I’m the King of the Castle – Recensione – Il nero riflesso dell’età adulta

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I’m the King of the Castle 

Il nero riflesso dell’età adulta

 

I’m the King of the Castle è un romanzo dell’autrice inglese Susan Hill. Scritto sul finire degli anni ’60, e pubblicato nel 1970, con varie ristampe ed edizioni successive, prima, e originariamente, dalla Hamish Hamilton, poi da Penguin nella collana Modern Classics, ha riscosso fin dall’inizio un incredibile successo, che lo ha accompagnato nel corso degli anni; e ancora oggi esso rappresenta, insieme a un racconto della letteratura dell’orrore, La Donna in Nero (in Italia per Polillo Editore), l’opera più importante e rappresentativa della scrittrice, nonché vincitrice del Somerset Maugham Award.

Ambientato nella campagna inglese di fine anni ’50, il romanzo presenta come protagonisti due bambini: Charles Kingshaw, il quale vive con la madre dopo aver perso il padre, morto negli anni seguenti la Grande Guerra, e Edmund Hooper, il quale ha invece perso la madre per malattia e vive con il padre. I due ragazzini, in età preadolescenziale, sono accomunati da questo aspetto ma separati da un divario di classe sociale: il primo infatti appartiene alla classe media, mentre il secondo è un esponente di quella ricca. Quando i due si incontrano per motivi di lavoro della madre di Charles, assunta come governante e bambinaia nella grande magione vittoriana in cui abitano Edmund e il padre, con il quale si lega sentimentalmente, essi diventano nemici. Fin dal primo momento in cui Charles arriva a casa Hooper e ne varca la soglia, i due non possono sopportarsi; e questo astio li porterà a scontrarsi e a cadere in una spirale di violenza tanto fisica quanto psicologica.

Il romanzo di Susan Hill analizza una delicata fase dell’infanzia, in cui la natura del bambino, come immagine dell’innocenza e della purezza, nonché dell’innocuità e dell’allegria, della spensieratezza, si fonde con uno spirito ribelle, la voglia di evadere dalla quotidianità, l’impossibilità di reggere situazioni famigliari difficili, tipico dell’adolescente, e una profonda cattiveria oscura l’animo dei due. I due ragazzini sono diversi e distanti per classe, eppure più simili e vicini di quanto possano immaginare. Entrambi condividono una mancanza di affetto, entrambi soffrono per l’allontanamento di una figura genitoriale e per la distanza che li separa con quella rimasta. Entrambi sono vittime dell’egoismo degli adulti, e diventano una sbiadita proiezione dell’egocentrismo e del cinismo degli adulti.

I’m the King of the Castle è la tragica storia di un’infanzia interrotta, ma anche un racconto che grida a tutti quanto sia bello, e quanto debba esserlo, vivere quel periodo della nostra vita; una storia che invita a riflettere su come i bambini vengano spesso paragonati alla stregua di oggetti privi di sfera emotiva e incapaci di comprendere le situazioni che coinvolgono “i grandi” e che vuole, invece, che si presti maggiore attenzione ai propri figli, che si doni loro l’amore che meritano per non farli sentire soli, e che si stia loro vicini. Attraverso i due bambini, tuttavia, non è solo la psiche dei piccoli a venire analizzata, ma anche quella degli adulti. Grazie alle descrizioni della madre e del padre di Charles e di Edmund, che il lettore legge tramite le battute ora dell’uno ora dell’altro, si arriva a costruire un quadro della disperazione della condizione umana, dell’incontentabile desiderio di voler emergere dalla propria condizione di miseria, economica e non. L’apatia e il falso amore che contraddistinguono i due genitori, per quanto all’apparenza attenti ai propri figli, sono in realtà i due sentimenti che guidano le due figure. Metafora dell’uomo dei nostri tempi, incapace di appagarsi della sola bellezza della vita e sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, intento solo a preoccuparsi dell’esteriorità delle cose e del giudizio altrui, insieme a una macabra visione delle brutture e delle violenze che anche i bambini sono capaci di attuare ai danni degli altri e subire a loro volta dagli altri, I’m the King of the Castle è un romanzo di grande profondità, una lettura appagante, con atmosfere tinte di macabro e di horror, ma anche di una tremenda tristezza.

Il romanzo fu scelto, per la sua tematica ravvicinabile al bullismo, come parte del programma del GCSE nelle scuole inglesi per l’analisi di un testo letterario, ma fu per lo stesso motivo criticato da numerose famiglie, che si rifiutavano di farlo leggere ai loro figli. Nella speranza che invece, dopo anni dalla pubblicazione, simili idee non ottenebrino più la mente dei genitori moderni, per quanto difficile possa risultare crederci, consiglio vivamente la lettura di questo libro a tutti, genitori e ragazzi. Un’ottima lettura, che invita a riflettere su tematiche importanti e, purtroppo, ancora attuali; ma anche, se non la si vuole leggere in tal modo, un racconto sull’amicizia e l’inimicizia di due ragazzi, guidati, e allo stesso tempo tragicamente segnati, da un terribile destino, marchiati dalla condizione delle loro famiglie. Un unico lato negativo è che, nonostante altri libri di questa autrice siano stati tradotti in Italia, il testo in questione rimane ancora oggi inedito, spero ancora per poco. La lettura, pertanto, almeno per il momento, è da effettuarsi in lingua inglese.

Autore della recensione:

Elio Cimmaruta

   
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