione biblica elaborò una concezione più complessa della
salvezza, che prevedeva la distruzione della chiesa carnale di Bonifacio VIII. Per sfuggire alle
persecuzioni Dolcino e i suoi seguaci si rifugiarono in Valsesia dove le sue file si ingrossarono per
l’affluire di nuovi seguaci dall’Italia centro-settentrionale. La lotta operata dai dolciniani ha indotto a
vederla come la prima lotta di classe anche se i dolciniani non avevano idea di questo ma miravano
soltanto alla costituzione di una chiesa più uguale e giusta. Nel 1357 tuttavia un esercito promosso
da Clemente V distrusse gli ultimi nuclei di resistenza dolciniana. In Europa un altro uomo era
destinato ad attirarsi l’ira del pontefice, Giovanni Wyclif che tradusse la bibbia in inglese e criticò la
mondanizzazione della chiesa predicando un ritorno alla povertà alla quale si univa anche la critica
ad elementi fondamentali della dottrina, come la scomunica o le decime. I suoi discepoli detti
lollardi diffusero la dottrina anche se il suo pensiero fu condannato come eretico. Nonostante tutto il
movimento si esaurì nel corso del quattrocento. Altro eretico fu Giovanni Hus che riprese le teorie
di Wyclif ribadendo la critica al mondanismo e alla piega monarchica. Hus fu condannato al rogo
come eretico nel 1415. Nel frattempo erano maturati i tempi per un ritorno della chiesa a Roma, la
tranquillità di Avignone però trattenne i pontefici per ancora qualche tempo. Il ritorno definitivo del
papato a Roma si ebbe nel 1377 con Gregorio XI che si fece precedere da bande armate e da un suo
legato. Contribuirono ad accelerare il ritorno del papato a Roma anche le incursioni nel
territorio provenzale perpetrate da truppe sbandate che erano impegnate nella guerra dei cent’anni. Il
papato attraversò un periodo scismatico a partire dal 1379 anno in cui venne eletto l’antipapa
Clemente VII che si pose in antagonismo nei riguardi di Urbano VI.

Lo scisma non si risolse così presto come si era creduto inizialmente, il riconoscimento della curia divenne per i regnanti europei un argomento di lotta politica. In questo clima il prestigio della dignità sacerdotale si abbassò
ulteriormente, donando nuova linfa alla lotta contro la corruzione della chiesa. Per sbloccare la
situazione venne convocato un concilio universale a Pisa nel 1409 dove vennero deposti entrambi i
pontefici, Gregorio XII e Benedetto XIII e dove venne eletto Alessandro V. Tuttavia il concilio non
fu riconosciuto e ai due pontefici se ne aggiunse un terzo. Anche se il concilio di Pisa non era stato
organizzato al meglio rimase convinzione che fosse proprio il concilio lo strumento necessario per
risolvere il problema. Promotori di questa iniziativa furono Giovanni XXIII, successore di
Alessandro V e l’imperatore di Germania Sigismondo. Il concilio venne riunito a costanza nel 1414, vi parteciparono numerosi canonisti e principi. Nel 1415 si giunse al decreto Haec Sancta secondo il
quale il concilio universale derivava il suo potere direttamente da dio avendo autorità anche sul
pontefice. Venne successivamente deposto il pontefice pisano e poi Benedetto XIII. Gregorio XII si
dimise spontaneamente. Dopo un conclave di brevissima durata venne eletto Martino V. Venne
anche decretato che il concilio universale dovesse essere convocato ogni dieci anni e Martino pur
mostrando il suo scarso entusiasmo convocò un concilio a Pisa nel 1423 per affrontare i temi della
riforma della chiesa. I lavori si chiusero di nuovo con un nulla di fatto. Dopo sette anni dal 1431 fu
convocato un secondo concilio a Basilea che stabilì di ridimensionare i poteri del papato e di ridare
alle diocesi locali la loro autonomia. Il papa, contrario a tali riforme bloccò il concilio per trasferirlo
in Italia ma i conciliarsi più radicali non obbedirono e processarono Eugenio IV dichiarandolo
decaduto. Venne designato come successore Felice V. La successione ebbe però vita breve e nel
1449 venne nuovamente riconosciuta l’autorità del pontefice romano Niccolò V. L’esperienza del
concilio di Basilea aveva insegnato ai principi che la strada migliore per il rafforzamento dei loro
poteri era di stabilire dei trattati con il papato per delimitare chiaramente le rispettive sfere di
influenza. In cambio del riconoscimento della superiore autorità papale si chiedeva la possibilità di
tassare i beni ecclesiastici, il controllo delle cariche più importanti e la competenza dei tribunali
civili in materia ecclesiastica. In Francia si sviluppò in questo periodo una chiesa nazionale detta
gallicana. Superata la crisi dei concilio, il papato si concentrò sul recupero del terreno perduto;
anzitutto il pontefice Pio II stabilì che l’autorità suprema della cristianità restava il papato e non il
concilio, contemporaneamente si sviluppava l’apparato burocratico e cresceva il prestigio del
collegio cardinalizio. Un altro problema era rappresentato dal recupero del governo effettivo sullo
stato della chiesa che venne recuperato in maniera efficace facendo uso del nepotismo.

Lo sviluppo di un efficiente sistema fiscale diede inoltre al papato una ingente disposizione finanziaria, dando vita al fenomeno del mecenatismo ed a una opera di restaurazione edile di Roma.

I rinnovati impegni di governo dei pontefici avevano come conseguenza quella di distoglierli dalla cura delle anime, l’amministrazione dei culti però continuò in maniera sorprendente in quanto anche in assenza dei vertici ecclesiastici le istituzione base come le parrocchie continuavano incredibilmente a funzionare. Variegato si prestava anche il mondo dei chierici che risultava comunque attiva sulla
sacralità basale. Un movimento molto attivo sopratutto nelle popolazioni urbane era rappresentato
dall’associazionismo laico e dal monachesimo. Il fenomeno del monachesimo subi un’accelerazione
nel corso del quattrocento quando sia gli ordini mendicanti, sia i vecchi rami dell’ordine benedettino
diedero attuazione al tanto atteso rinnovamento che agitava il mondo cristiano. Fu allora che prese
piede il così detto movimento dell’osservanza, nato per richiamare i monaci e i chierici al rispetto
completo delle norme.

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