L' antropologia francese contemporanea: gli approcci dinamisti, l' antropologia marxista e altri indirizzi – riassunto

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Antropologia culturale un approcio per problemi riassunto del libro_

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Esponenti della cosiddetta “antropologia dinamista” francese sono Roger Bastide e Georges Balandier, i quali hanno svolto un ruolo pionieristico nello sviluppo di prospettive di analisi che mettessero al centro lo studio dei processi di cambiamento sociale e culturale nelle società del “Terzo mondo” e mostrassero la loro irriducibilità all’ alternativa tra la tendenza alla conservazione invariabile dei propri “ordini” culturali e la passiva assimilazione e integrazione dei modelli occidentali in seguito alla sottomissione al dominio coloniale. Per entrambi questi studiosi, le società vanno viste non come sistemi ordinati, stabili e dai confini ben definiti, ma come processi intrinsecamente dinamici, “formazioni eterogenee” dai confini mutevoli nelle quali convivono agenti e interessi sociali, regole normative e regole “pragmatiche , strategie di esercizio dl potere e forme di resistenza, il cui adattamento e la cui interconnessione reciproci sono sempre imperfetti, provvisori, contingenti, e, in definitiva, intrinsecamente ambigui.

Molte delle questioni sollevate dall’ antropologia dinamista sono state riprese, dagli anni Sessanta in poi, dallo sviluppo dell’ antropologia marxista che, fino a tutti gli anni Settanta, ha costituito, assieme allo strutturalismo, l’ indirizzo teorico egemonico, in Francia come altrove.

La possibilità di applicare la prospettiva marxista all’ analisi teorica ed etnografica delle società extraeuropee in Francia ha visto tra gli esponenti più noti Claude Meillassoux, Maurice Godelier ed Emmanuel Terray. Le loro ricerche hanno riguardato l’ analisi dei “modi di produzione” propri di queste società e dei rapporti sociali di produzione che li definiscono. Gli antropologi marxisti hanno sottolineato che anche nelle società “tribali”, incluse quelle la cui sussistenza si basa sulla caccia e raccolta, esistono forme di sfruttamento della forza lavoro e restrizioni di accesso alle risorse a favore di certi individui. Da questo punto di vista, essi hanno contestato la tesi lévi-straussiana della reciprocità come principio fondamentale delle relazioni sociali, sottolineando che in ogni società, anche in quelle in cui non si registrano notevoli differenze di ricchezza materiale tra gli individui ed in cui non vi sono vere e proprie classi sociali, esistono sempre dei rapporti di dominazione e delle disuguaglianze.

Già dalla fine degli anni Sessanta, in Francia, il dibattito suscitato sia dall’ opera di Claude Levi-Strauss che dall’ antropologia marxista, ha fatto emergere una serie di posizioni che hanno costituito un’ alternativa ad esse. Michel Foucault e Jacques Derrida hanno insistito sulla questione delle forme del potere e hanno ripensato, in questa chiave, le stesse produzioni linguistiche.

Molti antropologi hanno inoltre sottolineato come “disuguaglianze” e “gerarchie” siano esse stesse dei principi che si situano al cuore delle strutture di parentela ponendo pertanto dei limiti invalicabili agli aspetti di reciprocità nelle relazioni sociali. Lo stesso Godelier, nel suo L’ enigme du don, ha ripreso l’ analisi sul dono di Mauss, su cui Levi-Strauss aveva basato la propria tesi della reciprocità come principio fondamentale della socialità, sostenendo che essa non tiene conto di certe classi di beni, presenti in ogni società, il cui carattere sacro li esclude dai circuiti di reciprocità.

La critica dell’ universalità del principio di reciprocità è anche il punto di partenza dei lavori di Louis Dumont sul sistema delle caste in India.

In connessione più diretta con la teoria delle strutture di parentela di Lèvi-Strauss, Francoise Heritier ha sostenuto che al fondamento di esse, ancor prima della proibizione dell’ incesto, vi è un principio di “valenza differenziale dei sessi”, ossia di gerarchia delle relazioni tra uomini e donne che istituisce, a livello dell’ ordine simbolico su cui si fonda la natura stessa della società, la superiorità dei primi sulle seconde. Questo principio spiegherebbe perché in tutte le società si considera che siano le donne, e non gli uomini, a circolare nello scambio matrimoniale.

Una critica più marcata allo strutturalismo levi-straussiano è stata quella di Pierre Bourdieu e della sua “teoria della pratica”. Lo studioso ha rimproverato a Lèvi-Strauss di ridurre il ruolo degli agenti sociali a quello di semplici esecutori o contravventori di regole di carattere astratto, situate al livello delle strutture mentali. In questo modo, si impedirebbe una comprensione di come questi agenti adattano le loro strategie di azione al carattere sempre nuovo e imprevedibile delle situazioni che si trovano ad affrontare. Per comprendere come la vita sociale segua principi di regolarità, bisogna inoltre rifiutare l’ idea che le azioni degli individui consistono semplicemente nella messa in atto di strategie razionali volte al perseguimento cosciente dei propri interessi. Per Bourdieu è illusorio pensare che le pratiche sociali siano il semplice esercizio di una libertà di scelta individuale rispetto alle opzioni di azioni disponibili. La “logica della pratica” è piuttosto il frutto di un habitus, ossia di disposizioni interiorizzate in seguito alle esperienze di socializzazione all’ interno di specifici “campi” di posizioni e relazioni sociali. Il concetto di habitus, secondo Bourdieu, consente di comprendere come l’ azione sia soggetta a condizionamenti che operano in un modo che favorisce una continua ristrutturazione delle relazioni sociali.

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