Incipit “Cronica” di Salimbene de Adam

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La Cronica di Salimbene da Adam parte dal 1168 al 1287; l’incipit del libro direttamente qui sotto.

 

L’anno del Signore 1266, Re Carlo passò il ponte di Ceprano col suo esercito per andare contro Manfredi Principe di Puglia e Sicilia, figlio dell’imperatore deposto Federico II; poi Re Carlo con il suo esercito passò il ponte di San Germano ed entrò di forza in San Germano; agli 11 di Febbraio prese Capua, poscia sconfisse Manfredi e l’esercito di lui presso Benevento. Il qual Manfredi cadde morto con tremila dei suoi, tra cui il Conte Galvano, Annibale nipote del Cardinale Riccardo, Enrico Marchese di Scipione, nipote di Uberto Pallavicini, e molti altri Baroni; e Manfredi fu sepolto ai piedi del ponte di Benevento, un venerdì 26 Febbraio. Fu anche presa la moglie di Manfredi con due suoi figliuoli e con tutto il tesoro di Manfredonia. (Questa città la fabbricò Manfredi, e le impose il proprio nome; e fu fondata in vece di un’altra città, che si chiamava Siponto, a due miglia di distanza; e, se il principe viveva pochi anni ancora, sarebbe diventata una delle più cospicue città del mondo. È tutta murata in giro, come dicono, ed ha un porto sicurissimo; è alle radici del monte Gargano; la strada principale è già abitata; sono già poste le fondamenta delle case nelle altre strade, che sono larghissime, e aggiungono molto alla bellezza della città. Ma Re Carlo l’ha tanto in noia, che non la vuol nemmeno sentire nominare, anzi vuole che si chiami Siponto nuova).

Nella stessa battaglia restò prigioniero anche il conte Giordano e Pietro Asino di Fiorenza, e molti altri rimasero morti sul campo. Il principe Manfredi però ebbe alcune buone qualità, di cui ho parlato a sufficienza nel lavoro che feci intorno a Gregorio X. E ciò ridico perché lo storiografo deve essere imparziale, sicché d’una persona non dica soltanto il male, e ne tacia il bene. I cortifiani principali di Manfredi furono: il Conte Galvano Lancia, che era il primo della Corte, e più d’ogni altro influente; era Piemontese ed aveva attinenza di parentela col Marchese Lancia; il Conte Giordano e il Conte Bartolomeo ambedue Piemontesi; il conte di Caserta di Puglia, che tradì Manfredi, di cui, credo, aveva in moglie una sorella; il Contre di Acerra della Puglia di Terra di Lavoro; Giovanni da Procida, potente e grande nella corte di Manfredi, ed è in voce d’aver propinato il veleno a Re COrrado, ad istanza del fratello Manfredi; Mandredo Maletta, che vive tuttora, Conte Ciamberlano, potentissimo alla Corte di Manfredi, ricchissimo, e da Manfredi stesso prediletto. Questo Maletta avendo potuto sfuggire alla strage che si fece dell’esercito del suo signore, si ricoverò a Venezia, e vi abitò finchè Pietro d’Aragona invase il Regno dalla parte di Messina contro Re Carlo, fratello del Re di Francia S.Lodovico di buona memoria. Ed ora il prenominato Ciamberlano è uno dei grandi e prediletti nella Corte di Pietro d’Aragona. Egli sa dove stanno nascosti molti tesori. È valentissimo e perfetto compositore di canti e canzonette, e per suonare strumenti musicali è stimato di non aver pari al mondo. È regnicolo, cioè oriondo del Regno.

E qui è da notare che Re Carlo fece uccidere molti, or l’uno or l’altro, che si spacciavano per Manfredi. Imperrocchè non manca mai chi, a cagione di lucro, s’infinge per Manfredi; sia pur anche che si esponga al pericolo della morte. L’anno stesso poi 1266, Brescia, che era sotto la Signoria del Marchese Uberto Pallavicini, si ribellò al Marchese, ed i Bresciani che erano dentro la città, e quelli che ne erano fuoriusciti, fecero tra loro pace e concordia, e si rappacificarono anche coi MIlanesi e coi Bergamaschi, in Febbraio. L’anno stesso, i Modenesi fuorusciti occuparono il castello di Monte Valerio, per tradizione di Ugolino da Guiglia, un nobile del contado di Modena, che fattosi d’improvviso traditore e nemico, di amico e fedele che era dei Modenesi della città, cioè degli Aigoni, che parteggiavano per la Chiesa, e ribellatosi a quelli che in molte maniere l’onoravano, lo consegnò ai fuorusciti, cioè ai Gorzano e a quelli di parte loro; i quali occupando il detto castello molestavano in diversi modi la diocesi di Modena.

Perciò, i predetti Modenesi della città, colla milizia dei Reggiani,e forte numero di popolani ed alcuni Parmigiani si posero a capo virilmente e potentemente attorno al castello; ed ivi durando tutto il mese, fu tanta la fame e la sete a cui furono ridotti quei del castello per la moltitudine degli uomini e degli animali, che non si poteva più vivere; e inoltre vi si era fatto un insoffribile fetore, sicché dopo aver perduto per forza al 3 di luglio, lo steccato, già ridotti agli estremi, avuto affidamento del rispetto alle persone, abbandonarono, il 4 luglio stesso, il castello. Allora il prenominato traditore Ugolino di Guilia, mentre malato morto si trasportava via dal castello, fatto segno delle grida e dell’ira del popolo, fu crudelmente ucciso in mezzo al campo; ed il castello fu completamente distrutto. L’anno stesso, il 3 di Settembre, si rappacificarono tra loro la fazione di quei di Sesso che era fuori, e la fazione dei Roberti, che erano dentro. E a Reggio fu Podestà Bonacorso de’Bellincioni da Firenze, che fu tanto benefico ai poveri, quanto severo coi nobili. E i nobili ne lo cacciarono, perché sosteneva i diritti del Comune, e faceva buona giustizia…..

   
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