Il secondo spinoso problema del Cristianesimo sotto Costantino e Diocleziano: le eresie

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Il secondo e più spinoso problema che si trovò di fronte il cristianesimo che usciva dalle persecuzioni di Diocleziano era la sistemazione in un vero e proprio corpus dottrinale. E fu proprio l’elaborazione della dottrina cristiana il terreno più aspro di scontro all’interno della chiesa. La polemica esplose agli inizi del IV secolo in seguito al diffondersi della dottrina del prete Ario di Alessandria, il quale sosteneva che il figlio di Dio incarnatosi in Cristo non aveva lo stesso grado di divinità del padre, ma era a lui subordinato.

Alla fine si trovò una soluzione e per tanti aspetti gravida di conseguenze per il futuro. Non essendo l’episcopato dotato di organi decisionali in grado di importi alla chiesa universale, l’imperatore Costantino, che non era a questo momento battezzato, fu indotto a riunire nel 325 a Nicea quello che viene considerato il primo concilio ecumenico, cioè universale. In quell’ occasione la dottrina di Ario fu condannata all’unanimità, ma ciò avvenne non tanto per le capacità di persuasione dei vescovi antiariani, quanto piuttosto per le pressioni dell’imperatore.

Costantino voleva ad ogni costo salvaguardare la pace religiosa, soprattutto in Asia Minore, destinato a diventare l’inizio di un processo che vide procedere parallelamente da un lato la formazione di una nuova ideologia imperiale che assegnava all’imperatore la suprema responsabilità nella difesa dell’ortodossia, e dall’altro l’elaborazione definitiva di una dottrina, che a questo punto può dirsi effettivamente cattolica, cioè dichiarata valida per la chiesa universale.

È da questo momento che si può legittimamente parlare di eresie, cioè di dottrine che si oppongono a verità proposte come tali dalla chiesa. Ma l’arianesimo, sconfitto nell’ambito dell’impero, era destinato a tornare prepotentemente alla ribalta e a giocare, soprattutto in occidente, un ruolo politico fondamentale nei primi secoli del medioevo.

Esso fu infatti recepito, attraverso missionari orientali, dalle popolazioni germaniche, che ne fecero un elemento della propria identità culturale.
Venne anche coinvolta la figura di Maria. I nestoriani volevano chiamarla non “madre di dio” (theotòkos), ma “madre di cristo” (christotòkos) per evitare ogni possibilità di confusione tra la persona umana e la persona divina del cristo.

Essi infatti erano convinti che le due persone erano rimaste distinte, anche se si erano congiunte su un piano puramente morale. Un punto fermo nella contesa, che tuttavia non valse a sanare le discordie, fu posto dal Concilio di Calcedonia del 451, che dichiarò cristo vero dio e vero uomo, dotato di due nature distinte ma inseparabili.

I più violenti oppositori di questa soluzione furono i monofisiti di Alessandria d’Egitto, secondo i quali l’umanità e la divinità di cristo si fondono in una sola natura. Contemporaneamente si andava sperimentando una forma di vita cristiana che si presentava come distacco totale dalla società. Essa sembrava destinata a restare una situazione di marginalità, ma si rivelò nei secoli seguenti una delle forze più vive nel plasmare la società del medioevo.

Il monachesimo cristiano – la nascita

Il fenomeno del monachesimo non era peculiare del monde ellenistico – romano essendo stato da tempo sperimentato da tempo in altre società evolute nelle quali il desiderio di realizzare l’incontro dell’anima individuale con dio aveva portato alcuni spiriti eletti a interrompere i rapporti normali con la società e intraprendere una vita di acesi e di penitenza.

Il monachesimo cristiano nacque in Egitto nel III secolo. Nella fase iniziale, la sua caratteristica principale è una totale sfiducia verso ogni speculazione intellettuale nonché da una grande rozzezza di costumi e dalla ricerca di una completa solitudine, per realizzare la quale si trovano i più fantasiosi espedienti. Ad esempio, alcuni si stabilivano in tombe vuote di necropoli abbandonate, in luoghi senza finestre o senza tetto, per patire la sofferenza della continua esposizione alle intemperie, ma probabilmente i più fantasiosi furono i cosiddetti dendritai, menzionati da scrittori greci, i quali si stabilivano in cima ad un albero, o gli stiliti, in cima alle colonne.

A questi esempi estremi, ben presto si affiancarono forme meno aspre di esperienza monastico e, grazie al diffondersi del cenobitismo ad opera di Pacomio, fu promossa la creazione di monasteri, sia maschili sia femminili, in cui l’ascesi era praticata in maniera moderata e tollerabile e in cui tutto era regolato.

Su questa linea, è da ricordare Basilio, vescovo di Cesarea, in Cappadocia, nell’attuale Turchia. A partire dal 378, egli non fondò un vero e proprio ordine basiliano, ma si limitò a promuovere la fondazione di monasteri, sia in luoghi appartati sia in città. A essi indirizzò le sue regole, che non costituiscono un vero e proprio codice di leggi, bensì una serie di indicazioni e di ammaestramenti per i cristiani che vivevano in comunità e che egli visitava frequentemente.

Benedetto da Norcia fu il fondatore e abate del monastero di Montecassino. Per esso scrivesse intorno al 540 una regola, che era soltanto una delle tante esistenti e che egli stesso non considerava né perfetta né definitiva, tanto è vero che consigliava di leggere anche altri testi normativi e di edificazione, tra cui le regole di Basilio.

Tale regola dovrebbe essere stata scritta tra il 530 e il 560 in una zona tra Lazio, Umbria e Campania, o comunque in una zona soggetta all’influenza della chiesa di Roma. L’originalità consiste nella capacità di Benedetto di utilizzare l’eredità del passato alla luce della sua esperienza diretta e quindi della sua conoscenza dell’animo umano per cui tutte le norme sono improntate a grande moderazione e realismo, e ai monaci non si chiede mai nulla di eccessivamente gravoso.

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