La bolgia dei ladri nella divina commedia: riassunto e spiegazione

_______
I ladri nella bolgia assieme ai serpenti dipinti da William Blake

Nella costruzione di questa parte della commedia più ci avviciniamo al fondo dell inferno più i peccati sono gravi più là parte orrorosa deve essere aumentata. Non si può raccontare scene orrorose uno dopo l’altra, non si può neanche usare lo stesso orrore ma bisogna ampliarlo sempre di più.

Mentre Dante sta ancora parlando per nascondere la sua stanchezza, i due poeti sono nel frattempo saliti sul ponte della bolgia successiva, la settima, e Dante sente una voce “a parole formar disconvenevole” (v. 66), cioè non adatta a formar parole, che, pur non capendo cosa dica, gli sembra molto arrabbiata: il poeta si sporge dal dosso dell’arco del ponte per guardare giù, ma per il buio non riesce a vedere niente, quindi propone a Virgilio di proseguire fino all’argine più interno (“l’altro cinghio”) e di scendere dal ponte sull’argine stesso, al che il poeta acconsente con una perifrasi retorica (in parafrasi: “Altro non ti rispondo se non con l’agire, perché a una domanda onesta si deve rispondere tacendo ed eseguendo l’opera richiesta”).

Essi scendono dunque dalla testata del ponte, dove questa si congiunge con l’ottavo argine (“ottava ripa”), e Dante vede uno scenario raccapricciante che, a differenza della dolente staticità del precedente, è dominato da un frenetico movimento, causato dalla “terribile stipa” di serpenti (in realtà si scopre presto che sono piuttosto rettili vari), di diversa specie (“diversa mena”), la cui memoria guasta (“scipa”) ancora il sangue a Dante (come si vedrà nel canto successivo, queste stesse serpi che l’hanno inorridito diverranno per lui “serpi amiche”).

E Dante attacca citando abbastanza fedelmente La Pharsalia di Lucano: vi erano chelidri (che Lucano, non Dante, descrive come striscianti su una scia di fumo), iaculi (che volano come giavellotti), faree (che strisciano contorcendosi con la testa eretta), cencri (con il ventre punteggiato, che strisciano dritti) e anfisbene (che hanno due teste, una per estremità). Libia (intesa genericamente come deserto del Sahara), Etiopia e Arabia (ciò che sta sopra al Mar Rosso) non possono vantare altrettanta ricchezza di serpenti, che Dante si compiace di elencare con fare dotto.

Tra i rettili corrono “genti nude e spaventate“, che non hanno speranza di trovare né un nascondiglio (“pertugio”) né l’elitropia, pietra cui un tempo si attribuiva il potere di rendere invisibile chi la portava addosso. Essi hanno le mani legate dietro alla schiena dai serpenti, che poi passavano la coda e il capo lungo le reni dei dannati e le annodavano davanti cingendo loro il ventre (“con serpi le man dietro avean legate; / quelle ficcavan per le ren la coda / e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate.”, v. 94-96).

Poco più avanti Dante dirà che si tratta dei ladri, che, a differenza dei predoni puniti nel primo girone del VII cerchio nel sangue bollente del Flegetonte (Canto XII), non sono violenti, ma hanno depredato gli altri con l’inganno e l’astuzia, colpa ben più grave di quella dei rapinatori secondo la logica dell’inferno dantesco, che agli strati più bassi fa corrispondere i peccati più gravi.

La sequenza dei ladri occupa parecchio spazio ed è uno dei passi su cui Dante puntava molto dal punto di vista letterario. I ladri sono colpiti da serpenti. Non ci sono i diavoli come i barattieri ma gli esseri diabolici sono rettili, non sono tutti uguali. Il serpente è un animale negativo dalla genesi, è in animale che piò uccidere a tradimento, striscia per terra. È sicuramente l’animale più negativo nel medioevo. Il serpente può colpire il dannato, e nello stesso tempo puù avvinghiare il dannato. Gli può fare come delle manette alle mani, può bloccare gli arti che gli sono serviti per rubare, le mani, ma anche le gambe che lo hanno portato in quel luogo per rubare. Come il serpente si nasconde, anche il ladro non può agire allo scoperto, c’è una serie di analogie per la legge del contrappasso. Queste invenzioni dantesche sono come al solito invenzioni fino ad un certo punto, lo scrittore per suscitare l’interesse del lettore deve fare qualcosa di admirabilis. Quando l’orrore è l’espressione di figure mai viste bisogna care attenzione perché siamo al di fuori delle esperienze in comune, perciò lo scrittore deve muoversi dentro a certi limiti. Deve appropriarsi della letteratura precedente che parla di alcuni fenomeni e di trasformarli a volte anche transumarli. L’opera da cui Dante prende di più è Le metamorfosi si Ovidio , e anche Lucano poiché scrive un poema sulla contemporaneità sulla guerra civile. Altre fonti : virgilio in primis e poi Stazio.

La metamorfosi immaginata da Gustave Doré in una sua illustrazione

Il rubare è una colpa grave, anche qui la politica entra in gioco, fa parte della visione pessimistica che ha Dante. Anche tra coloro che fanno politica ci sono coloro che rubano. In questa Bolgia incontreremo soltanto un toscano, una figura mitologica e gli altri sono tutti di Firenze. Vediamo una certa metamorfosi, il dannato diventa serpente, poi si trasforma in cenere e poi riprenderà la figura umana per essere ritrasformato un’altra volta.

Dante assiste a una sorprendente metamorfosi, quando un serpente morde un dannato tra il collo e la spalla e nel tempo di scrivere una “O” oppure una “I” (lettere tracciate con un solo tratto di penna) il dannato cade a terra come cenere e rinasce da essa, come fenice, che rinasce ogni 500 anni dopo essersi costruita un letto di nardo e mirra (citazione quasi letterale da Ovidio, Metamorfosi XV) o come un epilettico, che all’epoca si riteneva posseduto temporaneamente da un demone.

Il contrappasso di questi dannati non è completamente chiaro, comunque il serpente che striscia potrebbe simboleggiare la natura subdola di questi dannati. Inoltre il fatto di avere mani legate è l’opposto di quella “sveltezza” di mano che contraddistinse la loro mala opera. La metamorfosi animalesca è sempre un fatto gravemente degradante per Dante, che nella sua concezione dell’universo strettamente gerarchica attribuiva a animali e piante una forma di vita molto meno nobile di quella umana, creata a somiglianza di Dio (si pensi ai suicidi la cui pena è quella di essere trasformati in sterpi, o alle similitudini animalesche così frequenti nelle Malebolge). Nel caso poi del dannato che si polverizza e rinasce è un’aggiunta perché il suo peccato è avvenuto in luogo consacrato (lo si legge tra poco), quindi il ritornare alla polvere, come prima della Genesi, è una severa vendetta divina di chi ha osato sfidarlo.

Il verbo alzarsi è molto presente in questi canti, verbo chiave perché i serpenti strisciano per terra e c’è tra lo strisciare e l’alzarsi un’antitesi. Di fronte a spettacoli del genere non si può non pensare alla potenza di Dio e al fatto che lancia questi colpi per una giusta punizione. Abbiamo il piano terra del serpente, poi abbiamo l’uomo che sta in piedi e poi abbiamo qualcosa che dall’alto può arrivare. Il peccatore che parla si chiamava Vanni Fucci, dannato che esibisce se stesso, amplifica la sua condizione di peccatore, gli piacque una vita bestiale, non da uomo. Incontriamo dei personaggi che hanno rinnegato la loro identità, non a caso diventeranno dei serpenti e perderanno la loro identità umana. Si attribuisce un dispregiativo mulo, ossia un meticcio. Il dannato non sa con chi sta parlando, ma Dante lo riconosce, personaggio che ha fatto politica, fama di essere particolarmente violento. Non ci viene detto come è morto Vanni Fucci. Ma c’è una ragione, finora abbiamo visto dei personaggi politici di un certo livello, il vertice di questi tipi di personaggi è stato Farinata. Ha rubato dei sacri arredi in una chiesa, all’inizio ebbe la fortuna di non essere scoperto. Vanni Fucci ha paura di essere svergognato una volta Dante tornato sulla terra, prospettiva chiusa. A questo punto il dannato fa una profezia, linguaggio scuro, difficilmente è chiara, usa espressioni volutamente ambigue. Gli esuli bianchi di Firenze sentirono le conseguenze della sconfitta dei Bianchi di Pistoia, settembre 1306. L’unico ladro a cui viene concesso di parlare, parte attiva della politica di bassissimo livello. Dante deve subire questa umiliazione di un personaggio che lo attacca in questo modo. Ma perché? La realtà in cui si muove la politica del tempo è anche questa. Personaggi che non sono arrivati in alto nella loro militanza politica ma che fanno parte di un certo gruppo e di una certa fazione. Vanni Fucci come se fosse l’antitesi del viator, Dante sta pagando carissima la sua onestà. Nella esperienza della politica per chi agisce non si tratta soltanto di combattere per certi principi, il dramma è che poi si ha a che care con personaggi che usano degli strumenti diversi.

Finale molto drammatico, chiave di interpretazione per capire che chi usa altri strumenti in politica può sopraffarlo, si riferisce a lui stesso che è andato dall’ambasceria da Firenze a Roma e quando torna in dietro Carlo di Valois fa fuori tutti i bianchi, Dante si appella a dei valori e dei principi e si scontra con coloro che non si attengono a una morale.

   
_______

Altri articoli da leggere:

More Like This


Categorie


letteratura italiana

Add a Comment

Your email address will not be published.Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>



Categorie




Questo sito partecipa al Programma Affiliazione Amazon Europe S.r.l., un programma di affiliazione che consente ai siti di percepire una commissione pubblicitaria pubblicizzando e fornendo link al sito Amazon.it